Difficile immaginare un romanzo meno adatto per il pubblico italiano dell’ultimo di "Inferno" di Dan Brown. Un libro non si giudica dalla copertina, vero, ma il titolo e il ritratto del Sommo Poeta Alighieri chiariscono sin da subito che nel romanzo si parli di Dante, della Divina Commedia ed ovviamente di Firenze. Il frontman è sempre lui: il professore di storia dell’arte, esperto di simbologia, Robert Langdon, e a seguire l’immancabile fanciulla assistente, che fino all'ultima riga non si saprà se lo tradirà o meno, l'insostituibile complotto con ricadute mondiali e la conseguente entrata in campo di una organizzazione segreta. Una ripetizione della ripetizione già letta e vista al cinema con Il Codice da Vinci e Angeli e Demoni? Può darsi! Inferno è stato uno di quei libri che è rimasto poco sul mio comodino proprio perchè nel suo essere collaudato e ripetitivo Dan Brown è riuscito anche questa volta ad inserire per la terza volta il suo l'asso da giocare: dopo il cryptex e le statue degli angeli romani ha piazzato l' indovinello toscano da sciogliere, per giungere a salvare il mondo con tanto di marchingegno che lo protegge. Errori di traduzione a parte, si fa un grande ricorso alla memoria fotografica tipica del prof. Langdon, per fingere una ricercatezza linguistica che non corrisponde allo stile sciatto/americanesco del romanzo. Ciò che da da noia per un ex studente del classico come me è come l'autore con due righe (l’Inferno è il mondo dei dannati descritto nella Divina commedia, il poema di Dante Alighieri, che rappresenta il regno degli inferi come una struttura elaborata, popolata da entità chiamate “ombre”, anime condannate al castigo eterno) sfaldi l'opera dell'eterno Dante e lo fa in un modo che appaia un episodio della serie Ghostwisperer: non prova neppure a chiamare Cantica l'Inferno dantesco, reputando il termine troppo pericolosamente tecnico per un pubblico che a priori reputa ignorante. Grave errore visto che ogni studente italiano ha amato ed odiato la Divina Commedia a tal punto da farne un vanto dei propri studi e caposaldo della propria cultura: il mio professore Donnarumma, che non esitava un istante a suggellare con un 3rosso un tema di italiano, prenderebbe Don Brown a schiaffi proprio col suo libro. In effetti, colpi di scena a parte, il romanzo va avanti così, illustrando pagina dopo pagina la vulgata più banale della Divina commedia, compresa la storia d’amore fra Dante e Beatrice. I versi noti a qualunque lettore italiano della prima cantica dantesca vengono presentati come un campionario di misteri indecifrabili ed addirittura diventa un enigma di difficile soluzione il messaggio di uno dei personaggi che lascia detto al prof. Langdon che per lui La porta del Paradiso è aperta: peccato che l’ambientazione sia Firenze e la Porta del Paradiso è la porta che orna il Battistero di San Giovanni dinanzi al Duomo di Santa Maria in Fiore. Comprenderei anche che per un americano, che mal si destreggia con la lingua italiana, i versi della Divina Commedia possano apparire misteriosi e indecifrabili ma per il lettore italiano il lungo e inutile percorso per la decrittazione del testo appare ridicolo e noioso.
E veniamo a Firenze. La descrizione dei luoghi della città, che ospita più della metà del romanzo, è lunga e straziante fatta di pagine e pagine strappate da qualche guida commerciale, che spiegano per esempio cosa siano le antiche porte all'odierno centro storico gigliato, come fa per Porta Romana: un’alta barriera di pietra e mattoni con un passaggio al centro che conserva il massiccio portone di legno a due battenti, ora sempre aperto per il libero transito dei veicoli...eeeeeeh! Mi pare siano le istruzioni in arabo mangiano olive al forno e lampredotto a colazione, invadono con nuvole di fumo misto a pungente aroma di caffè espresso gli ascensori e in ogni singolo ambiente chiuso, ospedali compresi e riempiono di statue di uomini nudi la piazza più importante della città con bizzarre pruderie! Il prof. Langdon, che a Firenze tra i Giardini di Boboli e Piazza della Signoria dovrebbe sentirsi a casa, cade in ogni trappola possibile, dalle più banali alle più sofisticate, si fida sistematicamente delle persone sbagliate, controlla la mail dal primo portatile che gli capita a tiro, si perde in divagazioni erudite mentre un commando armato fino ai denti lo attende sotto casa, rischia l’attacco di panico perché non riesce a trovare una libreria aperta di lunedì (a Firenze le attività commerciali sono chiuse il lunedì, ndr). Dow Brown veste Langdon con un’excusatio non petita che era meglio evitare: tanto per gradire usa la fonte battesimale del Battistero di San Giovanni come un lavandino, per smacchiare la maschera funebre di Dante con uno strofinaccio, danneggia in modo irreparabile L’Apoteosi di Cosimo I del Vasari, saltando da una trave all’altra del Salone dei Cinquecento, pur di sfuggire al killer alle sue spalle. Sostanzialmente Inferno è la sceneggiatura già scritta per il grande schermo: gli errori storici e culturali faciliteranno il lavoro agli scenegiatori di questo James Bond in salsa italiana che pare però dal testo un Gianni e Pinotto all'americana maniera.
In conclusione: Inferno è un romanzo spettacolare, se si parte dai dovuti presupposti, accettando che non sia un capolavoro di stile. Non sono io uno scrittore ma Dan Brown - passatemela - scrive piuttosto maluccio ma, ai fini di quello che è il film mentale e la fantisticheria che suscitano nel lettore, poco importa, proprio perché non si leggendo il romanzo di Osho che cambierà la vita o farà rivedere il modo in cui si percepisce il mondo. In gergo è un guilty pleasure, un prodotto di intrattenimento, un libro che si legge da solo, un page-turner. In Inferno ho rivisto gli echi dei romanzi d’appendice di fine ottocento, così come dei pulp della prima metà del novecento. C’è azione più o meno improbabile e più o meno oltraggiosa per l'arte e la letteratura italiana. C’è ritmo, cadenzato in capitoli brevissimi, ognuno dei quali termina con un colpo di scena o un cliffhanger. Ci sono aneddoti che aiutano a contestualizzare la storia e a renderla accattivante per il lettore. In questa ottica Dan Brown non è quell'educatore del pubblico nè propone la morale in chiave metaforica: scrive qualcosa che la gente abbia il piacere di leggere in spiaggia o sui mezzi pubblici o prima di andare a dormire, che diverta ed intrighi a tal punto giusto per vedere come va a finire.
Riassumendo: buon libro, ottimo se non lo si prende troppo sul serio e lo si legge per puro e semplice svago. Non mancano le sbavature ma passano in secondo piano grazie al ritmo incalzante e all’azione serrata.
Lo ricomprerei? No.
Mi è piaciuto? Si ed andrò a vedere il sequel al cinema per godermi l'ambientazione fiorentina.

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