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mercoledì 3 dicembre 2014

Hirpinia


Soave la regina della terra nera tra la Daunia e il Matese. Fata e megera, inebria nel suo raggio i genuflessi aspiranti: s’apre al sorriso del sole e nel medesimo istante balza felina a difendere il suo trono per rinchiudersi nella notte tra i vellutati petali. Schiva ed audace, dolce ed amara e di bianco candore ha un anima rosa quando veste di felicità. Cela lo sguardo all’armoniosa vita che gira nell'altrettanto giro delle stagioni: vive d'una pallida estate di gioia infinita, si ammanta di stelle dei cieli tersi e gelati d'inverno, t'accarezza d'ogni carezza nella breve gialla primavera, ti inebria i pensieri di vino arancio autunno.

sabato 29 novembre 2014

Benvenuti al CentroNord

Nove anni vissuti in quel di Firenze, lontano dal mio amato sud e già sento il dovere e l’impegno e di permettermi la licenza di dar consigli a chi decide di prender armi, bagagli e burattini e percorrere le strade al nord di Roma. Per tutti gli altri emigranti questa è la mia pacca sulla spalla: coraggio!

La netta differenza tra sud, il centronord e – nel mio personalissimo caso – Firenze è una: il caffè. Il caffè dalle mie parti è offerto, stop! Non c’è bisogno di chiedere se lo si gradisca o meno mentre, almeno qui, si pone sempre la domanda “ti posso offrire un caffè?” e, se la risposta è negativa, pare scampato il pericolo d’un tracollo economico. Ecco! Purtroppo l’intenzione di sembrare familiari l’un l’altro, vicini, wuè wuè paisà, svanisce completamente con questi piccoli gesti.


L’estate: il mare non c’è e non è solo un mero fattore geografico. In Toscana si va al mare a Forte dei Marmi e già di per sé suona di vacanze che nemmeno nei film di Alberto Sordi ma il concetto andare a mare non equivale al nostro: non si sdraiano a quattro di bastoni e non leggono un buon libro rosolandosi e non facendo una beata mazza. In spiaggia si gioca a racchettoni sul bagnasciuga ed hanno pure le regole (!!!). Poi si fa l’aperitivo e si balla, ci si muove, ci si diverte. Per me invece è uno stress, uno stress infinito questo “mare”.

L’ inverno: il freddo è inarrivabile e a Firenze poi non è un freddo normale: anche per noi Irpini, che viviamo sotto 30 cm di neve da ottobre a marzo, non è un freddo a cui ci si abitua. L’umidità t’entra fin dentro i neuroni e allora capisci perché qui si parla con l’hacca aspirata! Il vostro cappottino carino andrà nell’armadio della roba che non usate, i jeans saranno troppo caldi per l’estate e troppo freddi per l’inverno, andrete in giro imbottiti come l’omino della Michelin tremando e sentirete gli autoctoni dire “Ohi, ohi! Stamani l’è freddo un bruscolino!” e dovrete trattenervi dalla voglia di annientarli con un colpo di kalashnikov.

La cena fuori: le genti del centronord non offrono e non solo. Sarebbe già un qualcosa pagare alla romana ma, evidentemente, si chiama alla romana perché vale fino a Roma. Più su della capitale controllano sul menù quello che hanno preso e ognuno paga per quello che ha mangiato, contando finanche i 0,50 cent del contorno. Quante volte ho resistito alla voglia di alzarmi, buttargli i soldi della cena in faccia e dire “Non chiamare mai più. Pezzente. Nella tasca della MasterCard tu hai la tessera punti della Coop.” Ho finto allora indifferenza, ho sorriso quando alla cassa ci si arrivava con i pezzi da 5,00 euro e le monetine di rame contante fino all’ultimo.

I compleanni: al sud mia mamma preparava la torta, zia faceva due tartine comprava chili di patatine e pop corn, poi loro uscivano e saccheggiavo la cantina in cui c’era dell’ottimo vino fatto in casa. Al centronord la gente ti invita al compleanno e tu ti devi pagare la cena: cioè loro decidono dove festeggiare, tu vai e ti paghi la cena e loro offrono la torta! Quindi io vengo al tuo compleanno, mi pago la cena e ti faccio il regalo: assolutamente inconcepibile!

