Ogni quattordici novembre, verso le sei del pomeriggio c’è la messa per mio padre. Quel giorno cerco di vestirmi meglio del solito e di essere puntuale perché mamma ci tiene. Siamo sempre in pochi: mia madre, noi figli, i miei zii, quando capita un paio di cugini. Mia madre la chiama così, “la messa per papà”, ma non è una vera messa per mio padre. È una messa normale, e c’è sempre una ventina di altre persone, perché la gente a messa c’è sempre. Dopo un paio di chiacchiere in piazza, entriamo in silenzio in quella chiesa bianca e troppo moderna, con gli alti soffitti in pietra, le voci che fanno eco e l’altare che sembra messo su un palcoscenico. Mi fa effetto vederla mezza vuota, non come quel giorno che scoppiava di gente e la bara era davanti all’altare, in mezzo alle file di banchi, con tutti quei fiori sopra, i carabinieri in alta uniforme. Quel giorno non era la fine: era un nuovo inizio, quel giorno che non riuscivo a pensare a niente, quel giorno che “e adesso come farò?”. “La messa per papà” è una comune funzione del vespro, solo che quando il prete dice “ricordati dei nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione”, poi aggiunge sempre due o tre nomi e uno di questi è quello di papà. Nel momento in cui il prete dice “Martino”, tutti noi stringiamo gli occhi a contenere la lacrime che nonostante gli anni non sono mai minori: un pianto silenzioso e dimesso e fa guardare in basso con le braccia conserte. Non so perché in quel momento mi si strozza il respiro in gola. Dopo la messa usciamo, andiamo a prendere un aperitivo nel bar dall’altra parte della strada, facciamo battute per non pensare, sembra quasi che non sia successo nulla e la "messa per papà" non ci sia stata ma in realtà ci sentiamo goffi e fuori posto ogni volta che ridiamo. Mia madre prova a sorridere ma quello che pensa davvero lo capisco quando la vedo girare il cucchiaino nel caffè con lo sguardo perso nel vuoto. Poi lasciamo il bar e ci salutiamo, incamminando per il selciato. Entriamo in macchina e ci buttiamo nel traffico in attesa di tornare a casa, in attesa di un pasto caldo, un programma in tv che ci faccia sembrare questo quattordici novembre un giorno come tutti gli altri, in attesa di infilare il pigiama e metterci a dormire, perché fra qualche ora, qualche giorno anche questo questo quattordici novembre se ne sarà andato. E quest'anno saranno quattordici volte il quattordici novembre.

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