domenica 8 giugno 2014

Albe e tramonti sottovuoto


Paura. 
Mi fa molta paura l’idea di ritrovarmi così, appoggiato come un straccio sciupato su una sedia a rotelle, guardando il mondo da un vetro. 
Gli ultimi anni di albe e di tramonti sottovuoto, a sfogliare le pagine dei ricordi con mani nodose e dita accartocciate, che non si aprono più nemmeno al saluto dei nipoti. Anche oggi l’impresa è attraversare il breve passaggio dal letto alla poltrona: prima un piede e dopo l’altro, per approdare, sfiancata e tremolante al manico, prima di lasciarsi andare sul cuscino, l’unico slancio di vitalità dei giorni in attesa del sipario, che cala su tempi pieni d’energia.

“Guardami, sono tutta un livido. Ieri sono caduta. Il mio corpo non rispondeva: sembravo un vaso con una pianta secca, accoccolata lì in un angolo, il fiato mozzo per la botta alle costole già incrinate…”

Io ti vedo, aggrappata alla vita, a morderle la coda nervosamente. Sbatacchiata fra i flutti dei pensieri e dei ricordi, così stanca da non opporvi più nemmeno resistenza al giorno, quel giorno che inevitabile verrà. Lo attendi come una benedizione, come un sollievo alla tua inutile stanchezza rivestita di pelle sottile. Come faccio a rendere difficile la voglia di starti al fianco, eppure sei uno specchio perturbante, che farei a meno di guardare, in cui anche io dovrò riflettermici.

“Non ne posso più. Ieri notte non riuscivo a dormire: mi venivano in mente ricordi, la testa andava per conto suo. Ricordi di quando da bambina aiutavo mia zia, che faceva la sarta. E poi c’era quel ragazzotto romano, che la giacca lisa ma che quel giorno che mi invitò a ballare sembrava un divo del cinema dei tempi miei.”

Sono giorni questi in attesa di abdicare al nostro corpo, ai nostri progetti, alle nostre forze e all’ultimo voto. Mi dicono che i nonni sono saggi da ascoltare e le nonne, cardando la lana, insegnando a ricamare con in una mano il paiolo e nell’altra la staffetta della vita. Mia nonna mi chiese di portarla al mare un’ultima volta, lei che il mare l’aveva visto una sola volta dal finestrino del treno che dal paesino sull’Appennino la portò per la troppa miseria fino in Germania, da cui tornò in macchina come una signora. Quel giorno disse che, se non avesse potuto invecchiare al volante di quell’utilitaria viaggiando per il mondo, avrebbe voluto che i suoi occhi si spegnessero al tramonto del suo paese natale, tra le zolle di quegl’orti le cui onde lambiscono i ricordi, placando il dolore d’una vita dura. Ora resto qui con i miei ricordi fatti solo di parole sull’ orlo silenzioso di questa porta nella cui stanza altre donne di nero vestite ti accudiscono, ti rivestono anche col tuo viso, che nonostante l’amarezza d’una vita di polvere e sudore, è sempre solcato anche in questo momento ferale dal sorriso da fanciulla, che stringe le pieghe intorno i tuoi occhi marroni cupi come la terra di novembre, priva d’ogni frutto che pareva a riposo ma che meditava la rinascita in primavera. Il resto intorno sono solo i metri oltre la porta della tua stanza, uno spazio in bianco e nero che hai abitato su d’un filo di luce, fantasticando sulla fuga da un mondo piccolo, dal quale ora la vita ha deciso di portarti via. Penso alle sue parole un attimo prima del trapasso, ancora una volta con il suo sguardo severo ma buono m’ammoniva pur davanti ad un successo: “Si va avanti, che non è ch’ama fa ride la gente”, un’espressione tipica per dire che c’è c’è sempre una dignità da preservare e che non bisogna cullarsi sulle vittorie, perché basta un attimo per cadere in disgrazia. Sono le nostre madri, le nostre nonne a volerla questa dignità, i nostri padri e prima di loro i loro padri a lavorare per poterci permettere di custodirla: diventiamo magistrati, insegnanti, avvocati, tutori della legge, medici, ingegneri, siamo pronti a parlare di tutto con una mentalità aperta che non ha nulla a che vedere con quella con cui siamo cresciuti, quella che i nostri avi hanno vissuto e che hanno per tutto e in ogni maniera evitato che le vivessimo, finanche privandosi loro stessi della felicità pur di donarla ad una nuova vita, per dare dignità, appunto, alle generazioni che venivano. Di mia nonna ricordo come la domenica mattina sbrigasse le faccende, come se avesse avuto il diavolo che l’inseguiva. Alle sei aveva già acceso il fuoco nella stufa a legna della cucina, messo a bollire un sugo denso che riempiva le stanze di odori, lavato a mano calzini e maglie e sulla tavola erano già pronte le tazze della colazione. Alle sette scalpitava, andava in camera, tirava fuori dall’armadio il vestito buono: nero e di lana pesante. Dal comò prendeva la borsetta, un robino ormai così vecchio che si poteva leggerne l’età dalle crepe della pelle. Ci metteva dentro un fazzoletto pulito, cento lire e il santino di Don Bosco. Si metteva le scarpe, il fazzoletto in testa, il cappotto e finalmente era pronta: doveva correre alla messa, che pareva che il prete non iniziasse se mancava lei, e riprendeva mio zio Pasquale che erano dieci minuti e ancora non era sceso dalle scale. Mia nonna si faceva il nome del Padre con ampi gesti della mano e ed ad occhi chiusi con una solennità ancestrale ed ascoltava la Messa, tendendo un orecchio ed asserendo alla predica. Al momento delle offerte dal pugno chiuso lanciava del denaro nel cestino e mai ho intuito quanta fosse l’offerta: allora mi diceva “Non importa il valore ma il significato dell’azione” e, poco prima di morire, ancora con quell’ampio gesto solenne delle mani mi disse che la cosa più difficile dell’essere figli di questo mondo é difendere i valori che contano: “sincerità, onestà, famiglia sono cose sacre”.

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