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venerdì 28 novembre 2014
domenica 14 settembre 2014
Odio le righe, forse
Erano passati tre anni esatti e forse era destino. Non siamo mai stati normali. Forse gli altri sì, ma noi no. Non facevamo l’amore da un po’ e questo ci faceva arrabbiare, però ogni volta ci salutavamo stanchi e pensavamo che forse in qualche modo sarebbe tornato tutto come prima. Ma non cambiava mai niente e non eravamo più felici come quella sera che io avevo la maglietta a righe bleu che mi regalasti prima di partire per la Turchia. Così quel giorno ti chiamai: "è il caso che... E' il caso che parliamo." Mentre venivo da te, non pensavo a niente. Sono rimasto in silenzio sull’autobus, poi ti ho citofonato e mi ricordo che la tua voce era metallica quando hai detto "scendo". Ci siamo seduti sulle scale, io non indossavo la maglietta a righe blue e sarà stato da quel giorno che ho odiato le righe. Mentre parlavo, guardavo dall’altra parte ma ti dovevo quelle parole tempo. Tu sfogliavi la siepe alla mia destra e pensai che ti piaceva ascoltare le mie parle, anche se non non ti parlavo ormai da tempo, anche se noi eravamo diventati bui, stanchi e brutti. "Forse è il caso che... E' il caso che ci lasciamo." Alzasti lo sguardo e guardavi le macchine passare. "Quando ci si lascia - rompendo il tuo silenzio - non è forse". C’è sempre quel preciso in cui s'assapora l'imbarazzo. "Posso andare?", ancora silenzio e ancora imbarazzo. "Devo andare. Forse non parleremo più." Oggi ho ritrovato quella maglia a righe blue: "è il caso che...è il caso che la butti via. Forse."
sabato 30 agosto 2014
L'attimo che fermò l'Arno passare
D’un tratto intesi un fievole suo gemito. Non era dolore o affanno, no: era il rumore sordo e soffocato che si leva dal fondo d’un’ anima che si libera d'un peso. L'Arno scorreva come Stige di liquido argento e petrolio. Fissai quell'onde continue d'una corrente silenziosa d'estate, che ne sentivo l'andare, così come risuonavano forti le tempie pulsare. La musica e la gente intorno erano solo echi lontani: acqua scura e tempie rosse, questo il ritmo teutonico che suonava nell'attimo lungo due anni, divenuti illogici ma speranzosi come accendere un fiammifero nella tormenta. Gambe tremule, mani fredde e poi il cuore: "tum, tum...tum", tocchi sordi come passi nel buio. Quell'attimo ha aguzzato l'udito dell'anima, ha sentito il respiro fermare, ha reso cieco il tatto: solo il rumore dell'acqua silenziosa e gl'occhi miei tesi a guardare non più oltre del Ponte Santa Trinita e da sponda a sponda, da arco a rosone quello che aveva appena udito la mia anima pareva kraken che scuoteva il fiume. Neppure Dante avrebbe mai potuto congegnare una storia mia simile, che avesse come scenario la pietra scema di Ponte Vecchio: neppure il Sommo avrebbe endecasillabo tale per raccontare la durata d'un attimo fatale, per narrare questa mia storia. Credevo d'aver sentito fino ad allora tutte le cose del cielo e della terra ma mai così molte dal paradiso infernale. Come connettino le sinapsi le idee che diventano altrui parola non è per me pensiero scientifico ma conosco l'anima mia e altrui ed allora la scienza nulla può contro questa certa matematica inesatta. Di quelle parole m'ostiani a non darne oggetto: ho amato ed amo ancora quella bocca che le aveva appena pronunciate, che non m’aveva fatto mai del male se non distruggermi e tornare con pala e propositi per ricostruire ancora, ancora e ancora. Non m’aveva mai insultato ma desideravo più d'ogni altra cosa anche la sua parola più oscena, purchè a me diretta per il solo semplice suono di quelle labbra che s'aprivano e non della parola che ne usciva. Prima d'incrociare l'onda fiorentina, incrociai