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domenica 22 giugno 2014

D10S


22 giugno 1986. Città del Messico, stadio Atzeca. 
Quarti di finale del mondiale di calcio in Messico: si affrontano Argentina e Inghilterra, due nazionali legate da una sentita rivalità, una tensione non solo calcistica, tra chi del calcio se n’è sempre sentito padre e chi il calcio lo vive con calore e passione come il tango, ma anche degenerata per via della Guerra delle Falkland che aveva opposto i due Stati appena quattro anni prima. 
Il calcio è un’altra storia e i Mondiali lo scenario giusto per riprendersi da tante sconfitte. E’ il sesto minuto del secondo tempo. Il risultato è inchiodato sullo zero a zero. Il roccioso difensore inglese Steve Hodge alza un pallone a campanile all'interno della propria area di rigore. Peter Shilton, portiere leggenda del calcio britannico, alto quanto un pilastro, s'invola per raccogliere la sfera: In quel preciso istante il tempo ha deciso di fermarsi, istantanea dei tifosi in piedi dalle tribune e dai divani d'ogni casa davanti alle tv. Città del Messico pare staccarsi dal resto del pianeta, perchè ora, oggi il calcio è davvero un’altra storia, ora lo sappiamo: a questo punto del Mondiale i centimetri non contano come i trofei vinti quanto la fama, non servono a nulla i pronostici. Il 22 giugno 1986 il numero dieci dell’Argentina, il capitano dell’albiceleste, più basso di oltre venti centimetri affronta in aria il gigante inglese: spicca il volo e manda la palla in rete. 1 -0, Argentina in vantaggio. L'arbitro tunisino Ali Bin Nasser, nonostante anche l’ultimo tifoso dell’ultimo anello dello stadio abbia notato l’irregolarità, non s’accorge di come la palla sia stata deviata di mano e convalida la realizzazione, scatenando l’ira violenta già marcata degli inglesi. L'autore del gol, figlio del furtivo gesto, è lui: Maradona Diego Armando. Una volta impressa su pellicola la parabola esistenziale di El Pibe, il miglior piede mancino mai transitato su quest’ellisse terrestre, uno che coi piedi compiva opere che Michelangelo terminava con lo scalpello, segna uno dei suoi pochi gol in elevazione della sua gloriosa carriera e lo fa con l’unica parte del corpo che ad un attaccante è vietata: la mano. Il calcio non è allora più solo un’altra storia: il 22 giugno 1986 è diventata leggenda, miracolo. Il calcio è stato accarezzato dalla mano de Dios. 
Termometro della grandezza del gesto, Maradona diventa pietra miliare del calcio mondiale, l’ottava arte che fa diventare amanti del pallone anche i meno calciofili. In quello stesso stadio 16 anni prima si è giocata el partido del siglo, la partita del secolo, Italia-Germania 4-3. Già una volta Dio era passato per quel rettangolo verde ma il fato, influenzato dalla maestosa onnipotenza calcistica d'un altro «D10S», farà sì che lo stesso luogo possa gioire per un altro storico avvenimento calcistico: l’apogeo emozionale dell’incontro non coincide con la concretizzazione della più celebre delle utopie dribblatorie maradoniane – prima di segnare El Pibe manda in bambola col suo dribbling mancino sei arcigni giocatori inglesi - bensì col monumento alla furbizia scalpellato da Diego Armando, decidendo arbitrariamente, che se le mani può usarle quello coi guantoni, allora può farlo anche lui: Maradona, dopo Riva e Rivera, ha deciso che Città del Messico sia la città delle sue manifestazioni calcistiche miracolose. Diego Armando ha così fregato tutti: arbitro e guardalinee, inglesi e finanche i suoi compagni di squadra. Gesto di rapina, follia calcistica, furbizia truffaldina? Sì, se quello stesso gol lo avesse oggi segnato un Messi o un Cristiano Ronaldo: ma lui è Maradona, lui è D10S e al sommo padreterno del calcio tutto è concesso.
Tanto per farsi perdonare, Maradona compie il secondo miracolo, segnando quello che è diventato poi il gol del secolo e in soli cinque minuti scrive da solo la storia del calcio: sessanta metri in dieci secondi, palla saldata al piede e diritto verso la porta inglese, lasciandosi alle spalle uno, due, tre, quattro e cinque giocatori inglesi e alla fine anche il portiere Shilton, prima di depositare in rete il pallone del 2-0 per l'Argentina. Il radiocronista argentino Victor Hugo Morales, uno che nella vita non commentava solo le partite di calcio ma che era anche uno scrittore dell'Argentina in rivolta, in quei dieci secondi perde completamente il filo e la calma, scatenando la passione, roba che in Italia la Rai non ti metterebbe nemmeno a commentare i trofei di sacchi: "la tiene Maradona, el genio del fùtbol mundial, ancora Maradona, genio genio genio, tà tà tà, goooooooool".
Ecco, solo così può essere descritto Maradona: senza le parole che una bocca aperta non può partorire.

