Panta rei. Me lo diceva mio nonno, quando mi parlava della guerra: tutto passa, anche il male che hanno fatto gli uomini ad altri uomini. Panta rei. Pregavo per cinque anni a riempire righe e righe di greco e lacrime al liceo: passeranno gli anni prima della maturità o la passeranno la versione domani? Panta rei. Me lo diceva una donna sbagliata incontrata sul mio cammino: me ne andrò e con me il tuo tormento. Tutto passa nella vita. Passano le mode che durano un'estate, la febbre e i treni persi. Passano le amicizie a convenienza, le relazioni vuote a perdere. Passa la voglia, la fame, il sonno. Passa la vita...Passa il temporale e torna il sereno e passa anche quello appena prima una nuova tempesta. "Adda passà a nuttata" e le scale che scendi una volta che sei inciampato. Passa il dolore anche dopo cent’anni. Passa la sabbia nella clessidra anche se lentamente, quando sei nel tuo angolo ad attendere il ritorno della persona che più di ogni persona hai desiderato incontrare. Passa il sangue dentro le vene, quando batte il cuore che pari un ragazzino al primo appuntamento, così come le pulsazioni nelle tempie dopo l'ultimo litigio. Tutto passa. Quello che non passerà mai sono tuo padre e tua madre. Sono i tuoi nonni, le tue sorelle. Tutto passa meno chi ti ama e d è l'ultimo arrivato nella tua vita. Panta rei meno che l'amore, quello vero, che non pretende, che vuole crescere, rimanere nonostante i lividi. Chi prova un sentimento giusto e cortese subirà altrettanto amore ma anche odio, tedio, infamità: quando proverai quest'ultime, quando maledirai chi è cocciuto e cieco per quell'amoraccio, lui/lei saranno lì, saranno scoglio e salvagente, saranno sbagliati, assurdi e con tanti difetti ma sono legati a te con un filo d’acciaio sottile come la seta. Saranno pronti, scattanti, soldati in guardia, presenti, saranno persiane socchiuse a vegliare su di te, saranno porte sempre aperte dove entrare senza chiedere permesso, senza neppure dire "sono tornato", perchè chi prova quel sentimento non aspettava altro che te. Sono testimoni della tua felicità e della tua infinita tristezza, medaglieri nelle tue vittorie e fazzoletti delle tue sconfitte. Chi ama è impotente ma mai arreso. E allora non c’è moda che gli detti regole, usura che lo logori, treno che lo travolga: chi ama non passerà, se ne starà lì come ha fatto finora per trentanni ad aspettare e lo farà ancora, dopo aver visto passare la sua stella cadente, in attesa che faccia il giro del globo e ripassi davanti i suoi occhi ancora per un solo breve istante. E allora, anche se non lo ammetteresti mai, ne sentirai il profumo: quello di una madre e un padre distanti, quello di un uomo e di una donna che allontani mai vuoi e non sai e che riprendi e rimandi a domani e chi lo sa mai. Quel profumo non passa. Panta rei meno chi ama.