i suoi occhi: una coppia di carabinieri d'altri tempi, tosti, severi. Uno in particolare, il sinistro, a sè vibrava: un marrone che il suo tremolio pareva scuotere la terra sotto i miei piedi. Ogni volta che quegl'occhi mi cadevano addosso, mi si gelava il sangue e così con lenta ferocia addomesticava il mio essere. Le bastavano tre occhiate che come chiodo su Cristo mi fermavano mani e piedi nel crudo legno d'una mia stupida trovata, per poi sperare nel risorgere a gradi ancora, ancora e ancora. Quelle parole erano saltate fuori con sapienza di precetti, con precauzione e preveggenza: dissimulai, voltando le spalle a quella bocca e, mirando l'Arno, mi sarei aspettato che, come l’assassino con lama lucente al bagliore della luna, finisse il suo operato. Troppe lame e cicatrici hanno subito queste spalle e allora mi rivoltai, per godermi sfinito l'ultimo suo fendente, che non è stato ferale, anzi...La lancetta delle ore girava più velocemente della digestione della sentenza d'un istante prima eppure ne percepii l'audacia e la sagacia della sua cruda saporita condanna, tanto che questa mi passava tra le mie dita le sue dita quasi a creare le sbarre di questa prigionia, a condividere questa sua stessa esecrazione. Il giudice che condivide la pena col condannato: a quell’idea mi lasciai sfuggire un riso. Quella figura nonostante i Golgota del precedente cammino era ancora, ancora e ancora davanti alla mia ma con spirito nuovo, urbanamente meschino e fottutamente sincero, chè mai avevo visto prima, di cui mai mia anima e orecchie avevano udito mai quelle sue parole, che non sapevo nemmeno fosse capace a pronunciare poi. In quel nuovo istante mi sentivo in imbarazzo, una sensazione mai davvero provata, che, se mi fossi visto a teatro, sarei sobbalzato prima per lo strazio e poi per il finale che non t'aspetti. Mi guardai intorno, per cercare qualcuno che avesse nello stesso istante, vivendo con protagonisti diversi, quel mio stesso momento: proprio allora mi accorsi che nella loro anormalità erano evento e persona che non saranno mai simili ad altri, che nella loro irrazionalità saranno singolari, stupidi e incomprensibili ma di quella stupidità che nonostante i patemi passati farà sorridere da anziani così, senza motivo, senza pensarci. Quell'attimo ha saputo fermare cuore e tempo ma, come la corrente dell'Arno che scorre e non si ferma, così non si può fermare ciò che si desidera, pur sapendo che fa e farà male, portando via con sè ogni residua costruzione umana, lasciando ancor più abbattimento: si possono solo guardare entrambi, forse arginare ma non fermare.
sabato 26 luglio 2014
venerdì 25 luglio 2014
Maledetto sentimento
Quante volte mi hanno domandato: “Come si fa a guarire di mal d’amore, smettere di soffrire se ti se sei innamorato e non vieni ricambiato? “Per rispondere ricordiamo che noi ci innamoriamo quando, stanchi del nostro attuale modo di essere, vogliamo realizzare altre nostre potenzialità e siamo pronti a ricominciare da capo. Allora ci innamoriamo di una persona che ci fa intravvedere la nuova futura possibile vita. Così si accende il processo di “stato nascente“ in cui noi trasfiguriamo tanto il mondo che la persona amata. Sentiamo di avere un’affinità profonda, metafisica con lei e viviamo il nostro amore come qualcosa che contribuisce all’armonia del mondo, alla perfezione stessa del cosmo. Perciò se chi amiamo ci dice di no, ci rifiuta, non riusciamo a capire, ci sembra qualcosa di assurdo, ma non sul piano psicologico, sul piano della struttura costitutiva dell’essere. È un assurdo, un vuoto che ci portiamo dentro per anni. E che può essere riempito definitivamente solo con un altro innamoramento ricambiato. Ma allora non c’è nulla da fare