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giovedì 3 luglio 2014

Ancora un treno


Ancora un treno, ancora un vagone che mi porterà a casa insieme alla nostalgia del mio passato, delle mie cose, dei miei ricordi e delle loro radici. Il treno per casa che fila placido incontro alla notte e raccoglie paesi minuscoli in una collana di luci sparse lungo le colline fin giù alla costa e poi ancora verso l’appennino. Siamo tutti studenti, operai, militari, famiglie, mamme, criatùre che vanno su e giù per questa carrozza: tutti imbroglioni e imbrogliati dal sonno. Anche io vorrei tanto riuscire a dormire, se solo non facessi parte della discussione al cellulare dell’ennesimo napoletano. Guardando il vetro tra una galleria e l’altra, la mia faccia non mente e non sembra nemmeno un granchè. Guardo i miei appunti su queste righe e ricordo a me stesso che sta finendo il mio tempo per dirmi bugie, che sta passando la mia gioventù e ancora non ho trovato l’esatto motivo che mi serve per stare nel mondo. Fra altre dodici stazioni questo treno si fermerà ad Ariano: la tredicesima stazione di questa lunga Via Crucis di caldo, sudore, sonno, urla, canzoni e suonerie. Il mio paese sarà caldo e materno, severo e paterno non appena mi vedrà arrivare: ”Come stai? Come stanno le cose? E il lavoro? E calzini puliti ne hai?”. La mia stanza mi aspetta come l’ho lasciata con il letto pulito e rifatto tra le foto del ragazzo che non sono più. A questa casa, alle mie cose, alla mia adolescenza e corre forte il pensiero a mio padre che si alzava ogni giorno all’alba per vedermi, per farmi studiare. Quanta fatica, quanto sonno perduto, quanto amore sprecato per me. Oggi questo tempo corre lento come gli anni al tempo del primo viaggio da solo verso il paesino dei miei nonni, quando le tasche vuote si riempivano solo con i sogni di trascorrere un’estate assolata, senz'altri avvilimenti di tornare in ufficio, e i colleghi e il capo e l'affitto e il vicino e la macchina e.... Bastava già solo quel viaggio che sembrava un’avventura superba su quel treno che sbuffava sui sogni e sulle passioni di bambino. Scoprivo la terra che scorreva sui binari e, quando quel paesaggio finiva, rimanevo sempre incantato per la mia meta e il senso della libertà che dava quel viaggio. Ora tra nuvole e pioggia della città dalla quale sono partito a volte vedo svanire i ricordi e mi trovo a parlare da solo come per darmi forza prima della fine di questo lungo viaggio. Ho terminato di leggere le storie di Doyle, di Yeats e di Joyce appena arrivato a Pescara: ”Ma quando un mattino d'inverno mi sono specchiato ho visto diec'anni passare. E un sogno sparito e un viaggio è partito tagliando l'Europa, per Londra il Galles e il mare. Dormivo tra il cielo di mille stazioni di un tempo che non tornerà. Il treno per Galway correva e toccava la terra da conquistare: fermava il mio tempo, gli splendidi giorni da ricordare.” Ancora mi trovo su questo treno che piano piano esce placido da questa notte e tra un momento alle 7 e 50 arriverà a casa. 

