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venerdì 14 novembre 2014

Era un pomeriggio, era novembre

Ancora qualche giorno e sarà il tuo onomastico e poi ancora il tuo compleanno. Ancora qualche giorno e sarà quel pomeriggio di novembre e dodici gli anni io e te distanti. Quel giorno io vorrei ricordarti come si fa con un amico che è partito per un viaggio lontano, con cui di tanto in tanto passo le notti a chiacchierare sul tempo trascorso quando eri qui con me, passando dalle battute ai ricordi, dalle pacche sulla spalla ai discorsi filosofici su come si cresce e su come si affronta la vita. Quel giorno in cui te ne sei andato io sono rimasto solo: si è spezzato un filo che tra noi due non è durato nemmeno il tempo di vedermi maggiorenne, si è interrotto un discorso iniziato a tavola e finito alle 14.30 di un pomeriggio di novembre tra un medico a testa china e i tuoi colleghi accorsi in un lampo. Quel giorno io sono rimasto solo e credo d’averti dato la peggio delusione che un figlio possa dare ad un padre, quella di non poterti mostrare quanto sia diventato un po’ più uomo. Ogni giorno seguo la tua stessa strada, perché spero in fondo di poterti ritrovare, impegnandomi con la tua stessa dedizione: questo mi da coraggio nelle scelte, mettendo un piede dopo l’altro, cercando di somigliarti, di trovare un modo per vederti ancora lì in piedi con la tua malboro tra le dita mentre scruti fuori la finestra. So che ci sei ma devo fare i conti con la tua mancanza. La mancanza è una donnaccia che mi prende alla gola prima ancora che alla testa. La tua mancanza comincia ogni giorno da oltre dieci
anni tutti i giorni con una domanda banale, stupida, innocua a prima vista – “quel giorno ero a casa con mio padre ma cosa ci stavamo dicendo…” – e cerco nella mente, frugo nei ricordi. E allora mi viene la smania di sapere e vorrei tanto chiedertelo quel giorno di novembre su cosa discutevamo. E mi fermo. Mi blocco. Stamani mi sono bloccato davanti lo specchio con il rasoio nella mano destra e la faccia insaponata. In quel rallenty dell’anima guardavo i miei occhi ed ho trovato lo stesso colore dei tuoi. Guardavo i miei capelli ed ho visto la tua pettinatura ai tuoi 30 anni. Le tue stesse rughe, la tua stessa espressione inscalfibile, tanto seria che però basta un nulla per farmi scappare una risata fragorosa. Mi sono accorto che io e te, radendoci la barba, ci tagliamo negli stessi punti: senza che tu me lo abbia mai insegnato, non avendo tu avuto il tempo di vedermi spuntare il primo pelo in viso, inconsciamente, come quando seduto sulla lavatrice ti guardavo al mattino, con la stessa metodica operazione ho applicato uno e un altro pezzettino di carta per tamponare i tagli. In quel preciso istante quello che stavo facendo, ha smesso di essere quella che è un’operazione comune – radersi che è un insegnamento che ogni padre tramanda al proprio figlio – perché capisco che la persona, l’unica persona che potrebbe darmi la risposta su cosa io e te stessimo discutendo quel giorno di novembre, non c’è più. La mancanza non è solo questione di affetti persi, non è accarezzare una poltrona vuota, mettere la faccia dentro una maglia ritrovata, annusare tracce di un odore che non c’è più ma cerco ancora dopo anni, come quando di nascosto ancora oggi indosso le tue divise, di sentirmi davvero come te, con te. La mancanza non è solo avere voglia di parlare con una persona, stringerle le mani come facevi o voltarle le spalle, prenderla in giro o litigare: la mancanza è spesso per le domande senza risposta, per pezzetti di carta sul viso come i pezzi di ricordi persi e che non troverai, perché chi poteva condividerli con te non c’è più. La mancanza è una domanda senza risposta: “di cosa stavamo parlando? Dei miei voti a scuola? Delle lezioni di musica che non seguivo più? Di cosa volessi fare dopo il diploma? Era un bel giorno di novembre, c’era il sole, mi ricordo. Era caldo quel pomeriggio, mi ricordo. Eravamo io e te in casa, mi ricordo. Ma di cosa stavamo parlando, ecco, non lo so, non lo saprò più.” La mancanza è una donnaccia che mi prende in giro e mi lascia solo, più di prima: è un passato che va via senza chiedere il permesso e non ritrovo nonostante tenti di inseguirlo, è una risposta bella che mi avevi dato e non saprò com’era. Come un serpente che si mangia la coda, la mancanza gira su se stessa e provoca a sua volta assenza, ogni domanda che resta sospesa crea altre domande, ogni momento in cui mi senti solo genera solitudine, ogni pezzo di memoria persa non mi allontana dal quel passato che cerco, che mi serve, che ha fatto di me ciò che sono. La mancanza è fatta così e non resta che riprendere in mano il rasoio e continuare a radermi, vedendo te nei miei occhi, nelle mie espressioni, nei miei giorni in cui sei mancante, mettendo un passo dopo l’altro ed andando avanti, dimenticando o cercando di farlo fino alla prossima domanda senza risposta, così come è successo quel giorno. Quel giorno era un pomeriggio, era di novembre.