contro il male d’amore? No. No perchè, nello “stato nascente”, noi stavamo mutando, e le energie che volevano creare una nuova vita sono bloccate, ma ancora presenti. Non possiamo realizzare una coppia amorosa, ma possiamo orientarle verso un altra meta. La terapia dell’innamoramento frustrato è una nuova attività creativa. Goethe si era innamorato di Charlotte Buff e, quando la ragazza ha sposato un altro, ha pensato al suicidio. Però, anziché suicidarsi, ha scritto il romanzo "I dolori del giovane Werther", in cui un giovane si innamora, di una ragazza che (guarda caso) si chiama Charlotte e quando lei sposa un altro, si suicida. Goethe invece si salva. Un altro esempio: nel 1883 Nietzsche si innamora di Lou Salomé, vuol sposarla ma lei lo respinge. È sconvolto, fugge, ha degli incubi, è disperato. Ma non si suicida, scrive di getto, in pochi giorni, un'opera straordinaria: "Così parlò Zarathustra". Concludendo, per guarire da un innamoramento deluso, la terapia efficace sta nel continuare il processo di trasformazione già iniziato. Anzi, nell’accelerare il cambiamento esplorando nuove strade. Soprattutto impegnandosi in un grande compito che richieda lotta, lavoro, energia e creatività. Solo così le forze liberate dall’innamoramento possono incanalarsi in un nuovo progetto. E la nostalgia, il dolore, la rabbia, la volontà di riscatto o di vendetta diventano potenze costruttive.
sabato 12 luglio 2014
"Cose"
E' vero sono solo "oggetti", "cose", "beni materiali" ma se dietro ad ognuno di questi c'è una storia da raccontare il distacco diventa più difficile. "Sono solo lamiera e pistoni", direte: è vero, è un'autovettura. Non sono stato mai un amante delle auto, non ho comprato in vita mia una copia di Quattroruote, non seguo la Formula1: per me i veicoli sono solo un mezzo di trasporto. Eppure "lei" - non oso nemmeno definirla una "cosa" - è stata parte della mia storia: se penso dove mi ha trasportato lungo i suoi 200.000 km lungo tante strade d'Italia, dall'asfalto delle città del sud, all'appennino verso nord, fino alle spiagge quasi dentro il mare, sotto la pioggia e il sole, la grandine che pareva aprirla, la neve che non l'hai mai fermata. Mai una ruota perforata nè la ruggine l'ha scalfita, non ha mai conosciuto le mani d'un meccanico, sempre pinta e scattante. Con "lei" ho vissuto il mio primo viaggio da neopatentato, con "lei" le prime lezioni di guida, nel suo stereo a cassette sono girati i Nirvana e i Beatles, mi ha sempre riportato a casa alle prime luci del mattino nonostante fossi abbastanza sbronzo e stanco da non arrivarci. La prima figura che vedevo non appena arrivato in treno era "lei", pronta a caricarsi il mio enorme bagaglio verso casa. Non saprei contare le persone che sono passate per i suoi sedili, quante canzoni cantate a squarciagola con gli amici e con loro le risate che si mischiavano al suono del suo motore, che pareva partecipasse a tante serate da briganti. Se potesse parlare, "lei" ne avrebbe da raccontare di quella che è stata la mia adolescenza, la mia prima maturità e i miei ultimi trent'anni. Se solo potesse farlo, ci sarebbe da diventare paonazzi per la vergogna, essendo stata "lei" testimone di tante avventure. Oggi "lei", la mia Yaris, dopo dodici anni di onorato servizio mi lascia: è arrivato il momento di salutarci un'ultima volta e, davvero, mi stringe il cuore, perchè se ne va un pezzo enorme di storia.
Onore a te, amica di metallo, che tu possa percorrere altre mille strade.
mercoledì 9 luglio 2014
I doni all'ingratitudine
La legge consente a colui che ha già donato un bene di pretenderne la restituzione solo se ricorrono due gravi ipotesi: l’ingratitudine del beneficiario e la sopravvenienza di regali del donante.
