giovedì 29 maggio 2014

00:10

Si parte dalla rabbia in corpo, dal veleno da sputare.
Quella che fino a ieri mi è mancata e che chiamavo "ispirazione" non era certo qualcosa o qualcuno di positivo. Basta allora solo un'idea, netta e precisa, mannaia sul tempo, sulle decisioni nitide dopo tanto patire. Le parole allora eruttano sole e vengono fuori così, magma rosso sul foglio bianco: mentre scorre lenta, resta sul contorno d'ogni singola parola, solco già scavato da pensieri furiosi. In questo flusso rovente, che dai neuroni al fegato fin dentro gli occhi lucidi sputa fuori, ho inteso che si scrive per se stessi solo la lista della spesa e che una volta finita puoi strappare, perchè non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che si scrive, che scrivo, la scrivo per dire qualcosa a qualcuno. In tutto quest'odio che sembro provare, mi ritrovo sempre a scrivere versi di puntuale sentimento: potrei scrivere mille volte non posso vivere senza di te, perchè mentirei per me stesso e per i padri della lingua italiana. Tutti i giorni non "vivo" ma sopravvivo e vado avanti a sputare veleno su queste pagine: una volta finito mi restano quei dieci minuti al giorno, alla fine di ogni giorno in cui il sopraffiato m'assale per tant'assenza, l'ansia fa tremare le mani in una stanza vuota. In quei dieci minuti penso a lei, a chi chiamavo "ispirazione": per i primi cinque minuti la odio e per l'altra metà sono certo che sia la cura di tanta rabbia dentro, che più cerco di cancellare lei e più mi lascia il segno. 

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