Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Cesare Pavese, "La luna e i faló"
Prendete due case, un campanile, una vigna e un pastore e lanciateli senza coordinate geografiche e temporali, che sbattano contro i monti della Daunia e che vengano percossi dal vento che spira dal Taburno, così come si fa coi dadi sul tavolo verde da gioco: la somma che ne viene fuori è un vizio glorioso, una fortunata sventura, una male benigno per l'anima. Prendete allora un territorio come l'Irpinia e ponetelo a sud ma più in alto, giusto perchè l'Irpinia si vuole e deve proteggere. Regalatele aspre colline, uva scura e paglierina, dolce terra nera, olio terso e intenso, larghi tramonti rosso fuoco, pane morbido dalla crosta dura, vento freddo d'estate e sole il giorno di Natale. Regalatele poi boschi e brughiere e pietre millenarie, castelli normanni e tenute angioine e torri aragonesi, animali che paiano arrivare dalle fiabe d'Irlanda e uomini come bestie vichinghe, verde che si perde negli occhi bruni di questa gente, strade in salita che giungono nella piazza bianca che evade in vicoli scoscesi, rozzi dottoroni e ubriachi filosofi. Prendete la neve in inverno che permea fino alle radici della terra ed è per questo che da lei ne nascano suoi figli dallo sguardo freddo, prendete poi il vento d'estate che caldo accarezza con un manrovescio il giallo grano disteso come un lenzuolo ricamato per questi colli. Prendete le scarpe più vecchie e camminate per Ariano, Bisaccia, Calitri, Frigento, Carife e gli innumerevoli paesi che tutti insieme fanno un solo condominio milanese: osservate i volti delle persone, quelle che chiamano Irpini ma che loro stessi gridano a bassa voce come una bestemmia tra i denti, camminate fino al bivio che scompare mentre si fa sera, seguite le foglie argentine sui rami e con l'olfatto il vento, che con sè porta il sapore del pomodoro, delle panzane dei cacciatori, della paglia, delle ciance delle zitelle. Guardate poi questo cielo che è stato testimone di lotte medioevali, stagliato dallo stendardo del pio Federico che qui ne proclamò la pace e la sua dimora, guardate le nuvole basse che sono le muse di Cicerone, perdetevi in quell'azzurro che colorò le idee di poeti e canzonieri. Cercate gli occhi delle donne che hanno le gambe pesanti e veloci e le mani grosse e delicate: fissate quegl'occhi e capirate che le rughe degl'anni andati tutt'intorno fanno scomparire la tristezza con un solo limpido sorriso. Scovate le janare e fatevi svelare i segreti di questa gente che è taciturna e non sa mantenere un segreto, che ha paura del futuro e prega i Santi per una speranza per campare anche domani. Ricordate tutto questo e non nominatelo mai e mai invano.

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