L'ingratitudine. Non ogni tipo di ingratitudine giustifica la revoca della donazione ma solo quella derivante dalle seguenti ipotesi:
- chi ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere il donante o il suo coniuge o un suo discendente o ascendente;
- chi ha accusato falsamente (calunnia accertata in un processo penale) una di tali persone per reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni oppure ha testimoniato contro le persone medesime imputate dei predetti reati, se la testimonianza è stata poi dichiarata falsa in giudizio penale;
- chi è colpevole di grave ingiuria verso il donante;
- chi ha arrecato volontariamente un grave pregiudizio al patrimonio del donante;
- chi ha rifiutato indebitamente di versare gli alimenti dovuti al donante.
Sopravvenienza dei regali. Può chiedere la revoca della donazione colui:
- che non aveva figli o discendenti legittimi al momento della donazione o ignorava di averne al momento della donazione;
- chi abbia riconosciuto un figlio naturale entro due anni dalla donazione.
Questo è quello che sancisce l'articolo 801 del codice civile: troppa giurisprudenza per questo mio post, è vero, ma è legittima - credo o almeno lo spero - per quello che vorrei traslare nella vita quotidiana o meglio nella mia esperienza più intima. Tutti abbiamo avuto un/una ex così tanto comico/a, che al termine di quella che, non riesco nemmeno a scriverla, si è definita essere una relazione sentimentale ha restituito tutto (silenzio, brutture, sportellate, lacrime amare e malinconia) meno che i doni. Si è vero: al tempo quei regali furono fatti con il cuore, avevano un significato presente, un pensiero materiale per ribattezzare il momento felice ma quando una relazione si conclude in modo orrendo? Se quei doni, come nel mio personale caso, non hanno avuto nè un grazie nè un ti voglio bene e peggio ancora sono serviti ad allontanare di più la mia lei, hanno ancora significato? E' giusto ed opportuno che quella persona li conservi ancora come ricordo d'una relazione naufragata unilateralmente?
Ebbene riprendo il codice civile tra le mani: L'ingratitudine e la sopravvivenza dei regali.
E' ingrato/a chi ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere il donante, la relazione tra i due e ciò che ha tentato di dimostrare con ogni energia materiale e sentimentale? Beh, direi di si, visto che neppure lo strenuo tentativo di acciuffare finanche con un fiore l'ultima speranza di ammettere il proprio amore e il bene cieco per quella persona.
E' ingrato chi ha accusato l'altra parte della coppia di essere stato l'unico colpevole della rottura? Si, anche: le colpe vanno divise, giusto, ma se una parte della coppia preferisce la propria benamata esistenza sempre e comunque, disinteressandosi della gioia o del mal di cuore del suo compagno/a, e affliggendo d'ogni male derivato dal passato suo penoso e dal proprio orgoglio del io sono fatta così, come possono essere pesate le colpe, se da un lato c'era ogni tipo di pensiero limpido e sincero mentre dall'altro solo il giudizio presuntuoso di non avere certezze e soprattutto la paura di ammettere, dopo tante sue relazioni durante le quali è stata annichilita da sentimenti altalenanti, che quello, sì, è l'amore che ogni uomo e donna dovrebbe provare e ricevere? La bilancia a questo punto pesa dalla parte dell'ingrato/a.
Ed infine: ha senso che i doni sopravvivono dopo il termine della relazione? Non riuscirei, visto che a dire degli ex era una relazione malata e senza futuro, a portarmi al polso un orologio o indossare una borsa donati da una storia precedente, nel senso: che scenata farebbe chi alla domanda uh bello questo ciondolo! Dove l'hai preso? risponde E' un regalo del mio ex...? Figura meschina? Ingrata? O palesemente materiale di chi intende dimenticare un passato penoso ma non privarsi di ciò che gli/le era meglio conveniente?
Troppo facile sbandierare il motto una cosa regalata e bella che conservata, se tutto si conserva meno che il ricordo di giorni felici e malamente fatti naufragare. Al termine di ogni relazione restano solo l'esclamazione quanto sono stato coglione, perdendo me stesso dietro di te e la domanda ma ti meritavi uno come me?
Cari/e ex,
non avete mai donato se non restituito solo dolore, bene!
Restituite anche ciò che vi ha fatto piacere, perchè - a mio avvilito avviso - è l'unica maniera per terminare davvero una relazione.
