[...] Viviamo una nuova fase dell’era dell’iconoclastia: siamo nell’era dell’immagine automatica genialmente avviata da Daguerre con la sua invenzione nel 1839. Un'era, quella attuale, che gli infedeli chiamano del digitale, un lemma per me antipatico comunque impreciso che i francesi l’hanno definito numérique. La fotografia digitale non è solo calcolo di tempi d'apertura del diaframma, contenere luci ed abbellire ombre e soprattutto non è, come da molti sento imprecare, che una reflex costosa di sicuro renda migliori gli scatti fotografici. La fotografia è per me un hobby, una passione anfibia: cerco sempre di cogliere allegoriche scene d’ambiente o le sue anomalie, eventi passeggeri, che sono stimoli storici: catturare un attimo che, pur tornando, non sarà mai più come il precedente. Cerco anziani che si tengono per la mano, un gatto che sbadiglia in un pomeriggio assolato, il colore d'un sorriso, la profondità d'uno sguardo: cerco la sorpresa delle figure che avanzano nella nebbia e le confronto con i cromatismi dei tramonti, sono attratto dai pigmenti chimici delle scie che lascia il traffico e dal bianco pallido della luna. Sì, saranno scatti pur banali, quotidiani, di passaggio ma ciò che conta della fotografia è trattenere un pensiero, una emozione e a volte cogliere un momento di poesia. [...]
Con questa didascalia ho presentato ad una mostra fotografica due miei scatti catturati nel mio Paese natìo, Ariano Irpino. E' la seconda volta che espongo in pubblico delle mie, passatemi il termine, "opere" e c'è sempre dietro molto tremore condito dalla spavalderia di chi sa aver comunque creato qualcosa, d'aver dato vita ad un'idea poi diventata carta Kodak appesa ad una parete. A differenza della scrittura - sul blog posso liberamente allargarmi nei contenuti od essere stringato nelle forme, dato che in sostanza queste pagine sono più un diario di bordo che un'agorà a cui rendere conto del mio operato - con la fotografia si scherza poco perchè non si parla più di followers ma di visitatori, pubblico eterogeneo il cui metro di giudizio è o la totale indifferenza o quel minimo di apprezzamento che sono i secondi passati a guardare la fotografia esposta. Ciò che con uno scritto si può far intendere anche nella forma aulica e prolissa con la fotografia si ha un solo modo di comunicare, un solo soggetto con il quale farsi capire. Basti pensare poi all'unicità della fotografia: traducendo un testo, si può essere compresi da un mondo intero di lettori, cosa che per un fotografo non serve un dizionario, se penso ad Stev McCurry, autore della scatto della Monnalisa Afgana, Sharbat Gula, che è la foto più conosciuta, oso dire, almeno degli ultimi vent'anni (http://www.veja.it/2012/09/15/la-storia-di-sharbat-gula-la-ragazza-afgana-dagli-occhi-verde-ghiaccio/). Con quest'unico scatto, con un "semplice" click è stata raccontata una storia di una donna, di guerra, di pietà, di futuro tanto che uno scrittore avrebbe impiegato pagine e pagine. Pensate che, mentre stavate leggendo quest'ultima frase, quella fotografia come tante altre di altrettanta intensità sono state scattate e non sono serviti giri immensi di parole: un click, un formidabile, singolo, intenso click.



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