Avevo otto anni. Il pomeriggio era lungo quanto la luce che entrava dalla finestra e caldo quanto il vento che ne gonfiava le tende. Le mie giornate giravano intorno al tavolo della cucina, come ci giravo io: lui immobile ed inerme a seguire il tempo delle stagioni, io correndo come un disperato, aspettando che venisse l’estate, consumando prima le scarpe coi lacci poi i sandali di cuoio. Mi fermavo un attimo, per prendere fiato o per un richiamo di mia madre “Giggì dai e basta! Siediti due minuti! Dai che ti faccio un panettone!”. Povera mamma, santa donna: quanto l’ho fatta penare dietro alle mie corse per casa. Lei si alzava stanca dalla sedia dove leggeva i punti dell’uncinetto come fa un marinaio con le carte nautiche, io invece mi sedevo, impaziente e ammonito da tale dolciaria austerità con le braccia conserte e il muso basso. “A Mirella e Carmela non dici mai niente. Sempre io.”, però intanto la osservavo con gli occhi felini in un mix di felicità e orgoglio. Sbatteva un uovo con lo zucchero, aggiungeva il latte, una scorza di limone, un pugno di farina. Bolliva sul fornello più stretto il pentolino. Il profumo deciso del limone inondava tutto: calore e odore permeavano i mobili azzurri della cucina. Io appoggiavo la testa sul tavolo, guardandola incantato. “Dopo metti la crema?” chiedevo. Una crema giallo zafferano, densa, che s’agitava unita così come la scuotevi dalla pentola. Mia madre allora la lasciava lì ancora fin quando la superfice non s’induriva e allora le tracce del mio indice non potevano non rimanere nascoste. Io mettevo la sedia contro l’anta del mobile basso e in ginocchio guardavo fuori dal bordo il vapore che saliva profumato e irresistibile. “E’ ora?”, “No, ancora è presto, aspetta”. “E’ ora?” – “Nooo”, serena mentre incrociava filo e uncinetto tra l’indice e il pollice. “E adesso?” e lei s’alzava senza risposta, come se conoscesse i tempi atomici del raffreddamento degli ingredienti, allungava il mento verso i fornelli e ricominciava, tagliava la buccia di un’arancia e la univa all’intruglio giallo. Il profumo di quella scorze mi piaceva così tanto che scendevo dalla sedia e per qualche minuto, dimenticando la crema. Sarà stato forse quello l’odore che ha accompagnato la mia intera infanzia: acre/speziato/paglierino/dolce/malinconico/estivo.”Vieni,è pronto!” e mi sedevo vicino a lei, mangiavo piano quel panettone ancora caldo e la crema che ne attraversava il mezzo. Ogni volta che al centro del tavolo appariva un dolce era una gran festa, la mia festa con tanto di foto e candelina. E’ quel modo di sentirsi felici con poco che ora mi manca: ho tutti gli ingredienti ma non potrei mai organizzare una festa come quelle della mia infanzia intorno a un panettone. Mia madre allora tornava ai fornelli proprio quando il pomeriggio diventava una lunga ombra scura nella cucina. Non ho mai capito come facciano le madri a conoscere senza avere la percezione fisica del tempo i giusti tempi di cottura della pasta sui fornelli, di quando sia il momento di cambiare di un piano all’altro del forno un dolce, se penso proprio a mia madre come riesca a preparare la cena per un’intera famiglia, dividendosi tra il suo silenzioso e perpetuo cucito e le estrazioni metodiche del lotto sulla Rai. Io cominciavo ancora a giocare, correndo intorno al tavolo o disegnando con le dita sul vetro umido. Il mio pomeriggio era allora notte, il nero si accendeva della luce luci del lampadario al centro della stanza e il silenzio era rotto solo dal mio lamento: mia sorella Mirella m’aveva fatto cadere ancora. Ancora non mi spiego perché mi venisse voglia di correre intorno a quel tavolo e ora che di anni ne sono passati venti vorrei correre all’incontrario per far ritornare quel tempo con i suoi odori di buono e la voglia di piangere ma per un motivo valido fino al silenzio un istante prima di dormire.
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martedì 25 novembre 2014
La crema del tempo
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venerdì 18 luglio 2014
La strada verso casa
Prima
di iniziare il viaggio che mi avrebbe portato attraverso altre mille
luoghi del mondo, non sapevo perché volessi partire: la risposta
migliore a chi me lo avesse chiesto, sarebbe stato qualcosa come “Mi
annoio” o “Devo farlo". Ma dovevo
andare e percorrere tutti i chilometri di ogni strada, per capire, per
sentire quello che mi mancava. Ho dovuto scoprire quale piccolo cerchio
sia in realtà l’esperienza di un uomo, sentire la mano fredda della
malinconia, stringere mani nuove e chiedere loro scusa e grazie,
sentirsi orfano nel mondo. Capire cosa significa essere fortunati, così
sfacciatamente fortunati da avere la nausea al pensiero di poter tornare
un giorno. Ho dovuto vedere, annusare, temere, assaporare da dove
vengono i miei fratelli e sorelle e realizzare quanto sarebbe stata
diversa la loro vita, se non fossero diventati la mia famiglia e quanto
diversa sarebbe stata la mia. Bisogna fare il giro del mondo, per capire
quale miracolosa connessione ci unisce alla famiglia, cosa che mi
pareva così naturale e ovvia quand'ero figlio tra le mura domestiche. La
risposta al perché mi sono messo in viaggio è che dovevo circumnavigare
la Terra, il mio pianeta dell'anima, prima di trovare la strada di
casa.