Il pranzo: Vi invitano a pranzo? Non pensate che abbiate tutta la mattina libera: qui si mangia ad orari da ospedale. Alle 12.30 si fa pranzo, 20.00 si fa cena e, mi raccomando, non si pranza e cena in casa ma solo al ristorante. Niente pranzi della domenica alle 14.30 tutti a casa di tizio….no, non ci pensate! Ci si vede il venerdì sera alle 18.30 per l’aperitivo.

Passare a casa: sei sotto casa di un tuo amico e vuoi bussare? Noooooo, pazzo: non farlo! Non si può! A Firenze bisogna telefonare e chiedere se si è a casa e se non si è di disturbo. Per noi è inammissibile: si passa a casa, si bussa, si entra e non fa nulla che la cucina è in disordine e le mamma hanno i capelli coi bigodini in testa: un caffè non si nega a nessuno.

Le bancarelle: a Firenze non si urla, non si tratta sul prezzo e i prezzi sono gli stessi di un negozio. Non vi aspettate i nostri mercati chiassosi, la gente che ti chiede sconti, trattare col pescivendolo e dire “Se non me lo dai a di meno vado da un altro” altrimenti vi guarderanno come dei folli e vi diranno “Ohi dè! Vai pure!”

giovedì 17 luglio 2014

Senti che puzza!


"Senti che puzza, scappano anche i cani. Vesuvio lavali col fuoco."
Non sono napoletano e mi definisco ad oltranza irpino ma sono campano, emigrato in Toscana e da campano mi sento amareggiato, impolverato da tante maldicenze sul conto d'una città che adoro. Napoli non è la kasbah del terrone ma la culla d'una civiltà malmenata da troppe tante scomuniche, che arrivano oltre i confini dell'antica Partenope. E poi da chi? Da chi ci chiama camorristi e poi viene indagato per l'Expo milanese, con chi si fa grande per il miracolo padano la cui unica grazia è stata esportare la n'drangheta a Milano? Oggi mi sento napoletano ed anche io puzzo e spero che il Vesuvio mi lavi e mi disseti di lava. Io puzzo di  Capri e del suo mare che s'infrange nella Grotta Azzurra. Io parlo strano come le canzoni di Mario Merola e Massimo Ranieri, che sono cantate in tutte le lingue del mondo, altro che Mia Bela Madunina. Io puzzo del ragù la domenica mattina, che viene fuori dalle finestre di Spaccanapoli, puzzo delle sfogliatelle appena sfornate alle sette di sera, puzzo di basilico appena raccolto dal vaso d'un balcone che affaccia verso Posillipo, puzzo del sudore argentino del Pibe e delle corse di chi arriva correndo dalla scalinata di San Martino, pur di non perdersi il tramonto sul Golfo. Io puzzo di pizza che solo a Napoli sanno fare, del caffè che in altre parti d'Italia è solo acqua sporca, puzzo della scatola che mi arriva ogni fine da casa e che contiene olio e mozzarella. Io puzzo e allora il Vesuvio mi lavi, perchè questo caldo sole mi asciugherà più in fretta della fredda nebbia nordica.

lunedì 14 luglio 2014

Li jàtt di lu paise

Testimoni dei paesi che resistono sul dorso dell'appennino, quello più impervio del molisannio sono loro: i gatti. Abitano le case diroccate, figliano nei vicoli, siedono sulle panchine nei parchi una volta animati da voci umane. Lo sguardo di questi felini mi è familiare: arcigno e tosto come lo stesso delle genti di questi paesi, fiero e fermo che nemmeno il vento, che qui spira freddo da ovest tra la Daunia e l'Irpinia, riesce a muovere, Muti ma pronti ad una festa, se qualcuno rivolge loro la parola. Per queste strade nei baffi felini ritrovo i fatti di chi ha vissuto le piazze e l'anima comunale. Chiamateli Marì, zi' N'tonio, Ciccillo, Commara Teresa e loro risponderanno...

