domenica 13 luglio 2014

Germania vs. Argentina. Metodo vs. Caos.


Unità, giustizia e libertà sono la garanzia della felicità. Fiorisci nel fulgore di questa felicità. Fiorisci, patria tedesca! (Deutschlandlied, inno nazionale tedesco).

Udite, mortali, il grido sacro: "libertà, libertà, libertà!". Udite il rumore delle catene spezzate, guardate sul trono la nobile uguaglianza. (Himno Nacional Argentino, inno nazionale argentino).


Non si è mai vista una finale mondiale così carica di simboli, di macroeconomia, di significati, di geopolitica, di antropologia, di intenzioni, di valori, di filosofia, di genio, di ordine, di caos, di matematica. Le ultime finali erano state sotto questo profilo scialbe e piuttosto deludenti: Spagna-Olanda (2010) e Italia-Francia (2006) erano finali d’Ancien Régime, ottocentesche, piccola politica di potenza sul teatro europeo. Del Brasile-Italia del 1994, resterà poco: Roberto Baggio che calcia l'ultimo rigore oltre la traversa e la memorabile affermazione di Arrigo Sacchi siamo stati sconfitti nel risultato, non nel gioco. E dunque eccoci ritornare indietro di un quarto di secolo a Germania-Argentina del 1990, alle notti magiche sotto il cielo di un’estate italiana: non sono più quelle notti e non sono soprattutto più quella Germania e quell’Argentina. Allora la Germania, ancora tramortita dalla riunificazione di solo pochi mesi prima, guardava con comprensibile preoccupazione al proprio futuro. L’Argentina, governata - anche lei da pochi mesi - dall’altrimenti ignoto Fernando de la Rua, viveva ancora nel clima di baldoria del decennio di Carlos Menem e nel pittoresco culto di Maradona. In poco meno di venticinque anni la situazione si è non solo capovolta ma cristallizzata in un’ implacabile simmetria che ha tutta l’aria di voler durare in eterno. Emisfero boreale contro emisfero australe, stabilità e solidità contro sinistri scricchiolii, ordinata gestione contro trovate estemporanee. L’insistenza sui conti, che tanto spiace alle anime latine, contro le mani sugli occhi per non vedere, per non sapere. E poi un allenatore ben vestito, pulito e ravviato contro l’altro tutto stropicciato e con i cernecchi bianchi al vento, come un vecchio zio un po’ balzano. Il genio sublime di Messi e la concretezza spietata di Müller, il volto crudo e nazista del portiere Neur contro Romero che nasconde nei calzoncini il messaggio d'amore della sua compagna. Sguardo teutonico contro sudore latino. Marce militari contro preghiere alla Signora di Luján.  Calciatori con cui si andrebbe volentieri a cena contro soggetti che, incontrandoli di notte, si tenderebbe a cambiar marciapiede. Una cancelliera preoccupata più di fare il suo mestiere che di essere simpatica contro una presidentessa che sembra uscita da una puntata di Ma come ti vesti su real Time. Una compagine multietnica, comprensiva di turchi, ghanesi, polacchi e tunisini tutti diventati tedeschi non superficialmente e non per furbizia contro un’altra compagine arroccata in un nazionalismo tanto acceso quanto chiuso. La verità è che la Germania ha un progetto, un’idea di sé, e l’Argentina no. Spira da tutta la Germania una confortante aria di nuova middle class europea: standard di vita elevati ma estesi e non esibiti, cultura non elitaria ma di buona qualità, non troppa comunque visti i disastri del passato. Valori non troppo sofisticati e complessi, ma chiari e praticabili, civiltà di modi, impegno, merito: il messaggio d’insieme è inequivocabile. L’essere tedeschi non è più questione né di sangue né di terra e neanche di sublimità di pensiero: è una way of life, un modo e un modello generale di comportamento, molto diverso da quello americano. Un modello oggi applicato alla sola Germania, ma da estendersi domani - inevitabilmente - a tutta l’Europa, applicabile a tutti gli uomini di buona volontà, noi compresi. Certo, se tutto ciò non fosse così ineluttabile, se i tedeschi non fossero così convinti dell’assoluta bontà della loro posizione, sarebbe meglio, ci sentiremmo tutti meglio. Proprio per questo la partita che si gioca domani sera oltre che un valore simbolico ne ha uno ben maggiore, profetico, augurale, guardarla sarà come per gli auguri antichi guardare il volo degli uccelli o il fegato delle capre. Forse vi potremo leggere un presagio su quello che ci attende, sul nostro futuro, perché in definitiva, se è vero che la ragione e i conti sono l’unica luce di cui disponiamo in questa valle di lacrime, è anche vero che, come diceva Lawrence d’Arabia, nulla è scritto. Neppure il risultato di una finale. 
E allora Forza Argentina!

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