lunedì 19 maggio 2014

La carogna e gli sciacalli


Attendevo lo scontro calcistico epico tra Napoli e Fiorentina all'ultimo atto di un torneo da tempo: vivo a Firenze dal 2006 e da campano la finale di Coppa Italia era anche la mia partita, la liberazione dopo anni di vù 'un vincete mai, di ohi ohi che grulli che vù siete. Era la partita del riscatto e dal divano di casa ero carico più di chi entrava in campo. La cronaca sportiva è stata dimenticata già al fischio finale: un perentorio 3-1 affossato dalla cronaca nera che a distanza di giorni ancora riecheggia e che con lo sport proprio non ha nulla a che vedere. Avrei voluto ancora oggi esultare, riempire di sfottò calcistici i miei concittadini gigliati e invece no: rammaricato, schifato, deluso non solo dallo sport che più di tutti adoro ma anche per la figura meschina e comica che io campano ho inscenato e subito proprio a Roma, capitale d’Italia. Ebbene sì, avrei potuto sventolare le tre dita della mano in viso al mio barista su Via Calzaiuoli, tifoso sfegatato della Fiorentina prima ancora che nascesse, se avevo già preparata la battuta mi dai un po’ di coppa?! per il mio salumiere, io campano devo riporre tutta la mia gioia calcistica ed affrontare non più sfottò ma la cruda cronaca che non solo i fiorentini ma anche i restanti italioti ogni volta rivolteranno contro il tifo campano. Vorrei parlare di calcio, della prova superba della squadra di Benitez, della doppietta dello scugnizzo Insigne ed anche della reazione di Montella e dei suoi: no, non c’è più spazio per il gioco del calcio e la cornice da riempire con la prima pagina della Gazzetta e resterà vuota. 
Seguo il calcio per ogni suo profilo, dalla serie C colombiana alla seria A del campionato femminile thailandese e per me il calcio non è solo una palla di cuoio che corre, è molto di più: sono i sogni da ragazzino di alzare la coppa del mondo, sono gli infortuni a caviglie, mani e ginocchia che non vedevo l’ora di tornare in campo, è la neve d’inverno che cade sulla testa ed io lì in pantaloncini a congelarmi, sono le risate negli spogliatoi, è il borsone da riempire, la pinta di birra e maxi schermo al pub per la finale di Champions League, il fischio d’inizio dell’arbitro ai tornei amatoriali con l’adrenalina che sale fino alle tempie, sono le fotografie e i ricordi della mia adolescenza sui campi di periferia. Da portiere poi ho un’altra visione di questo sport: in attesa di ogni parata dalla porta si vedono da altre prospettive giocatori, panchine e allenatori, tutti con un’esagitazione fisica che purtroppo viene digerita in maniera sbagliata fino agli spalti, sfogando in rabbia, cori offensivi, odio - oserei dire - etnico per cosa poi? Un pallone che rotola e una banda di ominicchi strapagati che dei nostri cori, della fede calcistica e della passione viscerale non se ne fanno nulla... ma proprio nulla… Dopo i fatti di Roma non riuscirò ad indossare più i miei guantoni e le scarpe coi tacchetti o ad aprire la pagina di sport in fondo al giornale né ad entrare in uno stadio, non riuscirò nemmeno più ad avere quel battito che sa di emozione e sudore: questo non è più lo sport che pratico ormai da oltre venti anni e ieri è arrivato il colpo di grazia.
Io campano inoltre, ho inscenato una fijura d’ mer** internazionale: non voglio puntare il dito contro e cercare scuse o scaricare la palla sui cori lavali col fuoco piombati dalla curva viola, intenta più ad occuparsi dell’igiene personale dei partenopei che della loro squadra, né tantomeno andrò a cercare corsi e ricorsi storici solo per sentirmi più leggero con i vari capi ultrà romanisti o genoani o britannici né voglio parlare di un intero stadio, corpo governativo nazionale e calcistico ai piedi di Genny à carogna. No…troppo facile accusare per sentirsi meglio. Ieri noi tutti italiani, calciofili e non abbiamo vinto una coppa ma abbiamo perso: quella è solo metallo dorato e io campano, io tifoso italiano, io emigrato a Firenze non so cosa farmene. In fondo il panem et circenses al Colosseo è ai giorni nostri proprio il calcio negli stadi ma è soprattutto lo specchio d'un'Italia latente, dove un operaio ha solo il calcio, appunto, come sfogo la domenica dopo una settimana intera passata a spasso grazie alla cassintegrazione, il contentino d'uno stato asociale che guarda all'Europa, coprendosi le pezze sul sedere e in casa propria da riprova della sua impotenza, dell’assoluta incapacità di esercitare il proprio governo con obiettività e il predominio assoluto sulle minoranze negative. 
In tutto questo io resto sempre un campano, un terrone e mi ci hanno mandato al nord, o meglio al centronord, ma resto sempre orgoglioso delle mie origini. Da campano mi fa male tutto quello che è accaduto in questi giorni: mi fa male finire in questo modo sulle prime pagine dei giornali, dove, forse, si è parlato più della Carogna che della vittima e del carnefice. C'è certa stampa nazionale che, quando deve fare una schifezza la Campania, non perde mai occasione, e allora, da buon terrone concludo: il problema non è la Carogna. Sono gli sciacalli. 
Buona fine al calcio, lunga vita al calcio.

