lunedì 26 maggio 2014

Cento centimetri


"Ho provato, sì lo ammetto, a poggiare lo sguardo e la mano sul corpo d'un'altra donna" - le disse ad occhi bassi, tesi contro l'asfalto - "e tutto il rimpianto della tua carne mi è salito fino alle labbra, come l'odore acre d'una pelle nuova che nel buio non riconoscevo, la voce che chiamandomi non sapevo. Dimenticare sarebbe stato come tradire e la punizione del tradimento d'un amore vero merita davvero la solitudine dal resto del pianeta". 

"Non hai tentato di distrarti dal mio non esserci?" - domandò.

"Quando qualcuna ha poggiato la testa sulla mia spalla" - alzando veemente lo sguardo verso lei in un barlume di sincerità intrepida e disperata verità, incontrando finalmente i suoi occhi - "l'avrei lanciata lontano, senza concederle un sorriso, per punirla di avere tentato d'imitare una tenerezza che non appartiene ad altri se non a te". 

E lei ribattendo: "Ma dovrai pur continuare a vivere, dovrai pur aprirti ancora e ancora!"

Fermo nella voce, mirando alla luna: "Come si può continuare a vivere con le mani vuote, quando prima stringevano l'intera speranza del mondo? Questo mondo così com'è fatto non è sopportabile: io ho bisogno della luna piena, della serenità d'un incontro a cui arrivare di corsa o forse solo di qualcosa che sia folle, stupidamente folle ma che non sia di questo mondo a cui appartiene la sufficienza."

"E come fai a giudicarla? Come fai a riconoscere quella che chiami sufficienza?" - strabuzzò.

"Quando sei stato pesato con un metro nei pensieri e misurato con una bilancia nell'anima, ti accorgi che il resto delle persone sono lunghe poco meno d'un centimetro, insipide come i baci che lasciano, che in bocca hanno un sapore che sa di cartone e non di febbre ed emozione e sudore e batticuore, così come la testa che non scuotono, non svuotano e che nemmeno suscitano nel suo congegno." - concluse, abbassando lo sguardo dall'astro in cielo e ritrovando i suoi occhi.

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