domenica 5 ottobre 2014

Una generazione da portare alla meta


Non che io sia un divoratore di libri e testi ma dal mio pulpito è stomachevole sapere come gran parte della new generation smartphone non abbia nè un autore di ispirazione nè un quotidiano di riferimento. Ho avuto la sfortuna d'imbattermi in un esponente di questa generazione: ha letto le barzellette di Totti e Il codice da Vinci senza naturalmente aver capito che è un mostruoso imbroglio storico ed in effetti non può averlo capito, perché non conosce più la storia cristiana, medioevale, artistica scenica dalla quale poi ne è stato tratto il testo. Dice di aver girato il mondo ma non sa localizzare su una carta geografica dove sono gli Stati. Naviga in Internet ma, poiché nel web così completo e fruibile ci sono solo frammenti di conoscenza, fa un minestrone di altrettanti frammenti che non riesce a ordinare. Molti, premettevo, non leggono più i giornali, hanno paura della matematica, tanti arrivano all'università senza saper non solo scrivere ma neppure parlare, ostentando la cadenza dialettale natià. E non imparano a farlo neanche lì, perché quasi dappertutto stanno scomparendo gli esami orali, dove il docente non interroga ma discute con lo studente, chiedendogli di argomentare. Si dedicano alla chiacchierologia social ed evitano le materie umanistiche. Li vedo apatici, svogliati, sembrano privi di vita, di passioni, evitando lo sforzo e le sfide, non essendo abituati a combattere, cedendo alle prime difficoltà. Sarò pedante ma mi pareva opportuno ammetterle queste cose, non potendo solo fare elogi ai giovani, ripetere demagogicamente che sono la speranza del futuro: lo sarebbero, se si svegliassero. Lo sarebbero, se qualcuno riuscisse a risvegliare in loro la voglia di sapere, di capire, di inventare, di lavorare. Lasciateli sbagliare questi giovani ma che capiscano lo sbaglio fatto. Siate esigenti, molto esigenti perché devono sentire la durezza del compito e imparare a resistere, a non guardare all'orario, alla fatica ma solo alla meta, almeno fin quando non imparano a dover essere esigenti con se stessi. Stimolateli, rimproverateli, elogiateli, gridate, applaudite, festeggiate finché non diventate un gruppo dedicato al risultato. Dall'alto dei miei quasi trentun'anni mi rivolgo a quel giovane di 24: puntandogli il dito indice mi trovo a me rivolte tre dita ed allora anche per me stesso una predica. Non sono i giovani che sono apatici, morti, ignoranti, pigri, sono io, siamo noi ex-giovani che non abbiamo capito che l'essere umano è, nel profondo, un combattente, che ha al suo interno una spinta irrefrenabile a salire in alto ed è questa che bisogna risvegliare. Non la si risveglia con il poverino o con la pigrizia e la si può tramortire con l'indifferenza, intenti più a mostrare una meta e a dimostrare - anche il proprio umile piccolo esempio - che, se ci credi e che sei pronto a batterti, si può raggiungerla. Come hanno sempre fatto i grandi educatori, i grandi scienziati, i grandi generali: Cesare dormiva su un lettuccio da campo fra i suoi soldati e si lanciava nella battaglia con loro. 
E vincevano sempre.

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