Se vi chiamano ex, è perchè siete l'esempio di ciò che non si vuole in futuro e portarvi a spasso i doni di chi v'avrebbe dato anche luna e oceani è davvero squallido e ipocrita.
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giovedì 26 giugno 2014
L'ultimo litigio
Ripropongo questo post dal mio vecchio blog - www.lacodadelgatto.wordpress.com - perchè molte sono state le critiche costruttive ed altrettanti i "Non ci credo! Anche io mi sono trovato/a in quella tua stessa situazione!". A distanza di quattordici mesi dalla redazione di quelle frasi di sicura antologia e meno di fantasia, l'ultimo litigio è ancora attuale: il piccolo tegame continua a compiere il suo semicerchio perfetto, volteggiando in aria. Sono cambiate le stanze ed una persona in particolare ma il senso di libertà malinconica e di solitario restarsene fermo senza poter nulla cambiare sono rimasti immutati.
Ogni persona è sempre diversa da tant' altre precedenti ma la fine, beh...la fine è uguale per tutte ed ogni volta sempre più marcatamente pungente della prima.
"Ne hai voglia a dire”, borbotta piano mentre si passa lo smalto sull’alluce: rosso passione. Poi si allontana col corpo, muove il piede per asciugare lo smalto, si guarda le gambe già abbronzate. “Non è semplice”, conclude, chiudendo la boccetta dal tappo bianco.
“Certo che tu…Tu sei il bignami delle banalità” e mescolo il sugo con rabbia e schizzi di pomodoro saltano sul fornello e un paio sulla sua maglia. “Cazzo. Potresti anche fare qualcosa di utile nella vita: provare a guardare oltre lo specchio, cercare di capire che esiste un mondo, il mondo, la gente oltre al rasoio per depilarti e quel fottuto smalto color troia” e spegno il fornello.
“Sempre così lord tu, eh? Non sei meglio di me, degli altri, perché fai le cose, pulisci, ti rendi utile: fai tutto per dovere. Aspetti un grazie. Ti aspetti che la gente ti sia riconoscente. E allora grazie ma solo per non sentirti ancora.”.
Il piccolo tegame con il sugo compie un semicerchio perfetto, prima di schiantarsi contro il muro. Il pomodoro scende, lento e fumoso, fino al pavimento.
“Ma sei completamente andato? Fottiti.”
“Tu sei pazza.”
“Fottiti, stronzo”
“Sì, sei decisamente pazza.”
Si alza e cammina sui talloni come un palmate, attenta a non macchiarsi con lo smalto ancora fresco, esce dalla cucina con tale grazia: “E tu sei decisamente stronzo”.
Mi siedo allora sulla sedia lasciata da lei poco prima. Ne sento il tepore. Tremo tra dispiacere e arresa. Rifletto, sospiro e mi guardo intorno in una cucina a mattonelle fiorite. Mi alzo, poi, prendo la spugna dal lavello, comincio a pulire il muro.
“Comunque me ne vado, oggi. Me ne torno a casa mia: ripeto “a casa mia”, la voce arriva dalla camera, insieme al suo profumo.
“Si, come no.”, sghignazzo sotto voce"
“Oh sì, certo che sì caro mio”, lei più vendicativa di prima.
“Mi lasci, solo, qui?”
“Te lo meriti”, la voce è più vicina e lo dice affacciandosi sulla porta della cucina mentre si spazzola i denti.
La seguo in bagno con la mia spugna intrisa di rosso del pomodoro. Rimmel sulle ciglia, un rossetto inciso sulle labbra, un sorriso e scandisce bene le parole guardandomi trafilata dalla sua immagine riflessa allo specchio, velenosa, irritante e superba: “Oh. Sì. Che. Posso.”.