tratto da www.lacodadelgatto.wordpress.com 

domenica 8 giugno 2014

Albe e tramonti sottovuoto


Paura. 
Mi fa molta paura l’idea di ritrovarmi così, appoggiato come un straccio sciupato su una sedia a rotelle, guardando il mondo da un vetro. 
Gli ultimi anni di albe e di tramonti sottovuoto, a sfogliare le pagine dei ricordi con mani nodose e dita accartocciate, che non si aprono più nemmeno al saluto dei nipoti. Anche oggi l’impresa è attraversare il breve passaggio dal letto alla poltrona: prima un piede e dopo l’altro, per approdare, sfiancata e tremolante al manico, prima di lasciarsi andare sul cuscino, l’unico slancio di vitalità dei giorni in attesa del sipario, che cala su tempi pieni d’energia.

“Guardami, sono tutta un livido. Ieri sono caduta. Il mio corpo non rispondeva: sembravo un vaso con una pianta secca, accoccolata lì in un angolo, il fiato mozzo per la botta alle costole già incrinate…”

Io ti vedo, aggrappata alla vita, a morderle la coda nervosamente. Sbatacchiata fra i flutti dei pensieri e dei ricordi, così stanca da non opporvi più nemmeno resistenza al giorno, quel giorno che inevitabile verrà. Lo attendi come una benedizione, come un sollievo alla tua inutile stanchezza rivestita di pelle sottile. Come faccio a rendere difficile la voglia di starti al fianco, eppure sei uno specchio perturbante, che farei a meno di guardare, in cui anche io dovrò riflettermici.

“Non ne posso più. Ieri notte non riuscivo a dormire: mi venivano in mente ricordi, la testa andava per conto suo. Ricordi di quando da bambina aiutavo mia zia, che faceva la sarta. E poi c’era quel ragazzotto romano, che la giacca lisa ma che quel giorno che mi invitò a ballare sembrava un divo del cinema dei tempi miei.”

