L'Italia si riflette in una pozzanghera stantìa, respira a fatica, affoga e affonda come sempre dal meridione dello stivale. Davide Bifolco. Le lacrime di una madre invocano un male antico: non è solo il dolore, quello vero d'una vita persa di un figlio, ma è anche la necessità di doverlo inscenare come il solo mezzo rimasto per attirare attenzione dei media e chiedere giustizia fino alle aule parlamentari. Lacrime napulitane, forse, ma nella terra di Eduardo De Filippo sono un clichè sia quando c'è lo sciopero dei mezzi pubblici che figurarsi per la morte di un guaglione dei quartieri. Che siano i palazzi nobiliari di Via Cavour o i bassi dei Quartieri Spagnoli, a Napoli il dolore non è mai privato, è costretto, forzato, perchè se non piangi significa per la "gente che guarda" che non sei in lutto, è teatrale per essere accolto. Ricordo nel mio breve soggiorno napoletano d'un funerale che attraversava Via Foria: nonostante il vespaio di motorini che schizzavano tra la famiglia dolorante e i clacson stonati a voler velocizzare il carro funebre per la coda alle cinque del pomeriggio che faceva, ognuno dei protagonisti di quella grigia sfilata era dovuto e inzuccato a buttare giù una lacrima a costo di sforzare i reni, sebbene il trapassato fosse solo un lontano amico del vicino di casa. E poi le donne: trascinate, bianche in volto in una via crucis fatta di urla e strepitii, affinchè tutti nel rione "guardassero" quel teatro fatto di "era nù bravo cristiano, che peccato...Sì, ma chi era?". Quando poi una morte ai "quartieri" diventa teatro del dolore e manifestazione di altri dissensi, l'eco che ne fa è al vetriolo: “La camorra non avrebbe mai ucciso un ragazzo di 16 anni, lo Stato sì”. Parole dettate dal momento di rabbia forse, ingenue direi, tendenziose, difficili da digerire ma pane d'una folla già accanita contro l'Autorità, per il companatico giornaliero che manca a casa, infervorata da uno stato criminale, che da loro impiego in attività inique, in uno stato nazionale che li ha dimenticati.
A Napoli la camorra uccide e non fa sconti alle madri: queste lo sanno e piangono allora nel silenzio del velo nero. Lo Stato commette errori irreparabili: le madri lo sanno e lo evidenziano con la veemenza della folla. La differenza è una: il silenzio dopo lo sparo delle pistole. La malavita non lascia il nastro bianco e rosso a delimitare la scena del delitto, i loro colonnelli non tolgono il berretto in segno di rispetto. “La camorra protegge, lo Stato no” ma il prezzo da pagare per uno sgarro al boss di turno è caro e alla stessa maniera, se è lo Stato a dover pagare, si arriva fino alla porta d'un comando provinciale dell'Arma per bussare coi piedi. La tragedia vera è accorgersi di come la camorra gestisca anche il business del dolore, aizzando i suoi mastini a sua difesa non appena muore un ragazzino ucciso da un carabiniere, e di come lo Stato non dia una scossa forte, per evitare di far sparare ad un carabiniere, mettendo in atto tutte quelle misure, affinchè non si viaggi in tre su uno scooter, che non vi sia criminalità dilagante, che un giovane di 17 anni possa avere una propria dimensione lontana dalla comoda vita ingannevole che promette la camorra. È sempre stato così: a Napoli la camorra si lava le mani intrise col proprio sangue con altro sangue genearato dallo Stato. Sia chiaro: questo mio post non è il classico temino sulle mafie italiane, non esprimo parole tonde per trovare una ragione per chi ha sparato e per la vittima, perchè ogni parola non restituisce affatto la realtà di Napoli. Fosse accaduto a Torino, sarebbe stata una tragedia il cui imputato senza difesa è chi ha sparato ma sarebbe rimasta in superficie. La realtà napoletana va scavata fino all'anima sua: di eventi simili ogni giorno ce ne sono a decine, basti pensare che nei pressi del luogo delitto c'è la fermata della Cumana, che fa paura anche a mezzogiorno, che in tre sul motorino è normale, che anche il ragazzino fa finta di non sapere chi sia il boss di zona. In quella zona nel 2013 un cittadino comune, vittima di una presunta rapina, inseguì, investì e uccise i due rapinatori e nel 2012 la faida tra le famiglie camorriste per la contesa dello spaccio di cocaina portò ad uno "scambio di persona", gambizzando una donna incensurata troppo simile alla figlia del boss Ivone. E allora c'è da chiedersi cosa significhi essere un cittadino al Rione Traiano e cosa essere un carabiniere al Rione Traiano: la risposta non è una giustificazione ma la croce per la quale oggi sono Pilato e domani il povero Cristo.


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