martedì 24 giugno 2014

Binario 13


C’è qualcosa alle fermate dei treni, tra i pilastri e le panchine delle stazioni ferroviarie che mi lascia sempre una traccia nell’anima: sarà anche perché le vicende della mia vita, a distanza e non, sono sempre state legate in un qualche modo alle carrozze dei treni, ai sedili di velluto grigio che sapevano di sudore e bagagli di chi torna a lavoro in estate e poi parte verso casa d’inverno oppure semplicemente mi viene molto più noir pensare a un ipotetico lui che saluta in lacrime la sua lei al binario. Io in particolare ricordo le lunghe attese dovute alla mia mania di arrivare sempre in anticipo o di scappare prima del dovuto: quel sentirsi urlare nel cuore un evviva! Fianlmente si parte, mentre si cammina nervosamente per il marciapiede sempre rigorosamente sulla linea gialla. E poi ci sono i baci salati, fatti di lacrime, gli abbracci di mia madre che a diciotto anni mi strinse forte le spalle una domenica sera prima di dirmi “vai e segui il tuo cammino”: quelli proprio non riesco a dimenticarli. Ma i ricordi si sa, fanno male, soprattutto se le ferite a cui rimandano non sono perfettamente cicatrizzate ed io questo pomeriggio al binario 13 della stazione di Santa Maria Novella a Firenze penso che certi ricordi non è giusto cancellarli, solo per evitare il dolore, perché ti fanno crescere o forse perché semplicemente sono belli: per farsela passare, basta sovrascriverli con altri ricordi ed è quello che ho intenzione di fare. Ironia della sorte: ho appena lasciato alle mie spalle per la seconda volta in meno di un mese chi parte col treno proprio al binario 13! Mentre mi allontano vengo dribblato coi trolley d’una famiglia canadese  ed un’altra napoletana poco più in là che rincorre figli, buste e panini “Federicaaaaaaaa! Cristiaaaaaaaaan! Vi vulite mòve che parte ò treno!”. In alto la voce radiofonica campeggia su tutte quelle teste e inizia a tirar fuori tutte città e fermate che sanno di vacanza, sole, arte, campanili e piazza larghe: Venezia Santa Lucia, Salerno, Torino Porta Nuova, Roma, Arezzo, Napoli Centrale. Basta fermarsi al centro di uno scalo ferroviario e godere dell’ubiquità italiana: sono stato un po’ ovunque senza muovermi guardando in alto il cartellone luminoso Departures, prima che una mandria mongola di nipponici sudati m’investisse. Allora mi sono fermato per un caffè (vi scongiuro di non pensare mai di prendere mai un caffè in stazione: è una cioofèeca senza pari a quattromila gradi celsius) e sono stato ad ascoltare i ricordi recenti d’una giovane coppia di settantenni modenesi: sfogliano dal display della reflex le foto scattate a Firenze e se ne stanno lì a ridacchiare sotto i baffi di lei per chissà quali ragazzate, mentre lui illumina gli occhi suoi verdi sgargianti e allarga con un risolino le guance scavate che sembra proprio uscito da un fumetto di Pratt: pare uno di quei marinai marsigliesi che girano per il mondo vestiti sempre uguali. E poi al telefono i due coi figli parlano dei fiorentini che non sono affidabili e io, coperto dalla tazzina del caffè, sorrido consapevole, quasi complice. Mentre esco dalla stazione, percorro la grande sala d’attesa dal pavimento marrone, con le panchine tutt’intorno e i viaggiatori in coda alle biglietterie. Ad un passo dall’uscire vengo preso dalla luce oro e dal vento d’estate che portava con sé tutte le voci di tutti coloro che sono passati per queste porte: vi capita mai di pensare a quante persone hanno toccato la pietra su cui vi siete appena seduti, camminato prima di voi sui vostri passi, quante mani hanno pigiato il tasto al distributore automatico? Mi pare di aver letto qualcosa di simile in un articolo scientifico che parla di scambio simbiotico o forse, con più sicurezza direi, era in un bagno dell’autogrill. E’ proprio in questi momenti, quando uno parte e l’altro resta, quando qualcosa perdi e non resti che con i pugni in tasca, che mi sembra di andar via un po’ anche io, di viaggiare lontano oltre il corpo, oltre la pelle e sedere di fianco a chi è ora su quel treno. Mentre arrivo al mio parcheggio, insolitamente immerso nell’architettura liberty post fascista di Piazza Stazione e il romanico della Chiesa di Santa Maria Novella, mi sento fermo seppur in movimento ed allora pensavo che in fondo si può andare ovunque: non si tratta di avere o meno le possibilità ma solo di volontà. E allora un primo passo da qualche parte devo pur metterlo. Da qualche parte si deve incominciare, dopotutto.

lunedì 2 giugno 2014

Andata e ritorno. Andata.


Si ritorna sempre.
Si ritorna, quando si decide di andare in qualche luogo, da un'altra persona, percorrendo altre strade ed altre vite ma si ritorna sempre indietro. Lo si fa con uno sguardo, un ricordo, un sospiro malinconico, con una telefonata che non s'aspettava dopo mesi. Si ritorna ma non per restare, come rondini in primavera. Nei miei ultimi trent'anni ho staccato molti biglietti del ritorno e su questo treno malandato è risalito chi ha voluto ribadirmi che se n’era andato dalla mia vita: i peggiori viaggiatori del mio tempo mai incontrati, come chi è tornato solo per rosicchiare ancora un pò di cuore e poi riandarsene. Per quest'ultimi nutro biasimo ed apatia bilanciati dalla una non umana speranza, la speranza che tornino per rubare un ultimo sorriso o un'ultima lacrima. C'è chi poi è tornato per un ultimo abbraccio, perchè ha capito che quel calore non l'ha trovato in nessun altro. C'è chi è tornato solo per un insulto ed io che con calma olimpionica ho incassato come al solito senza battere ciglio. Seppur camminando questa strada, sto fermo ad aspettare, sperando che in fondo a questo cammino troverò chi tornerà per chiedere non perdono ma comprensione per il dolore generato in passato, per chiedere di riaprire di nuovo le porte del cuore, perchè ha capito quanto male comico ha inscenato, che insieme la vita è meno nuvolosa. Tutto torna è nella natura del mondo, come le onde del mare, che vanno e tornano. 
Io ci credo. Con disprezzo silenzioso e indifferenza speranzosa io ci credo.