giovedì 15 maggio 2014

Vecchi guantoni, quanto tempo è passato


Sembrerà pur sciocco, infantile per lunghi tratti ma oggi dico addio ad un paio di guantoni. 
"Sono solo due guanti da portiere", direte: è vero che sono solo cuciture e spugna ma, credetemi, questi guantoni significano davvero molto per me e il distacco da quelle che sarebbero soltanto delle cose è più difficile di quanto credessi. Chi nel calcio ricopre il mio stesso ruolo capirà che i guantoni sono come la sciabola per uno spadaccino, l'ago per un sarto, le ali per un aviatore, la fune per un trapezista: gli strumenti da lavoro evolvono, si perdono, spezzano ma l'arte e la passione restano e tocca sempre migliorare quando questi periscono.  Ho trafitto l'aria prima di una parata, ricucito gli errori della mia difesa, volato tra la traversa e la linea bianca per tramortire l'urlo di gioia nella gola dei miei avversari, ho compiuto salti e cadute che rivedendole non mi sembro nemmeno io da dietro questa scrivania. Negli ultimi tre anni con questi guantoni ho alzato tre importanti trofei e due entusiasmanti premi individuali ma prima ancora mi sono alzato da terra ogni volta che la palla era finita oltre le mie spalle, ho rincuorato compagni di squadra, stretto le mani agli avversari vincenti al posto mio, li ho lanciati nel vuoto degli spogliatoio disperato per una mia papera ma li ho sempre calzati ancora e ancora...
Il portiere è per me una parabola della vita: "bisogna volare nel vuoto per vincere i problemi ed afferrare i sogni al volo, bisogna superare anche il proprio fisico per difendere i risultati ottenuti, bisogna vivere d'istinto e lanciarsi, mantenere una folle lucidità ed un'intelligente adrenalina. Il proprio compito può valere la vittoria o la sconfitta di molti: solo così sarai lodato come un vincente."
Non sono solo guantoni, allora, ma sono molto di più della mia storia sportiva e umana.
Addio guantoni miei...
buena suerte...