sabato 28 giugno 2014

Napoli


Solo in una Qasba come Napoli sarebbe potuto fiorire il mito di Diego Armando. Napoli è come l'Argentina, terra dei fuochi come quella della fucina del dio Vulcano che forgia nel Vesuvio, patria del passo di tango come quello frenetico della tarantella: una bandiera azzurra e bianca con il sole posto al centro come l'inno del mare e del mezzogiorno partenopeo. Da Napoli è stato bandito l’agio di muoversi: ci si inoltra nel labirinto cieco di mezzogiorno e si viene sportellati dai passanti, dall’invadenza del prossimo con una risata e un scùsàt' giovenò. Altrove si chiamerebbe struscio, a Napoli scansamento: il dribbling, il rinculo e la percussione tra la folla sono tecniche primarie del procedere. E allora capisci da dove vengono i funambolismo di Maradona. Aver fretta per avanzare è solo una pantomima: a Napoli la fretta è considerata la manifestazione di un disturbo nervoso. Si è parte di una vischiosità generale che non si può aggirare in cui si districa meglio chi più sguscia sfruttando la spinta dei corpi altrui, anziché esercitarne una propria. E’ il medesimo effetto che si manifesta nella vasca dei capitoni, è la stessa emicrania con cui El Pibe stordiva gli avversari in campo.   

sabato 21 giugno 2014

Hirpus


Noi siamo sanniti, romani, osci, bizantini, saraceni, italiani, meridionali, pugliesi, beneventani: noi siamo irpini. Siamo le ginestre di oro giallo che spiovono lungo le strade in salita fatte di roccia e terra nera, come la nostra esistenza, sempre dura, e la nostra anima, maturata di saldo nervo e cupo sudore. Da lontano i paesi d’Irpinia sono grandi lampade accese nel buio, un faro per chi torna a casa, una fiammella sempre più lontana alle spalle per chi parte. Siamo la solitudine selvaggia di colli, altopiani, vedette di roccia la cui parrucca è un campanile e due case bianche spaurite. Siamo il silenzio delle nostre verdi vedute, immense e profonde ma interrotte dal solo suono delle folate delle foglie sugli alberi. Noi che conosciamo il freddo polare, siamo la malinconia dell’autunno in anticipo. Noi che non conosciamo neppure il mare, siamo la gioia dell’estate. Siamo lo splendore del cielo, il rosso fiore del musco, siamo il regno ininterrotto del lentischio, delle onde dei canali che scavano gli antichi graniti delle nostre fondamenta, della rosa canina, del vento e dell’immensità delle valli. Siamo una terra antica di lunghi silenzi troncati dal battito della terra tremolante sotto i nostri piedi, siamo forzieri di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne gelate dalla neve e dalla vendetta di un popolo mai domo. Quando nasci in queste terre dimentica il tuo cuore, dimentica la tua nuova casa, dimentica il tuo vestito buono: noi siamo il nostro dialetto, noi siamo i nostri Santi, le nostre tavolate, le nostre chiese, le case arroccate, noi siamo le janare, noi siamo gli scazzamarielli. 
NOI SIAMO IRPINI.


martedì 17 giugno 2014

La mia terra


La mia terra è un viaggio che non parte mai, è un anziano saggio che conosce mille avventure senza mai essersi alzato dalla scannatoio di pietra. La mia terra sa inseguire i sogni fino ai colori dell'alba, fino a quando non si sveglia. La mia terra è il centro del confine tra la Daunia e il Tiburno, dove il limite è in comune come l'Inquietudine che vi è regina.  La mia terra non conosce il mare ma ha sorrisi di sabbia e sole e ha lacrime di sale. La mia terra ha una lingua strana che non è nè pugliese nè campana con cui si raccontano ai nipoti storie di re contadini. Il mare di giallo grano, che si muove anche di notte solcato dai venti che spirano dal Molise, è gioia e dolore, fortuna e moneta dei suoi naviganti, che per quelle onde mai hanno perso la rotta tra la tempesta e l'amore per questi luoghi. La mia terra è un braccio che ammanta con amor di madre, è un padre che sferza con la cinghia, è un ponte tra unisce figli e figlie lontani, è l'oceano da dove scappare per non naufragare. La mia terra accoglie il girovago che come moderno Ulisse viene nutrito e lavato, prima ancora che gli venga chiesto quale sia il suo nome o il paese in cui è nato. La mia terra aprire le sue porte, mani e le vele sul suo mare di giallo grano verso un'estate che pare non arrivare mai.