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lunedì 8 settembre 2014
Panta rei
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giovedì 5 giugno 2014
A mio nipote
Ora che il mondo dei grandi è ancora lontano, quel mondo dove la fantasia è assopita e calpestata dalla razionalità, sii frivolo e canta e suona canzoni inventate, sii sentimentale e salta sul letto quando la mamma ancora dorme e svegliala con un abbraccio, perchè ora, che non conosci ancora il significato di un ti voglio bene, sai essere più sincero dei grandi e sai conoscerne la vera essenza di quelle parole. Commetti tutti gli errori che vuoi e non perchè sai d'essere perdonato ma perchè quelle crosticine sulle ginocchia sapranno forgiare il tuo essere uomo e umano domani. Rovesciati, cadi e lasciati andare nel pianto e nella rabbia, nell’amore ingenuo, usa ogni parola che riesci a cogliere, crea con qualsiasi metrica ogni poesia che raccogli nell'aria di giugno, ingegna con ogni materiale e costruisci i castelli in aria a cui tenderai da grande. Per farti capire al futuro, per consegnarti alla vita di domani, sperimenta, viaggia con la mente e sporca le tue scarpe nuove della domenica, non trattenerti nel banco di scuola, non stancarti della leggera semplicità delle bolle di sapone, solo perchè un giorno racconterai le tue storie da bambino con frasi belle e con sgargiante malinconia. Non stancarti di calci e sudore dietro un pallone, non stancarti delle tue poesiole a Natale che escono cosi bene, mentre guardi i regali sotto l'albero e con la coda dell'occhio i tuoi nonni. Fidati dei tuoi sogni che saranno il progetto della tua vita, che siano il più fantasiosi possibili, perchè domani saranno precisi e taglienti come il foglio di carta sulla quale apporrai la tua prima firma d'un contratto. Comincia a desiderare un linguaggio tutto tuo, cambia il timbro della tua voce ogni volta che sarai innamorato e deluso o convinto. Guarda oltre ogni giorno di tempesta, così come oggi fai quando fuori piove e non vedi l'ora di tornare a giocare: metti in colonna quelle nuvole nere e laddove ci sarà confusione dimostrati all'altezza, così come paleserai indifferenza e furia. Sii sempre in moto, sempre mutevole, sulfureo e sinistro con chi ti mostrerà il profilo destro, accumula ciò che ti sovrasta e fallo tuo, trascinalo e rendilo minuscolo. Tu che oggi sai che ogni foglia sugl'alberi non è uguale all'altra, domani non essere cieco davanti alla diversità delle persone, godine della bellezza, inspirane il senso quando avrai bisogno della lingua speciale degli amanti per riconoscere la donna che ti donerà il batticuore. Come oggi che con un urlo ti liberi del grembiule l'ultimo giorno assolato di scuola, ricorda che con un altrettanto urlo, con un grido ti libererai dalla polvere che sulle spalle altri cercheranno di accollarti. Ricorda che domani non serviranno tante parole per difenderti quando sarai nel giusto, che nulla è mai preciso, perchè nulla poggia mai con entrambi i piedi per terra. Ed io, nipote mio, che non riesco a calarmi nella parte dello zio ma ben vesto gli abiti d'un compagno di gioco, mi viene difficile sentirmi chiamare zio, appunto, perchè ogni volta che incontro la tua fronte sudata e la tua risata aperta, vorrei tornare ad essere felice e spensierato come te.
venerdì 30 maggio 2014
giovedì 29 maggio 2014
00:10
Si parte dalla rabbia in corpo, dal veleno da sputare.
Quella che fino a ieri mi è mancata e che chiamavo "ispirazione" non era certo qualcosa o qualcuno di positivo. Basta allora solo un'idea, netta e precisa, mannaia sul tempo, sulle decisioni nitide dopo tanto patire. Le parole allora eruttano sole e vengono fuori così, magma rosso sul foglio bianco: mentre scorre lenta, resta sul contorno d'ogni singola parola, solco già scavato da pensieri furiosi. In questo flusso rovente, che dai neuroni al fegato fin dentro gli occhi lucidi sputa fuori, ho inteso che si scrive per se stessi solo la lista della spesa e che una volta finita puoi strappare, perchè non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che si scrive, che scrivo, la scrivo per dire qualcosa a qualcuno. In tutto quest'odio che sembro provare, mi ritrovo sempre a scrivere versi di puntuale sentimento: potrei scrivere mille volte non posso vivere senza di te, perchè mentirei per me stesso e per i padri della lingua italiana. Tutti i giorni non "vivo" ma sopravvivo e vado avanti a sputare veleno su queste pagine: una volta finito mi restano quei dieci minuti al giorno, alla fine di ogni giorno in cui il sopraffiato m'assale per tant'assenza, l'ansia fa tremare le mani in una stanza vuota. In quei dieci minuti penso a lei, a chi chiamavo "ispirazione": per i primi cinque minuti la odio e per l'altra metà sono certo che sia la cura di tanta rabbia dentro, che più cerco di cancellare lei e più mi lascia il segno.
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