sabato 30 agosto 2014

L'attimo che fermò l'Arno passare


D’un tratto intesi un fievole suo gemito. Non era dolore o affanno, no: era il rumore sordo e soffocato che si leva dal fondo d’un’ anima che si libera d'un peso. L'Arno scorreva come Stige di liquido argento e petrolio. Fissai quell'onde continue d'una corrente silenziosa d'estate, che ne sentivo l'andare, così come risuonavano forti le tempie pulsare. La musica e la gente intorno erano solo echi lontani: acqua scura e tempie rosse, questo il ritmo teutonico che suonava nell'attimo lungo due anni, divenuti illogici ma speranzosi come accendere un fiammifero nella tormenta. Gambe tremule, mani fredde e poi il cuore: "tum, tum...tum", tocchi sordi come passi nel buio. Quell'attimo ha aguzzato l'udito dell'anima, ha sentito il respiro fermare, ha reso cieco il tatto: solo il rumore dell'acqua silenziosa e gl'occhi miei tesi a guardare non più oltre del Ponte Santa Trinita e da sponda a sponda, da arco a rosone quello che aveva appena udito la mia anima pareva kraken che scuoteva il fiume. Neppure Dante avrebbe mai potuto congegnare una storia mia simile, che avesse come scenario la pietra scema di Ponte Vecchio: neppure il Sommo avrebbe endecasillabo tale per raccontare la durata d'un attimo fatale, per narrare questa mia storia. Credevo d'aver sentito fino ad allora tutte le cose del cielo e della terra ma mai così molte dal paradiso infernale. Come connettino le sinapsi le idee che diventano altrui parola non è per me pensiero scientifico ma conosco l'anima mia e altrui ed allora la scienza nulla può contro questa certa matematica inesatta. Di quelle parole m'ostiani a non darne oggetto: ho amato ed amo ancora quella bocca che le aveva appena pronunciate, che non m’aveva fatto mai del male se non distruggermi e tornare con pala e propositi per ricostruire ancora, ancora e ancora. Non m’aveva mai insultato ma desideravo più d'ogni altra cosa anche la sua parola più oscena, purchè a me diretta per il solo semplice suono di quelle labbra che s'aprivano e non della parola che ne usciva. Prima d'incrociare l'onda fiorentina, incrociai i suoi occhi: una coppia di carabinieri d'altri tempi, tosti, severi. Uno in particolare, il sinistro, a sè vibrava: un marrone che il suo tremolio pareva scuotere la terra sotto i miei piedi. Ogni volta che quegl'occhi mi cadevano addosso, mi si gelava il sangue e così con lenta ferocia addomesticava il mio essere. Le bastavano tre occhiate che come chiodo su Cristo mi fermavano mani e piedi nel crudo legno d'una mia stupida trovata, per poi sperare nel risorgere a gradi ancora, ancora e ancora. Quelle parole erano saltate fuori con sapienza di precetti, con precauzione e preveggenza: dissimulai, voltando le spalle a quella bocca e, mirando l'Arno, mi sarei aspettato che, come l’assassino con lama lucente al bagliore della luna, finisse il suo operato. Troppe lame e cicatrici hanno subito queste spalle e allora mi rivoltai, per godermi sfinito l'ultimo suo fendente, che non è stato ferale, anzi...La lancetta delle ore girava più velocemente della digestione della sentenza d'un istante prima eppure ne percepii l'audacia e la sagacia della sua cruda saporita condanna, tanto che questa mi passava tra le mie dita le sue dita quasi a creare le sbarre di questa prigionia, a condividere questa sua stessa esecrazione. Il giudice che condivide la pena col condannato: a quell’idea mi lasciai sfuggire un riso. Quella figura nonostante i Golgota del precedente cammino era ancora, ancora e ancora davanti alla mia ma con spirito nuovo, urbanamente meschino e fottutamente sincero, chè mai avevo visto prima, di cui mai mia anima e orecchie avevano udito mai quelle sue parole, che non sapevo nemmeno fosse capace a pronunciare poi. In quel nuovo istante mi sentivo in imbarazzo, una sensazione mai davvero provata, che, se mi fossi visto a teatro, sarei sobbalzato prima per lo strazio e poi per il finale che non t'aspetti. Mi guardai intorno, per cercare qualcuno che avesse nello stesso istante, vivendo con protagonisti diversi, quel mio stesso momento: proprio allora mi accorsi che nella loro anormalità erano evento e persona che non saranno mai simili ad altri, che nella loro irrazionalità saranno singolari, stupidi e incomprensibili ma di quella stupidità che nonostante i patemi passati farà sorridere da anziani così, senza motivo, senza pensarci. Quell'attimo ha saputo fermare cuore e tempo ma, come la corrente dell'Arno che scorre e non si ferma, così non si può fermare ciò che si desidera, pur sapendo che fa e farà male, portando via con sè ogni residua costruzione umana, lasciando ancor più abbattimento: si possono solo guardare entrambi, forse arginare ma non fermare. 

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