Unità, giustizia e libertà sono la garanzia della felicità. Fiorisci
nel fulgore di questa felicità. Fiorisci, patria tedesca! (Deutschlandlied, inno nazionale tedesco).
Udite, mortali, il grido sacro: "libertà, libertà,
libertà!". Udite il rumore delle catene spezzate, guardate sul trono la
nobile uguaglianza. (Himno Nacional Argentino, inno nazionale argentino).
Non si è mai vista una finale mondiale così carica di
simboli, di macroeconomia, di significati, di geopolitica, di antropologia, di
intenzioni, di valori, di filosofia, di genio, di ordine, di caos, di matematica. Le ultime finali erano state sotto questo
profilo scialbe e piuttosto deludenti: Spagna-Olanda (2010) e Italia-Francia
(2006) erano finali d’Ancien Régime, ottocentesche, piccola politica di potenza
sul teatro europeo. Del
Brasile-Italia del 1994, resterà poco: Roberto Baggio che calcia l'ultimo rigore oltre la traversa e la memorabile affermazione
di Arrigo Sacchi siamo stati sconfitti nel risultato, non nel gioco. E
dunque eccoci ritornare indietro di un quarto di secolo a Germania-Argentina
del 1990, alle notti magiche sotto il cielo di un’estate italiana: non sono più
quelle notti e non sono soprattutto più quella Germania e quell’Argentina. Allora
la Germania, ancora tramortita dalla riunificazione di solo pochi mesi prima,
guardava con comprensibile preoccupazione al proprio futuro. L’Argentina,
governata - anche lei da pochi mesi - dall’altrimenti ignoto Fernando de la
Rua, viveva ancora nel clima di baldoria del decennio di Carlos Menem e nel
pittoresco culto di Maradona. In poco meno di venticinque anni la situazione si
è non solo capovolta ma cristallizzata in un’ implacabile simmetria che ha
tutta l’aria di voler durare in eterno. Emisfero boreale contro emisfero
australe, stabilità e solidità contro sinistri scricchiolii, ordinata gestione
contro trovate estemporanee. L’insistenza sui conti, che tanto spiace alle
anime latine, contro le mani sugli occhi per non vedere, per non sapere. E poi
un allenatore ben vestito, pulito e ravviato contro l’altro tutto stropicciato
e con i cernecchi bianchi al vento, come un vecchio zio un po’ balzano. Il genio sublime di Messi e la concretezza spietata di Müller, il volto crudo e nazista del portiere Neur contro Romero che nasconde nei calzoncini il messaggio d'amore della sua compagna. Sguardo teutonico contro sudore latino. Marce militari contro preghiere alla Signora di Luján. Calciatori con cui si andrebbe volentieri a cena contro soggetti che,
incontrandoli di notte, si tenderebbe a cambiar marciapiede. Una cancelliera preoccupata
più di fare il suo mestiere che di essere simpatica contro una presidentessa
che sembra uscita da una puntata di Ma come ti vesti su real Time. Una
compagine multietnica, comprensiva di turchi, ghanesi, polacchi e tunisini
tutti diventati tedeschi non superficialmente e non per furbizia contro
un’altra compagine arroccata in un nazionalismo tanto acceso quanto chiuso. La
verità è che la Germania ha un progetto, un’idea di sé, e l’Argentina no. Spira
da tutta la Germania una confortante aria di nuova middle class europea: standard di vita elevati ma estesi e non esibiti, cultura non elitaria ma di
buona qualità, non troppa comunque visti i disastri del passato. Valori non
troppo sofisticati e complessi, ma chiari e praticabili, civiltà di modi, impegno,
merito: il messaggio d’insieme è inequivocabile. L’essere tedeschi non è più
questione né di sangue né di terra e neanche di sublimità di pensiero: è una
way of life, un modo e un modello generale di comportamento, molto diverso da
quello americano. Un modello oggi applicato alla sola Germania, ma da
estendersi domani - inevitabilmente - a tutta l’Europa, applicabile a tutti gli
uomini di buona volontà, noi compresi. Certo, se tutto ciò non fosse così
ineluttabile, se i tedeschi non fossero così convinti dell’assoluta bontà della
loro posizione, sarebbe meglio, ci sentiremmo tutti meglio. Proprio per questo
la partita che si gioca domani sera oltre che un valore simbolico ne ha uno ben
maggiore, profetico, augurale, guardarla sarà come per gli auguri antichi
guardare il volo degli uccelli o il fegato delle capre. Forse vi potremo
leggere un presagio su quello che ci attende, sul nostro futuro, perché in
definitiva, se è vero che la ragione e i conti sono l’unica luce di cui
disponiamo in questa valle di lacrime, è anche vero che, come diceva Lawrence
d’Arabia, nulla è scritto. Neppure il risultato di una finale.
E allora Forza Argentina!

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