martedì 11 novembre 2014

Matera


Matera o l’estetica della povertà: senza pena la bellezza non ha viso. Non ci sono case sparse, tutto è connesso e intrecciato. Città soffiata dall’interno, città scultura in cui volumi di spazio e di terra si alternano e si equilibrano mirabilmente. Natura e architettura, più natura che architettura, città un tempo più abitata che costruita. Architettura scavata, costruzioni fondate sul levare piuttosto che sull’aggiungere. Intimamente poetiche, dunque. Le case sono fiori di pietra:case piccole come cellette d’api, cristalli di tufo. Una trepida ragnatela sassosa dove stavano uomini e animali a combattere col loro fiato contro l’umidità che veniva da sotto: paesaggio di rughe e pieghe, fumi e fango d’inverno e creta d’estate, creta e polvere, crepacci, letame. Città d’Oriente, bizantina, anatolica, città ipnotica in cui circola un’atmosfera antica nella quale ancora un pò si può guarire andando dietro il paesaggio, disonorando la civiltà dell’impazienza. Matera non guarda indietro, non ha la passione dell’identità. Matera è un città con un' idea dentro, l’idea di una nuova comunità, arcaica e digitale. La cultura di Matera era nei suoi asini, nel dolore e nella fatica, la cultura del sudore, un sudore di tanti popoli, di tanti contadini. Città profonda, comunitaria e parsimoniosa, città paesaggio, fragile e irripetibile, città dove alloggiare utopia ed eresia, produzione e piacere, lentezza e scrupolo. Matera capitale europea della cultura a riprova che ci sono cose ben fatte a Sud, ci sono motivi per ammirare, c’è qualche forza in più per combattere gli scoraggiatori militanti che nel Meridione d'Italia sono sempre stati molto animosi. 

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