sabato 21 giugno 2014

Hirpus


Noi siamo sanniti, romani, osci, bizantini, saraceni, italiani, meridionali, pugliesi, beneventani: noi siamo irpini. Siamo le ginestre di oro giallo che spiovono lungo le strade in salita fatte di roccia e terra nera, come la nostra esistenza, sempre dura, e la nostra anima, maturata di saldo nervo e cupo sudore. Da lontano i paesi d’Irpinia sono grandi lampade accese nel buio, un faro per chi torna a casa, una fiammella sempre più lontana alle spalle per chi parte. Siamo la solitudine selvaggia di colli, altopiani, vedette di roccia la cui parrucca è un campanile e due case bianche spaurite. Siamo il silenzio delle nostre verdi vedute, immense e profonde ma interrotte dal solo suono delle folate delle foglie sugli alberi. Noi che conosciamo il freddo polare, siamo la malinconia dell’autunno in anticipo. Noi che non conosciamo neppure il mare, siamo la gioia dell’estate. Siamo lo splendore del cielo, il rosso fiore del musco, siamo il regno ininterrotto del lentischio, delle onde dei canali che scavano gli antichi graniti delle nostre fondamenta, della rosa canina, del vento e dell’immensità delle valli. Siamo una terra antica di lunghi silenzi troncati dal battito della terra tremolante sotto i nostri piedi, siamo forzieri di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne gelate dalla neve e dalla vendetta di un popolo mai domo. Quando nasci in queste terre dimentica il tuo cuore, dimentica la tua nuova casa, dimentica il tuo vestito buono: noi siamo il nostro dialetto, noi siamo i nostri Santi, le nostre tavolate, le nostre chiese, le case arroccate, noi siamo le janare, noi siamo gli scazzamarielli. 
NOI SIAMO IRPINI.


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