domenica 18 maggio 2014

3nta


Trenta, come il massimo dei voti all'università, come i punti che servono per ricucire uno strappo. Trenta, come i giorni del mese prima dello stipendio, come i compagni del liceo che non vedo da una vita. Trenta, come i sogni nel cassetto, come i giorni più belli e riassunti insieme. Trenta, come le vittorie ed altrettante sportellate, che se fossi Cristo, avrei la corona di spine gold edition. Trenta sono i miei anni e ancora non me ne capacito, così come quando ne avevo appena compiuti diciotto. Maturo non lo si diventa mai, perchè si guarda sempre indietro, facendo pagare il passato agli altri e rimpiangendolo su se stessi. Le parole che ancora girano a casa mia sono rimaste sempre quelle: "coraggio, sii sempre forte anche se le rose e i fiori proprio non vogliono sbocciare".  E cambia il modo di avere tra le mani le esperienze, passando per la gelosia che avevo verso i miei giochi alla stessa che si è riversata sulle donne che ho perso negli anni, passando dall'innocenza ai sensi di colpa, dall'incoscienza alla coscienza sporca. Mi accorgo d'essere più infantile adesso che non a sette anni, quando oggi per orgoglio non piango, sbaglio e non mi rimpiango. Se prima avevo i crampi allo stomaco per le maestre e i loro golfini rosa, adesso non tollero chi vuole dettarmi una strada, chi m'impone che portare la propria croce è un dovere morale: la vera croce è crescere, quando non puoi più credere alle favole, quando ti spezzano i sogni in volo. Io non critico chi parla di strada, perchè un progetto prima o poi bisogna pur metterlo in piedi ma sono uno di quelli che quando piove si prende l'acqua in testa e non mi s'addice chi ancora mi bacchetta per come m'allaccio le scarpe. E' troppo difficile a trent'anni non mangiarsi il fegato, quando vedo la gente spicciola fare con due strette di mano quello che mio padre in una vita intera ha portato a tavola, spezzandosi la schiena. Sono nato in dicembre ed è per questo che mi porto il freddo dentro, occhi azzurri come il mio stesso ghiaccio sul quale sono scivolato spesso, ed oggi, che per strada non mi salutano non più vecchi amici ma gentucola solo per il proprio tornaconto, quel ghiaccio si fa ancora più duro. Un ginocchio sbucciato da ragazzino è sempre meglio del cuore spezzato oggi e non bastano più le fiabe ma fiale per farmi addormentare, tant'è che il sonno si perde nei cento pensieri a notte tra il cuscino e il soffitto. Per quello che ho finora ottenuto, che mi pare sempre troppo poco e per questo m'attanaglia e mi tormenta perchè tento e tendo sempre a migliorare contro tutto e tutti, ho il gran c*** di non dovere dire grazie a nessuno e a trent'anni ci sono arrivato camminando da solo. Non chiamatemi superbo e spavaldo: non sono difetti ma pregi, quando metti un passo avanti all'altro con la coscienza dei propri limiti, quando sai quanto sei capace a sopportare e soffrire, quando un fallimento non è averci provato ma essere stato limpido contro chi è stato furbo, quando il massimo è l'unica sufficienza che puoi avere.   

Nessun commento:

Posta un commento