Mi chiamo Giovanni, oggi compio 36 anni e negli ultimi venti entro ed esco di galera: potrei affermare di non essere nato libero. Mi sono accorto d'essere diventato maggiorenne, quando s'una camionetta della penitenziaria dal carcere di Nisida fui trasferito a Sollicciano. I miei ricordi da adolescente sono quadrati come le fessure delle sbarre che affacciano sui cortili delle case circondariali. Ho molti amici ma non li vedo mai, parlo l'arabo e il rumeno, conosco i dialetti e le tradizioni di mezza Italia. Non ho mai provato un sentimento, se non per le donne stampate ed appese ai muri crepati. Quando è iniziata la mia carriera non avevo nè un pelo in viso nè un soldo in tasca: mi dicevo provaci, è facile come nei film! Sfonda il finestrino e scappa. Quella fu la mia prima volta, quando per tutti quella è l'età della prima volta, e il mio primo bacio lo diedi a mia madre, quando i carabinieri in borghese piombarono in casa una notte, per portarmi via. Sei mesi e poi libero: metto la testa in ordine, ho fatto una cazzata ma sono giovane e posso migliorare. Ho migliorato, sì, e come: facevo il ganzo nei giardinetti con il ferro sotto il Moncler, che un albanese gettò da una vespa in corsa dopo uno scippo, e m'atteggiavo con la spavalderia tagliante come le posate di plastica. Un mio amico più grande, che faceva le pulizie in banca, preparò il colpo e la mia ascesa: quel giorno lucidai tutta la mattina la Beretta e alla sera mangiavo nella scodella fagiolini in umido e tonno in Via Orti Oricellari. Avevo una famiglia che mi voleva bene, un padre commesso alla Bartolini e una madre cuoca, tanti sacrifici ma mai nulla mi mancava. Non bastava: volevo la fama dei Nirvana e non i fan di Micheal Jackson, a 17 anni volevo sentirmi siciliano a Firenze come Provenzano e Riina, tant'è che il mio nome divenne tritolo. Ma la Toscana non è Palermo ed eccomi allora sulla camionetta della penitenziaria con gli agenti a ridermi contro un tanti auguri beffardo. Basta furti e rapine, decisi in cuor mio, stringendo i pugni più delle manette ai polsi. Durante la mia prima vera vacanza al mare un cane spelacchiato fiutò nel mio termos cento grammi di marijuana. E rieccomi dentro. Ormai conoscevo tutti, agenti e donne delle pulizie, il P.M. mi chiamava per nome e mio padre che quel nome avrebbe voluto dimenticarlo. Appena uscito da Sollicciano conobbi Enrichetta, per gli amici la gazza, e la portai a vivere con me: per amore di quella stronza m'accollai la colpa per quell'oro trovato nella sua valigia. Mentre mi portavano via gridai poliziotti infami ma con la voce un po’ indecisa, perchè l'infame fu proprio lei mentre mi sorrideva dalla finestra, gustandosi il mio profilo nell'alfetta degli sbirri. Il mio sogno di mangiare pane e malavita e pippare polvere da sparo durava il tempo dei quattro giorni di galera prima di finire ai domiciliari ancora e ancora: risse ogni sabato sera, giusto per tenere allenata la mia fama illecita. Oggi compio 36 anni e sono ancora ai domiciliari: a settembre verrò giudicato in terzo grado e con tutta questa giurisprudenza imparata a mie spese potrei difendermi meglio che un avvocato. In fondo ognuno in questa vita deve prendersi una parte per questa grande recita: io, che da ragazzino facevo il ladro e gli altri le guardie, io che a quel gioco non venivo mai preso, posso oggi dire che che gli sbrirri fanno davvero un lavoro infame con tutta questa gentaglia in giro e che la legge è uguale sicuramente per me e quasi per tutti e che la fortuna mi ha baciato prima di lavarsi i denti. Oggi in questa casa, dove vivo da solo da quando la natura s'è portata via i miei, le stagioni sono scandite dai controlli dei carabinieri e dal sole caldo e il vento freddo che entra dalle mie persiane semiaperte.

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