Attendevo lo scontro calcistico epico tra Napoli e Fiorentina all'ultimo atto di un torneo da tempo: vivo a Firenze dal 2006 e da campano la finale di Coppa Italia era anche la mia partita, la liberazione dopo anni di vù 'un vincete mai, di ohi ohi che grulli che vù siete. Era la partita del riscatto e dal divano di casa ero carico più di chi entrava in campo. La cronaca sportiva è stata dimenticata già al fischio finale: un perentorio 3-1 affossato dalla cronaca nera che a distanza di giorni ancora riecheggia e che con lo sport proprio non ha nulla a che vedere. Avrei voluto ancora oggi esultare, riempire di sfottò calcistici i miei concittadini gigliati e invece no: rammaricato, schifato, deluso non solo dallo sport che più di tutti adoro ma anche per la figura meschina e comica che io campano ho inscenato e subito proprio a Roma, capitale d’Italia. Ebbene sì, avrei potuto sventolare le tre dita della mano in viso al mio barista su Via Calzaiuoli, tifoso sfegatato della Fiorentina prima ancora che nascesse, se avevo già preparata la battuta mi dai un po’ di coppa?! per il mio salumiere, io campano devo riporre tutta la mia gioia calcistica ed affrontare non più sfottò ma la cruda cronaca che non solo i fiorentini ma anche i restanti italioti ogni volta rivolteranno contro il tifo campano. Vorrei parlare di calcio, della prova superba della squadra di Benitez, della doppietta dello scugnizzo Insigne ed anche della reazione di Montella e dei suoi: no, non c’è più spazio per il gioco del calcio e la cornice da riempire con la prima pagina della Gazzetta e resterà vuota.
Seguo il calcio per ogni suo profilo, dalla serie C colombiana alla seria A del campionato femminile thailandese e per me il calcio non è solo una palla di cuoio che corre, è molto di più: sono i sogni da ragazzino di alzare la coppa del mondo, sono gli infortuni a caviglie, mani e ginocchia che non vedevo l’ora di tornare in campo, è la neve d’inverno che cade sulla testa ed io lì in pantaloncini a congelarmi, sono le risate negli spogliatoi, è il borsone da riempire, la pinta di birra e maxi schermo al pub per la finale di Champions League, il fischio d’inizio dell’arbitro ai tornei amatoriali con l’adrenalina che sale fino alle tempie, sono le fotografie e i ricordi della mia adolescenza sui campi di periferia. Da portiere poi ho un’altra visione di questo sport: in attesa di ogni parata dalla porta si vedono da altre prospettive giocatori, panchine e allenatori, tutti con un’esagitazione fisica che purtroppo viene digerita in maniera sbagliata fino agli spalti, sfogando in rabbia, cori offensivi, odio - oserei dire - etnico per cosa poi? Un pallone che rotola e una banda di ominicchi strapagati che dei nostri cori, della fede calcistica e della passione viscerale non se ne fanno nulla... ma proprio nulla… Dopo i fatti di Roma non riuscirò ad indossare più i miei guantoni e le scarpe coi tacchetti o ad aprire la pagina di sport in fondo al giornale né ad entrare in uno stadio, non riuscirò nemmeno più ad avere quel battito che sa di emozione e sudore: questo non è più lo sport che pratico ormai da oltre venti anni e ieri è arrivato il colpo di grazia.
Io campano inoltre, ho inscenato una fijura d’ mer** internazionale: non voglio puntare il dito contro e cercare scuse o scaricare la palla sui cori lavali col fuoco piombati dalla curva viola, intenta più ad occuparsi dell’igiene personale dei partenopei che della loro squadra, né tantomeno andrò a cercare corsi e ricorsi storici solo per sentirmi più leggero con i vari capi ultrà romanisti o genoani o britannici né voglio parlare di un intero stadio, corpo governativo nazionale e calcistico ai piedi di Genny à carogna. No…troppo facile accusare per sentirsi meglio. Ieri noi tutti italiani, calciofili e non abbiamo vinto una coppa ma abbiamo perso: quella è solo metallo dorato e io campano, io tifoso italiano, io emigrato a Firenze non so cosa farmene. In fondo il panem et circenses al Colosseo è ai giorni nostri proprio il calcio negli stadi ma è soprattutto lo specchio d'un'Italia latente, dove un operaio ha solo il calcio, appunto, come sfogo la domenica dopo una settimana intera passata a spasso grazie alla cassintegrazione, il contentino d'uno stato asociale che guarda all'Europa, coprendosi le pezze sul sedere e in casa propria da riprova della sua impotenza, dell’assoluta incapacità di esercitare il proprio governo con obiettività e il predominio assoluto sulle minoranze negative.
In tutto questo io resto sempre un campano, un terrone e mi ci hanno mandato al nord, o meglio al centronord, ma resto sempre orgoglioso delle mie origini. Da campano mi fa male tutto quello che è accaduto in questi giorni: mi fa male finire in questo modo sulle prime pagine dei giornali, dove, forse, si è parlato più della Carogna che della vittima e del carnefice. C'è certa stampa nazionale che, quando deve fare una schifezza la Campania, non perde mai occasione, e allora, da buon terrone concludo: il problema non è la Carogna. Sono gli sciacalli.
Buona fine al calcio, lunga vita al calcio.

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