Torna in camera, prende la sua valigia, si guarda intorno nel disordine e afferra quella boccetta dal tappo bianco che ha fatto traboccare questo sabato settembrino. La osservo sott’occhio mentre in ginocchio in Immaginecucina strofino la spugna sul pavimento: un cerchio rosso che si allarga, si allarga, si allarga. Il rumore del portone che si chiude dal fondo del corridoio è perentorio. Si alza allora un vento fresco che dalla scale arriva forte al mio viso: smetto di strofinare e quella ventilata è nient’altro che il senso di leggerezza mi prende dallo stomaco fino alle tempie – “Finalmente”, sospiro – e già penso che il divano stasera sarà più comodo per stenderci su le gambe. Il silenzio religioso regna dalla cucina fin su i mobili delle stanze. Dalla finestra invece poi sento: “Dove vai? Cosa è successo? Vieni qui! Aiutatemi”. Mi alzo in piedi, mi porto al balcone col mio grembiule bianco e le maniche della camicia tirate in su, credendo che di sotto fosse scappato un leone dal circo. Guardo dal terzo piano verso la strada: è lei abbracciata in lacrime al collo della fioraia. Questa alza lo sguardo e vede me, macchiato di rosso che sembrava uscissi da una macelleria messicana. Ingrugna il muso e scuote la testa in linea orizzontale: “Cosa è successo? Cosa le hai combinato? Ma che vi siete ammazzati?”, “povera figlia”, intanto se la coccola. Io non rispondo: le prove sono tutte contro di me anche per via del mio abbigliamento domestico. Me ne resto con le mani sulla ringhiera fin quando la fioraia non abbassa lo sguardo inquisitorio e me ne torno dentro, sicuro d’averla fatta franca alle ire del vicinato femminile. Passano cinque minuti: cinque minuti in cui ho riassaporato il senso di libertà e quello della frustrazione ma soprattutto la leggerezza per cui quell’umiliazione mi sarebbe servita ad essere felice in futuro. La cucina ha l’odore del cucinato misto a quello acre del pomodoro e dello svelto. In terra è ancora appiccicaticcio mentre le onde della spugna si sono solidificate lasciando grandi segni rossi sul piano del pavimento e pur non volendo resto fermo sui miei passi.
Si apre la porta. “Non è successo niente? Eh? Per te non è successo niente?”.
E' tornata l’isterica, i cinque minuti di silenzio sono finiti con il passo tosto dei suoi tacchi lungo il corridoio.
“Portami l’acqua, ho sete. Luigi per Dio ho sete”, ripete con tono fascista mentre sbatte la sedia e con un salto seccato si siede.
Metto la spugna nel lavello. Il coltello è lì, fra le cose da lavare. In quell’istante mi passa un film che nemmeno Dario Argento. Lo tengo nel pugno, lo stringo, lo lascio cadere sull’acciaio e poso entrambi le mani sul lavabo mentre le do le spalle. Sudore freddo scorre sugli occhi portato dal vento caldo della fine dell’estate. La testa scoppia. Conto fino a dieci. I battiti del cuore fin dentro la fronte insieme alla lancetta dei secondi che si muove nel grande orologio a muro sulla mia destra. Le orecchie si spengono e le parole “Portami l’acqua” sono un eco lontano. Respiro. Un barlume. Mi riaccendo. Apro il rubinetto e le riempio nel bicchiere la sua richiesta. Lei lo prende e sbatte il bicchiere ancora pieno, afferra la sua valigia e se ne torna in camera. Lascia sul tavolo quell’odiosa boccetta di smalto il cui colore è il medesimo di questo pomeriggio che volge al tramonto. Me ne resto lì a pulire le macchie e la coscienza di una stupida mia ossessione, canticchiando come faceva mia madre “occhi di ragazza” di Morandi.
Cinque minuti di silenzio, sperando che durino.
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mercoledì 18 giugno 2014
Monetine
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Monetine. Non sono solo rame e zinco: sono pensieri.