mercoledì 16 luglio 2014
531 km
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giovedì 3 luglio 2014
Ancora un treno
Ancora un treno, ancora un vagone che mi porterà a casa insieme alla nostalgia del mio passato, delle mie cose, dei miei ricordi e delle loro radici. Il treno per casa che fila placido incontro alla notte e raccoglie paesi minuscoli in una collana di luci sparse lungo le colline fin giù alla costa e poi ancora verso l’appennino. Siamo tutti studenti, operai, militari, famiglie, mamme, criatùre che vanno su e giù per questa carrozza: tutti imbroglioni e imbrogliati dal sonno. Anche io vorrei tanto riuscire a dormire, se solo non facessi parte della discussione al cellulare dell’ennesimo napoletano. Guardando il vetro tra una galleria e l’altra, la mia faccia non mente e non sembra nemmeno un granchè. Guardo i miei appunti su queste righe e ricordo a me stesso che sta finendo il mio tempo per dirmi bugie, che sta passando la mia gioventù e ancora non ho trovato l’esatto motivo che mi serve per stare nel mondo. Fra altre dodici stazioni questo treno si fermerà ad Ariano: la tredicesima stazione di questa lunga Via Crucis di caldo, sudore, sonno, urla, canzoni e suonerie. Il mio paese sarà caldo e materno, severo e paterno non appena mi vedrà arrivare: ”Come stai? Come stanno le cose? E il lavoro? E calzini puliti ne hai?”. La mia stanza mi aspetta come l’ho lasciata con il letto pulito e rifatto tra le foto del ragazzo che non sono più. A questa casa, alle mie cose, alla mia adolescenza e corre forte il pensiero a mio padre che si alzava ogni giorno all’alba per vedermi, per farmi studiare. Quanta fatica, quanto sonno perduto, quanto amore sprecato per me. Oggi questo tempo corre lento come gli anni al tempo del primo viaggio da solo verso il paesino dei miei nonni, quando le tasche vuote si riempivano solo con i sogni di trascorrere un’estate assolata, senz'altri avvilimenti di tornare in ufficio, e i colleghi e il capo e l'affitto e il vicino e la macchina e.... Bastava già solo quel viaggio che sembrava un’avventura superba su quel treno che sbuffava sui sogni e sulle passioni di bambino. Scoprivo la terra che scorreva sui binari e, quando quel paesaggio finiva, rimanevo sempre incantato per la mia meta e il senso della libertà che dava quel viaggio. Ora tra nuvole e pioggia della città dalla quale sono partito a volte vedo svanire i ricordi e mi trovo a parlare da solo come per darmi forza prima della fine di questo lungo viaggio. Ho terminato di leggere le storie di Doyle, di Yeats e di Joyce appena arrivato a Pescara: ”Ma quando un mattino d'inverno mi sono specchiato ho visto diec'anni passare. E un sogno sparito e un viaggio è partito tagliando l'Europa, per Londra il Galles e il mare. Dormivo tra il cielo di mille stazioni di un tempo che non tornerà. Il treno per Galway correva e toccava la terra da conquistare: fermava il mio tempo, gli splendidi giorni da ricordare.” Ancora mi trovo su questo treno che piano piano esce placido da questa notte e tra un momento alle 7 e 50 arriverà a casa.
sabato 21 giugno 2014
Hirpus
Noi siamo sanniti, romani, osci, bizantini, saraceni,
italiani, meridionali, pugliesi, beneventani: noi siamo irpini. Siamo le
ginestre di oro giallo che spiovono lungo le strade in salita fatte di roccia e
terra nera, come la nostra esistenza, sempre dura, e la nostra anima, maturata
di saldo nervo e cupo sudore. Da lontano i paesi d’Irpinia sono grandi lampade
accese nel buio, un faro per chi torna a casa, una fiammella sempre più lontana
alle spalle per chi parte. Siamo la solitudine selvaggia di colli, altopiani,
vedette di roccia la cui parrucca è un campanile e due case bianche spaurite.
Siamo il silenzio delle nostre verdi vedute, immense e profonde ma interrotte
dal solo suono delle folate delle foglie sugli alberi. Noi che conosciamo il
freddo polare, siamo la malinconia dell’autunno in anticipo. Noi che non
conosciamo neppure il mare, siamo la gioia dell’estate. Siamo lo splendore del
cielo, il rosso fiore del musco, siamo il regno ininterrotto del lentischio,
delle onde dei canali che scavano gli antichi graniti delle nostre fondamenta,
della rosa canina, del vento e dell’immensità delle valli. Siamo una terra
antica di lunghi silenzi troncati dal battito della terra tremolante sotto i
nostri piedi, siamo forzieri di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di
montagne gelate dalla neve e dalla vendetta di un popolo mai domo. Quando nasci
in queste terre dimentica il tuo cuore, dimentica la tua nuova casa, dimentica
il tuo vestito buono: noi siamo il nostro dialetto, noi siamo i nostri Santi,
le nostre tavolate, le nostre chiese, le case arroccate, noi siamo le janare,
noi siamo gli scazzamarielli.
NOI SIAMO IRPINI.
venerdì 20 giugno 2014
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