domenica 6 luglio 2014

Superbia

La gente non è cattiva, è che non vede”.
Questo fa’ dire lo scrittore Alber Camus ad un personaggio dei suoi racconti. Riflettendoci viene da pensare che molti mali del nostro tempo abbiano a che fare con questa frase. “La gente non vede” è un peccato della modernità, perchè oggi abbiamo gli strumenti per sapere tutto ciò che succede nel mondo, però “non vediamo”. E’ il prezzo che si paga per certi vantaggi che alcuni di noi hanno rispetto ad altri. Il “non vedere” appare come un peccato essenziale, da cui ne derivano altri ancora, peggiori. Questo scrive Savater, filosofo spagnolo, nel suo libro “I sette peccati capitali”. La superbia è un male comune. Dilaga. Poche persone ne sono scevre, io certamente non faccio parte di queste ultime. Il problema è quando la superbia diventa un veleno. Conosco delle persone, una in particolare che ormai è affogata sotto il mare della superbia. Spero che vada bene la sua vita. Ma non credo. Nella politica la superbia è un “virus” presente e latente, che non trova pietà per le persone di buona volontà. Permettetemi in loco una voce di speranza verso la mia Città: Dottoroni, "gente importante", oratori in Piazza Plebiscito che lì vagano già dall'alba della prima repubblica. In questa cornice che i superbi purgano le colpe di noi cittadini. Superbi per un potere acquisito, a volte acquistato asuon di voti e favori. Malati dello stesso loro male: potere e favori. Litigano, sguazzando, si rigirano come alligatori nello stagno e tra le spire la loro preda: Ariano non merita questa fine. Ed è per questo che imploro che nessun arianese sia da dover destinare a gironi infernali e cornici del Purgatorio: neppure il miglior Dante saprebbe collocare l'anima dell'elettore arianese in preda alla crisi politica dei nuovi governatori della Città sul Tricolle. Che "lu paese nuostro" diventi Paradiso e non Inferno dove estinguere l'accidia, la gola e la superbia dei nostri oratori. I peccati capitali rischiano di aver il sopravvento, veti incrociati, vecchi marpioni, impresentabili baroni e servi del mattone, sembrano incunearsi nell’agone prossimo governativo. Il proscenio è occupato da un piccolo gruppo di esseri umani che vivono in branco, come accade per altre specie in cui vige un’organizzazione sociale. Su di loro domina un maschio tirannico e dispotico che è sollevato dalle fatiche del raccogliere e del cacciare. Giace con le donne dell’orda che tiene tutte per sé: uccide i giovani maschi che osano sfidare la sua leadership. E’ il superbo. Pur essendo egli isolato, i suoi atti intellettuali sono liberi ed autonomi, la sua volontà non ha bisogno di essere rafforzata da quella degli altri. Per conseguenza si suppone che il suo “Io” sia  scarsamente legato libidicamente, che non ami nessuno all’infuori di sé medesimo e che ami gli altri solo se e in quanto servono ai suoi bisogni. Freud definisce il superbo così: il suo “Io” non cede agli oggetti nulla che non fosse strettamente indispensabile”. La superbia e i peccati capitali rappresentano sette tappe che scivolano nell’abisso della  coscienza umana, in un clima da cerimonia segreta, una indagine eccentrica e magnetica che cerca di conciliare, fra nuove fratture e antiche armonie, la possibile  convivenza dei linguaggi e delle espressioni, producono una frattura inconciliabile con il popolo sornione, una evidente continuità con il passato più negativo, una rappresentazione di impotenza sul potere nascosto.

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