Ogni volta che ho pensato a lei, ho risparmiato una moneta e più forte era il ricordo e più ne aumentava il valore. Una sorta di punizione, un modo osceno per togliere dalle tasche, non riuscendo a farlo dai neuroni malinconici, un pezzo lei. Era anche lo strumento non solo per disabituarmi all’abitudine che ogni pensiero fosse a lei diretto ma anche che materialmente quelle monete sarebbero servite per dedicarle un pensiero, un dono. Il giorno in cui mi sono accorto, svegliato da una doccia fredda, d’essermi finalmente distratto da tanto orientare occhi, orecchie e anima, avevo così tante monete da poter oggi arrivare a Dubai e tornare indietro. Oggi comprendo il valore del risparmio e non certo quello che a tutti da bambini hanno insegnato: il risparmio di se stessi verso chi nulla ha mai speso, verso coloro che nulla hanno donato di loro stessi, verso lei che ha preso tutto e comicamente - con quella che ha ritenuto essere una mossa cosciente, matura – ha insistito nel silenzio, tenendosi convenientemente però tutto quanto nelle sue tasche. Questo è il giorno in cui riprendo tutto, il mattino che è tutte le nuove mattine, le ore che risparmiarsi sì ma non per me stesso. Morale spicciola è il caso di scriverlo: dopo aver speso tanto per persone sbagliate, è giunto il momento per ricordarsi d’esserci ancora. Anche un addio doloroso e comico può e deve essere un’opportunità di guadagno, come un bagaglio d’esperienze che in senso lato aiutano a crescere, come se a trent’anni ancora non bastasse maturare, ed in senso fisico di valigia vera e nuova per allontanarsi da questi luoghi. E pensare che tutto è iniziato da una monetina, tutto inizia da un pensiero che ho evitato di indirizzarle, tutto finisce in un ricordo che non ricordo più.
sabato 7 giugno 2014
mercoledì 4 giugno 2014
sabato 31 maggio 2014
Spettro d'una memoria di maggio
C’è un legame sottile e segreto fra dimenticare e ricordare.
Ho attraversato la Piazza Pitti fino al Ponte Vecchio. Una presenza alle mie spalle, un'ombra antica sentivo mi seguisse tra tanta folla, come in quei film psicothriller dove la vittima è seguita da un killer in impermeabile beige prima d'essere trafitta. A un tratto il silenzio tra tanto fragore di risate e corse dei turisti distratti: un'onda di vento caldo m'ha attraversato, fermando il mio andare. Quel luogo, arpeggi di chitarra, gli odori, risate in rallenty. Ho cercato di ricordare qualcosa, che però mi sfuggiva. Un sibilo nell'orecchio sinistro e la vita intorno s'è fermata opaca. Un ricordo, un flashback terribile e adrenalinico, gambe inchiodate sul selciato ed ancora il vento caldo, il fiato grosso, il cuore impazzito: ritorno dal passato come chi si sveglia sudato da un incubo ed ancora quella presenza alle mie spalle. Chi vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa di cui sente ancora l'alito sulle spalle, troppo vicino a sé, troppo presente nel suo presente attuale. Non riuscivo a muovere nè lingua nè altro muscolo. Voltato d'istinto e coraggio, un brivido sulla schiena, come se quell'ombra m'avesse percorso da parte a parte, raggelandomi le ossa e schizzando la pelle d'oca: "io sono qui" con la voce d'uno spettro. Atterrito ho cercato mille spiegazioni, anche rifuggiandomi nella matematica dell'anima. "Io sono qui", ancora una volta quella voce.
Tornato alla scrivania ho cercato tra foto, appunti, cartuscelle confuse e poi ho inteso di chi fosse a pronunciare quella frase sinistra.
Il grado di lentezza nel dimenticare è direttamente proporzionale all’intensità della memoria. E' difficile slegarsi da certi spettri velocemente, perchè proporzionale all’intensità dell’oblio. E di quest'incubi al sole di maggio che mi circondo, così come faccio per i luoghi, testimoni e vittime di quel fantasma d'una lenta memoria che esorcizzo ma che resta piantano tra queste antiche mura.
lunedì 26 maggio 2014
Cento centimetri
"Ho provato, sì lo ammetto, a poggiare lo sguardo e la mano sul corpo d'un'altra donna" - le disse ad occhi bassi, tesi contro l'asfalto - "e tutto il rimpianto della tua carne mi è salito fino alle labbra, come l'odore acre d'una pelle nuova che nel buio non riconoscevo, la voce che chiamandomi non sapevo. Dimenticare sarebbe stato come tradire e la punizione del tradimento d'un amore vero merita davvero la solitudine dal resto del pianeta".
