Paura.
Mi fa molta paura l’idea di
ritrovarmi così, appoggiato come un straccio sciupato su una sedia a
rotelle, guardando il mondo da un vetro.
Gli ultimi anni di albe e di
tramonti sottovuoto, a sfogliare le pagine dei ricordi con mani nodose e
dita accartocciate, che non si aprono più nemmeno al saluto dei nipoti.
Anche oggi l’impresa è attraversare il breve passaggio dal letto alla
poltrona: prima un piede e dopo l’altro, per approdare, sfiancata e
tremolante al manico, prima di lasciarsi andare sul cuscino, l’unico
slancio di vitalità dei giorni in attesa del sipario, che cala su tempi
pieni d’energia.
“Guardami, sono tutta un livido.
Ieri sono caduta. Il mio corpo non rispondeva: sembravo un vaso con una
pianta secca, accoccolata lì in un angolo, il fiato mozzo per la botta
alle costole già incrinate…”
Io ti vedo, aggrappata alla vita, a
morderle la coda nervosamente. Sbatacchiata fra i flutti dei pensieri e
dei ricordi, così stanca da non opporvi più nemmeno resistenza al
giorno, quel giorno che inevitabile verrà. Lo attendi come una
benedizione, come un sollievo alla tua inutile stanchezza rivestita di
pelle sottile. Come faccio a rendere difficile la voglia di starti al
fianco, eppure sei uno specchio perturbante, che farei a meno di
guardare, in cui anche io dovrò riflettermici.
“Non ne posso più. Ieri notte non
riuscivo a dormire: mi venivano in mente ricordi, la testa andava per
conto suo. Ricordi di quando da bambina aiutavo mia zia, che faceva la
sarta. E poi c’era quel ragazzotto romano, che la giacca lisa ma che
quel giorno che mi invitò a ballare sembrava un divo del cinema dei
tempi miei.”
Sono giorni questi in attesa di abdicare
al nostro corpo, ai nostri progetti, alle nostre forze e all’ultimo
voto. Mi dicono che i nonni sono saggi da ascoltare e le nonne, cardando
la lana, insegnando a ricamare con in una mano il paiolo e nell’altra
la staffetta della vita. Mia nonna mi chiese di portarla al mare
un’ultima volta, lei che il mare l’aveva visto una sola volta dal
finestrino del treno che dal paesino sull’Appennino la portò per la
troppa miseria fino in Germania, da cui tornò in macchina come una
signora. Quel giorno disse che, se non avesse potuto invecchiare al
volante di quell’utilitaria viaggiando per il mondo, avrebbe voluto che i
suoi occhi si spegnessero al tramonto del suo paese natale, tra le
zolle di quegl’orti le cui onde lambiscono i ricordi, placando il dolore
d’una vita dura. Ora resto qui con i miei ricordi fatti solo di parole
sull’ orlo silenzioso di questa porta nella cui stanza altre donne di
nero vestite ti accudiscono, ti rivestono anche col tuo viso, che
nonostante l’amarezza d’una vita di polvere e sudore, è sempre solcato
anche in questo momento ferale dal sorriso da fanciulla, che stringe le
pieghe intorno i tuoi occhi marroni cupi come la terra di novembre,
priva d’ogni frutto che pareva a riposo ma che meditava la rinascita in
primavera. Il resto intorno sono solo i metri oltre la porta della tua
stanza, uno spazio in bianco e nero che hai abitato su d’un filo di
luce, fantasticando sulla fuga da un mondo piccolo, dal quale ora la
vita ha deciso di portarti via. Penso alle sue parole un attimo prima
del trapasso, ancora una volta con il suo sguardo severo ma buono
m’ammoniva pur davanti ad un successo: “Si va avanti, che non è ch’ama fa ride la gente”,
un’espressione tipica per dire che c’è c’è sempre una dignità da
preservare e che non bisogna cullarsi sulle vittorie, perché basta un
attimo per cadere in disgrazia. Sono le nostre madri, le nostre nonne a
volerla questa dignità, i nostri padri e prima di loro i loro padri a
lavorare per poterci permettere di custodirla: diventiamo magistrati,
insegnanti, avvocati, tutori della legge, medici, ingegneri, siamo
pronti a parlare di tutto con una mentalità aperta che non ha nulla a
che vedere con quella con cui siamo cresciuti, quella che i nostri avi
hanno vissuto e che hanno per tutto e in ogni maniera evitato che le
vivessimo, finanche privandosi loro stessi della felicità pur di donarla
ad una nuova vita, per dare dignità, appunto, alle generazioni che
venivano. Di mia nonna ricordo come la domenica mattina sbrigasse le
faccende, come se avesse avuto il diavolo che l’inseguiva. Alle sei
aveva già acceso il fuoco nella stufa a legna della cucina, messo a
bollire un sugo denso che riempiva le stanze di odori, lavato a mano
calzini e maglie e sulla tavola erano già pronte le tazze della
colazione. Alle sette scalpitava, andava in camera, tirava fuori
dall’armadio il vestito buono: nero e di lana pesante. Dal comò prendeva
la borsetta, un robino ormai così vecchio che si poteva leggerne l’età
dalle crepe della pelle. Ci metteva dentro un fazzoletto pulito, cento
lire e il santino di Don Bosco. Si metteva le scarpe, il fazzoletto in
testa, il cappotto e finalmente era pronta: doveva correre alla messa,
che pareva che il prete non iniziasse se mancava lei, e riprendeva mio
zio Pasquale che erano dieci minuti e ancora non era sceso dalle scale.
Mia nonna si faceva il nome del Padre con ampi gesti della mano e ed ad
occhi chiusi con una solennità ancestrale ed ascoltava la Messa,
tendendo un orecchio ed asserendo alla predica. Al momento delle offerte
dal pugno chiuso lanciava del denaro nel cestino e mai ho intuito
quanta fosse l’offerta: allora mi diceva “Non importa il valore ma il significato dell’azione”
e, poco prima di morire, ancora con quell’ampio gesto solenne delle
mani mi disse che la cosa più difficile dell’essere figli di questo
mondo é difendere i valori che contano: “sincerità, onestà, famiglia
sono cose sacre”.

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