C’è qualcosa alle fermate dei treni, tra i pilastri e le panchine delle stazioni ferroviarie che mi lascia sempre una traccia nell’anima: sarà anche perché le vicende della mia vita, a distanza e non, sono sempre state legate in un qualche modo alle carrozze dei treni, ai sedili di velluto grigio che sapevano di sudore e bagagli di chi torna a lavoro in estate e poi parte verso casa d’inverno oppure semplicemente mi viene molto più noir pensare a un ipotetico lui che saluta in lacrime la sua lei al binario. Io in particolare ricordo le lunghe attese dovute alla mia mania di arrivare sempre in anticipo o di scappare prima del dovuto: quel sentirsi urlare nel cuore un evviva! Fianlmente si parte, mentre si cammina nervosamente per il marciapiede sempre rigorosamente sulla linea gialla. E poi ci sono i baci salati, fatti di lacrime, gli abbracci di mia madre che a diciotto anni mi strinse forte le spalle una domenica sera prima di dirmi “vai e segui il tuo cammino”: quelli proprio non riesco a dimenticarli. Ma i ricordi si sa, fanno male, soprattutto se le ferite a cui rimandano non sono perfettamente cicatrizzate ed io questo pomeriggio al binario 13 della stazione di Santa Maria Novella a Firenze penso che certi ricordi non è giusto cancellarli, solo per evitare il dolore, perché ti fanno crescere o forse perché semplicemente sono belli: per farsela passare, basta sovrascriverli con altri ricordi ed è quello che ho intenzione di fare. Ironia della sorte: ho appena lasciato alle mie spalle per la seconda volta in meno di un mese chi parte col treno proprio al binario 13! Mentre mi allontano vengo dribblato coi trolley d’una famiglia canadese ed un’altra napoletana poco più in là che rincorre figli, buste e panini “Federicaaaaaaaa! Cristiaaaaaaaaan! Vi vulite mòve che parte ò treno!”. In alto la voce radiofonica campeggia su tutte quelle teste e inizia a tirar fuori tutte città e fermate che sanno di vacanza, sole, arte, campanili e piazza larghe: Venezia Santa Lucia, Salerno, Torino Porta Nuova, Roma, Arezzo, Napoli Centrale. Basta fermarsi al centro di uno scalo ferroviario e godere dell’ubiquità italiana: sono stato un po’ ovunque senza muovermi guardando in alto il cartellone luminoso Departures, prima che una mandria mongola di nipponici sudati m’investisse. Allora mi sono fermato per un caffè (vi scongiuro di non pensare mai di prendere mai un caffè in stazione: è una cioofèeca senza pari a quattromila gradi celsius) e sono stato ad ascoltare i ricordi recenti d’una giovane coppia di settantenni modenesi: sfogliano dal display della reflex le foto scattate a Firenze e se ne stanno lì a ridacchiare sotto i baffi di lei per chissà quali ragazzate, mentre lui illumina gli occhi suoi verdi sgargianti e allarga con un risolino le guance scavate che sembra proprio uscito da un fumetto di Pratt: pare uno di quei marinai marsigliesi che girano per il mondo vestiti sempre uguali. E poi al telefono i due coi figli parlano dei fiorentini che non sono affidabili e io, coperto dalla tazzina del caffè, sorrido consapevole, quasi complice. Mentre esco dalla stazione, percorro la grande sala d’attesa dal pavimento marrone, con le panchine tutt’intorno e i viaggiatori in coda alle biglietterie. Ad un passo dall’uscire vengo preso dalla luce oro e dal vento d’estate che portava con sé tutte le voci di tutti coloro che sono passati per queste porte: vi capita mai di pensare a quante persone hanno toccato la pietra su cui vi siete appena seduti, camminato prima di voi sui vostri passi, quante mani hanno pigiato il tasto al distributore automatico? Mi pare di aver letto qualcosa di simile in un articolo scientifico che parla di scambio simbiotico o forse, con più sicurezza direi, era in un bagno dell’autogrill. E’ proprio in questi momenti, quando uno parte e l’altro resta, quando qualcosa perdi e non resti che con i pugni in tasca, che mi sembra di andar via un po’ anche io, di viaggiare lontano oltre il corpo, oltre la pelle e sedere di fianco a chi è ora su quel treno. Mentre arrivo al mio parcheggio, insolitamente immerso nell’architettura liberty post fascista di Piazza Stazione e il romanico della Chiesa di Santa Maria Novella, mi sento fermo seppur in movimento ed allora pensavo che in fondo si può andare ovunque: non si tratta di avere o meno le possibilità ma solo di volontà. E allora un primo passo da qualche parte devo pur metterlo. Da qualche parte si deve incominciare, dopotutto.

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