"Non hai tentato di distrarti dal mio non esserci?" - domandò.
"Quando qualcuna ha poggiato la testa sulla mia spalla" - alzando veemente lo sguardo verso lei in un barlume di sincerità intrepida e disperata verità, incontrando finalmente i suoi occhi - "l'avrei lanciata lontano, senza concederle un sorriso, per punirla di avere tentato d'imitare una tenerezza che non appartiene ad altri se non a te".
E lei ribattendo: "Ma dovrai pur continuare a vivere, dovrai pur aprirti ancora e ancora!"
Fermo nella voce, mirando alla luna: "Come si può continuare a vivere con le mani vuote, quando prima stringevano l'intera speranza del mondo? Questo mondo così com'è fatto non è sopportabile: io ho bisogno della luna piena, della serenità d'un incontro a cui arrivare di corsa o forse solo di qualcosa che sia folle, stupidamente folle ma che non sia di questo mondo a cui appartiene la sufficienza."
"E come fai a giudicarla? Come fai a riconoscere quella che chiami sufficienza?" - strabuzzò.
"Quando sei stato pesato con un metro nei pensieri e misurato con una bilancia nell'anima, ti accorgi che il resto delle persone sono lunghe poco meno d'un centimetro, insipide come i baci che lasciano, che in bocca hanno un sapore che sa di cartone e non di febbre ed emozione e sudore e batticuore, così come la testa che non scuotono, non svuotano e che nemmeno suscitano nel suo congegno." - concluse, abbassando lo sguardo dall'astro in cielo e ritrovando i suoi occhi.
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venerdì 23 maggio 2014
sabato 17 maggio 2014
Questo sei per me
Lo sguardo di mia madre poco prima di partire, l’acqua che sgorga gelata sulle montagne del mio Sannio, l’odore delle mani dopo aver fatto benzina per le strade verso il mare, il tepore della caffettiera appena sveglio alle sei del mattino, i venti passi che riconosco arrivare, la brezza fresca in primavera, un bambino che gioca col suo gatto. Tutto questo sei per me.
La pioggia che batte contro le persiane, la domenica oziosa sul divano, le onde morbide del mare, un bacio in un locale affollato e sentirsi incredibilmente soli io e te, l'ultimo spruzzo di Jean Paul Gaultier prima di uscire, una coppa di gelato seduti sul ponte, le prime note di Wonderwall alla radio, il pulsante tondo dell'ascensore che sale, il riflesso del mondo intorno nei tuoi occhiali da sole, l'essenza di vaniglia. Tutto questo sei per me.
Il silenzio di chi non vuol dire, il silenzio quando si ha bisogno di parlare solo per il piacere di sentirti, gridare contro lo specchio, sudare senza muovere un dito, la paura di aver perso tutto, la paura di non aver dato abbastanza tutto, la rabbia per aver dato troppo, l’attesa di una telefonata, il bisogno di correre da te, tornare in questa vecchia città e non trovarti, un abbraccio consolatore, uno schiaffo chiarificatore, un addio detto per ferire. Tutto questo sei per me.
Non posso essere il tuo primo pensiero, il tuo ultimo, il tuo unico. Hai amato prima di me e potresti amare ancora. E allora cosa conta? Non sei perfetta, io non lo sono altrettanto e insieme non potremmo mai essere perfetti insieme. Ma se una donna sa farti ridere, farti pensare due volte, farti ammettere di essere umano e di commettere errori, saper congeniarsi e distruggersi, tienitela stretta e dalle tutto quello che puoi. Lei non può pensare a te ogni secondo della giornata ma ti darà una parte di lei che sa bene tu solo puoi rompere: la sua reale essenza. Non cambiarla allora, non analizzare tutto e non aspettarti più di quello che lei può darti. Sorridi quando lei ti rende felice, falle sapere quanto ti fa impazzire e quanto stai male quando lei non c’è.
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