Erano passati tre anni esatti e forse era destino. Non siamo mai stati normali. Forse gli altri sì, ma noi no. Non facevamo l’amore da un po’ e questo ci faceva arrabbiare, però ogni volta ci salutavamo stanchi e pensavamo che forse in qualche modo sarebbe tornato tutto come prima. Ma non cambiava mai niente e non eravamo più felici come quella sera che io avevo la maglietta a righe bleu che mi regalasti prima di partire per la Turchia. Così quel giorno ti chiamai: "è il caso che... E' il caso che parliamo." Mentre venivo da te, non pensavo a niente. Sono rimasto in silenzio sull’autobus, poi ti ho citofonato e mi ricordo che la tua voce era metallica quando hai detto "scendo". Ci siamo seduti sulle scale, io non indossavo la maglietta a righe blue e sarà stato da quel giorno che ho odiato le righe. Mentre parlavo, guardavo dall’altra parte ma ti dovevo quelle parole tempo. Tu sfogliavi la siepe alla mia destra e pensai che ti piaceva ascoltare le mie parle, anche se non non ti parlavo ormai da tempo, anche se noi eravamo diventati bui, stanchi e brutti. "Forse è il caso che... E' il caso che ci lasciamo." Alzasti lo sguardo e guardavi le macchine passare. "Quando ci si lascia - rompendo il tuo silenzio - non è forse". C’è sempre quel preciso in cui s'assapora l'imbarazzo. "Posso andare?", ancora silenzio e ancora imbarazzo. "Devo andare. Forse non parleremo più." Oggi ho ritrovato quella maglia a righe blue: "è il caso che...è il caso che la butti via. Forse."

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