lunedì 26 maggio 2014

Cento centimetri


"Ho provato, sì lo ammetto, a poggiare lo sguardo e la mano sul corpo d'un'altra donna" - le disse ad occhi bassi, tesi contro l'asfalto - "e tutto il rimpianto della tua carne mi è salito fino alle labbra, come l'odore acre d'una pelle nuova che nel buio non riconoscevo, la voce che chiamandomi non sapevo. Dimenticare sarebbe stato come tradire e la punizione del tradimento d'un amore vero merita davvero la solitudine dal resto del pianeta". 

"Non hai tentato di distrarti dal mio non esserci?" - domandò.

"Quando qualcuna ha poggiato la testa sulla mia spalla" - alzando veemente lo sguardo verso lei in un barlume di sincerità intrepida e disperata verità, incontrando finalmente i suoi occhi - "l'avrei lanciata lontano, senza concederle un sorriso, per punirla di avere tentato d'imitare una tenerezza che non appartiene ad altri se non a te". 

E lei ribattendo: "Ma dovrai pur continuare a vivere, dovrai pur aprirti ancora e ancora!"

Fermo nella voce, mirando alla luna: "Come si può continuare a vivere con le mani vuote, quando prima stringevano l'intera speranza del mondo? Questo mondo così com'è fatto non è sopportabile: io ho bisogno della luna piena, della serenità d'un incontro a cui arrivare di corsa o forse solo di qualcosa che sia folle, stupidamente folle ma che non sia di questo mondo a cui appartiene la sufficienza."

"E come fai a giudicarla? Come fai a riconoscere quella che chiami sufficienza?" - strabuzzò.

"Quando sei stato pesato con un metro nei pensieri e misurato con una bilancia nell'anima, ti accorgi che il resto delle persone sono lunghe poco meno d'un centimetro, insipide come i baci che lasciano, che in bocca hanno un sapore che sa di cartone e non di febbre ed emozione e sudore e batticuore, così come la testa che non scuotono, non svuotano e che nemmeno suscitano nel suo congegno." - concluse, abbassando lo sguardo dall'astro in cielo e ritrovando i suoi occhi.

sabato 17 maggio 2014

Questo sei per me

Lo sguardo di mia madre poco prima di partire, l’acqua che sgorga gelata sulle montagne del mio Sannio, l’odore delle mani dopo aver fatto benzina per le strade verso il mare, il tepore della caffettiera appena sveglio alle sei del mattino, i venti passi che riconosco arrivare, la brezza fresca in primavera, un bambino che gioca col suo gatto. Tutto questo sei per me.

La pioggia che batte contro le persiane, la domenica oziosa sul divano, le onde morbide del mare, un bacio in un locale affollato e sentirsi incredibilmente soli io e te, l'ultimo spruzzo di Jean Paul Gaultier prima di uscire, una coppa di gelato seduti sul ponte, le prime note di Wonderwall alla radio, il pulsante tondo dell'ascensore che sale, il riflesso del mondo intorno nei tuoi occhiali da sole, l'essenza di vaniglia. Tutto questo sei per me.

Il silenzio di chi non vuol dire, il silenzio quando si ha bisogno di parlare solo per il piacere di sentirti, gridare contro lo specchio, sudare senza muovere un dito, la paura di aver perso tutto, la paura di non aver dato abbastanza tutto, la rabbia per aver dato troppo, l’attesa di una telefonata, il bisogno di correre da te, tornare in questa vecchia città e non trovarti, un abbraccio consolatore, uno schiaffo chiarificatore, un addio detto per ferire. Tutto questo sei per me.

Non posso essere il tuo primo pensiero, il tuo ultimo, il tuo unico. Hai amato prima di me e potresti amare ancora. E allora cosa conta? Non sei perfetta, io non lo sono altrettanto e insieme non potremmo mai essere perfetti insieme. Ma se una donna sa farti ridere, farti pensare due volte, farti ammettere di essere umano e di commettere errori, saper congeniarsi e distruggersi, tienitela stretta e dalle tutto quello che puoi. Lei non può pensare a te ogni secondo della giornata ma ti darà una parte di lei che sa bene tu solo puoi rompere: la sua reale essenza. Non cambiarla allora, non analizzare tutto e non aspettarti più di quello che lei può darti. Sorridi quando lei ti rende felice, falle sapere quanto ti fa impazzire e quanto stai male quando lei non c’è.