martedì 27 maggio 2014

Lettera al Sindaco di Aequum Tuticum


Sindaco, 
tu non hai ancora un nome. Il mio è Ariano e prima di questo ne ho avuti altri che avevano il suono del passo deciso dei cavalli, origini latine e ferro sannita, della tenzone medioevale e del gusto pugliese e prima di questi c’è stato un tempo in cui non ne avevo uno. Me ne stavo qui come terra al vento, fino a quando un giorno di novembre giunsero i pastori dalle lande oltre il Tevere. La vita allora era diversa, non c’erano recinti, non c’erano proprietà, non c’era ricchezza da accumulare. Raccoglievano erbe, uccidevano le pecore, tessevano e vendevano la lana. E poi divennero figli di Federico il Barbarossa che portò dalla Terra Santa le spine del Cristo sceso dalla croce. Io sono il tuo paese.

Sindaco,
non ti racconto la storia del tuo paese e non voglio descriverti le tensioni elettorali di questi giorni. Ti invito a scendere nei vicoli della Guardia di Sopra, affondare per le strade sterrate delle tue campagna fin dentro alle cantine che sanno di vino e formaggio. Vieni a trovarmi nelle vene della tua stessa terra, scaldami il ferro dalla ruggine, fai rivivere la tua lingua madre, zittendo il fiato di chi ha speculato su di me. Vieni a vedere l’ossario che c’è sotto ogni chiesa, soffia come il vento vento freddo che spira per queste valli, siedi alle panchine coi tuoi vecchi, salta i cancelli come i tuoi ragazzacci. Lascia da parte le belle promesse al popolo e ritorno ad essere mio figlio.

Sindaco,
non promettere ma sorridi a quelli che incontri, china il capo e togli il cappello come si fa coi nobili, gli stessi tuoi signori con le mani grosse e callose di chi ha lavorato la terra. Non continuare a dare attenzione alle ingiurie: pensa agli affetti e all'affatto che ha questa gente per il suo Paese. Non chiuderti dentro l’armadio del tuo mal di stomaco chiamato crisi nazionale, non essere tipicamente arianese come chi mangia storto e veloce a tavola solo per correre a spiare dalla porta il vicino.

Sindaco,
non sei fatto per accogliere le lamentele, per stare fermo ad aspettare nel tuo dicastero. Scendi in me, ascoltami, posa orecchie e bocca aperte alle mura dei  tuoi palazzi storici, stendi il cuore come il giallo grano in agosto per le tue contrade. Ricordi le grandi nevicate dell’infanzia, le rondini che gridavano in estate e le persone, i negozi del centro, i bar pieni la domenica mattina e il suono dei piatti che s'univa a quello delle campane in festa? Ora c’è questa nebbia vergognosa, i vecchi che sono rimasti in cinque e certe sere la piazza è piena di macchine parcheggiate ma in giro non si vede nessuno. Io sono il tuo paese, sono i tetti rossi delle case, sono lo scazzamariello, ogni scalino che sale per i vicoli, sono la janara, i vecchi in piazza e  i giovani d'una volta a riempire la villa, sono la vigna e l'aglianico. Io non sono Campania, né Puglia, né Lucania. Ho un clima scandinavo e sono poche le case sono girate verso nord. Sono un mulo accidioso che naviga sul dorso antico di tre colli nell’argilla rossa e con le spine di Cristo nei fianchi.

Sindaco,
Ariano è come un dio e quello che non funziona nell’idea di Dio è che sono sempre idee enormi mai circoscritte. C’è sempre questa frenesia dell’infinito. Forse erano più veri gli dei pagani, uno per ogni cosa. E allora sindaco metti in pratica poche idee, crea e sii il primo ad arrotolarti le maniche, sii l'esempio e dietro di te tutti gli arianesi che venerano il loro paese.