Sono giorni questi in attesa di abdicare al nostro corpo, ai nostri progetti, alle nostre forze e all’ultimo voto. Mi dicono che i nonni sono saggi da ascoltare e le nonne, cardando la lana, insegnando a ricamare con in una mano il paiolo e nell’altra la staffetta della vita. Mia nonna mi chiese di portarla al mare un’ultima volta, lei che il mare l’aveva visto una sola volta dal finestrino del treno che dal paesino sull’Appennino la portò per la troppa miseria fino in Germania, da cui tornò in macchina come una signora. Quel giorno disse che, se non avesse potuto invecchiare al volante di quell’utilitaria viaggiando per il mondo, avrebbe voluto che i suoi occhi si spegnessero al tramonto del suo paese natale, tra le zolle di quegl’orti le cui onde lambiscono i ricordi, placando il dolore d’una vita dura. Ora resto qui con i miei ricordi fatti solo di parole sull’ orlo silenzioso di questa porta nella cui stanza altre donne di nero vestite ti accudiscono, ti rivestono anche col tuo viso, che nonostante l’amarezza d’una vita di polvere e sudore, è sempre solcato anche in questo momento ferale dal sorriso da fanciulla, che stringe le pieghe intorno i tuoi occhi marroni cupi come la terra di novembre, priva d’ogni frutto che pareva a riposo ma che meditava la rinascita in primavera. Il resto intorno sono solo i metri oltre la porta della tua stanza, uno spazio in bianco e nero che hai abitato su d’un filo di luce, fantasticando sulla fuga da un mondo piccolo, dal quale ora la vita ha deciso di portarti via. Penso alle sue parole un attimo prima del trapasso, ancora una volta con il suo sguardo severo ma buono m’ammoniva pur davanti ad un successo: “Si va avanti, che non è ch’ama fa ride la gente”, un’espressione tipica per dire che c’è c’è sempre una dignità da preservare e che non bisogna cullarsi sulle vittorie, perché basta un attimo per cadere in disgrazia. Sono le nostre madri, le nostre nonne a volerla questa dignità, i nostri padri e prima di loro i loro padri a lavorare per poterci permettere di custodirla: diventiamo magistrati, insegnanti, avvocati, tutori della legge, medici, ingegneri, siamo pronti a parlare di tutto con una mentalità aperta che non ha nulla a che vedere con quella con cui siamo cresciuti, quella che i nostri avi hanno vissuto e che hanno per tutto e in ogni maniera evitato che le vivessimo, finanche privandosi loro stessi della felicità pur di donarla ad una nuova vita, per dare dignità, appunto, alle generazioni che venivano. Di mia nonna ricordo come la domenica mattina sbrigasse le faccende, come se avesse avuto il diavolo che l’inseguiva. Alle sei aveva già acceso il fuoco nella stufa a legna della cucina, messo a bollire un sugo denso che riempiva le stanze di odori, lavato a mano calzini e maglie e sulla tavola erano già pronte le tazze della colazione. Alle sette scalpitava, andava in camera, tirava fuori dall’armadio il vestito buono: nero e di lana pesante. Dal comò prendeva la borsetta, un robino ormai così vecchio che si poteva leggerne l’età dalle crepe della pelle. Ci metteva dentro un fazzoletto pulito, cento lire e il santino di Don Bosco. Si metteva le scarpe, il fazzoletto in testa, il cappotto e finalmente era pronta: doveva correre alla messa, che pareva che il prete non iniziasse se mancava lei, e riprendeva mio zio Pasquale che erano dieci minuti e ancora non era sceso dalle scale. Mia nonna si faceva il nome del Padre con ampi gesti della mano e ed ad occhi chiusi con una solennità ancestrale ed ascoltava la Messa, tendendo un orecchio ed asserendo alla predica. Al momento delle offerte dal pugno chiuso lanciava del denaro nel cestino e mai ho intuito quanta fosse l’offerta: allora mi diceva “Non importa il valore ma il significato dell’azione” e, poco prima di morire, ancora con quell’ampio gesto solenne delle mani mi disse che la cosa più difficile dell’essere figli di questo mondo é difendere i valori che contano: “sincerità, onestà, famiglia sono cose sacre”.

sabato 31 maggio 2014

Spettro d'una memoria di maggio



C’è un legame sottile e segreto fra dimenticare e ricordare. 
Ho attraversato la Piazza Pitti fino al Ponte Vecchio. Una presenza alle mie spalle, un'ombra antica sentivo mi seguisse tra tanta folla, come in quei film psicothriller dove la vittima è seguita da un killer in impermeabile beige prima d'essere trafitta. A un tratto il silenzio tra tanto fragore di risate e corse dei turisti distratti: un'onda di vento caldo m'ha attraversato, fermando il mio andare. Quel luogo, arpeggi di chitarra, gli odori, risate in rallenty. Ho cercato di ricordare qualcosa, che però mi sfuggiva. Un sibilo nell'orecchio sinistro e la vita intorno s'è fermata opaca. Un ricordo, un flashback terribile e adrenalinico, gambe inchiodate sul selciato ed ancora il vento caldo, il fiato grosso, il cuore impazzito: ritorno dal passato come chi si sveglia sudato da un incubo ed ancora quella presenza alle mie spalle. Chi vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa di cui sente ancora l'alito sulle spalle, troppo vicino a sé, troppo presente nel suo presente attuale. Non riuscivo a muovere nè lingua nè altro muscolo. Voltato d'istinto e coraggio, un brivido sulla schiena, come se quell'ombra m'avesse percorso da parte a parte, raggelandomi le ossa e schizzando la pelle d'oca: "io sono qui" con la voce d'uno spettro. Atterrito ho cercato mille spiegazioni, anche rifuggiandomi nella matematica dell'anima. "Io sono qui", ancora una volta quella voce. 
Tornato alla scrivania ho cercato tra foto, appunti, cartuscelle confuse e poi ho inteso di chi fosse a pronunciare quella frase sinistra. 
Il grado di lentezza nel dimenticare è direttamente proporzionale all’intensità della memoria. E' difficile slegarsi da certi spettri velocemente, perchè proporzionale all’intensità dell’oblio. E di quest'incubi al sole di maggio che mi circondo, così come faccio per i luoghi, testimoni e vittime di quel fantasma d'una lenta memoria che esorcizzo ma che resta piantano tra queste antiche mura.