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lunedì 10 novembre 2014

ArtClick


Domenica a zonzo al Museo degli Uffizi. Non sono un gran fruitore dell'arte, anche se resta una delle mie passioni, e sono certo che in questo mio quasi primo decennio fiorentino sarò entrato agli Uffizi più volte di quante sono andato all'Otel o al Flo, giusto per farvi intendere che delle sgallettate che si vedono in giro preferirò di gran lunga quelle dei marmi del Canova. Da quando ho ripreso ad imbracciare la reflex e da quando finalmente anche nei musei italiani è stato concesso ai poveri mortali il privilegio di scattar fotografie, ho avuto un motivo ed un entusiasmo in più per riscoprire le sale di quello che ritengo essere in ordine il sesto museo migliore tra quelli finora visitati, dopo il British Musem, il Louvre, la Pinacoteca di Brera, il Van Gogh Musem e il Museu Europeu d'Art Modern. Consiglio di visitare gli Uffizi proprio la domenica mattina, appena questo apre al pubblico: coda digeribile in pochi minuti, pochissimi turisti invadenti, silenzio e luce giusta a riempire le opere esposte, tutti ingredienti giusti per godersi al meglio il meglio dell'arte in Toscana. Inizio a scattar le foto che sono ormai il personale marchio d'autore: i dettagli negli sguardi e nelle mani, nei volti e nelle loro ombre. Da qui la mia riflessione proprio sulla concessione degli scatti fotografici nei musei. E' stato proclamato il diritto di condivisione universale dei beni culturali: in nome della “libertà della cultura” finalmente è stato abbattuto il muro che divide la comunicazione tradizionale del patrimonio culturale dalla condivisione delle immagini, stampate o su file ma più personali, fruibili anche a chi è rimasto a casa. Avete presente il classico testo di storia dell'arte per studenti? Tutto piatto, noioso, con le pagine ingiallite, nauseabonde di polvere, standardizzato e fin troppo formale. Immaginate ora un testo di storia dell'arte ricostruito dallo studente stesso in visita agli Uffizi: avrebbe immagini delle opere che più l'hanno colpito, un incentivo insomma allo studio del "è bello ciò che piace", un modo dunque per avvicinare ed interessare il turista all'arte, affinchè la condivida anche dopo la sua visita. 

E ora il rovescio della medaglia: il turista spicciolo bada e sbruffa per tutta la visita al costo del biglietto speso. Fotografare "a nastro" ogni cosa in un solo click riappiattisce e imbruttisce due arti: l'arte figurativa e l'arte fotografica. Siamo passati dunque dall'invasione nipponica, tutta in coda e a muso giallo in alto stupito da tanta bellezza, all'“invasione digitale”: se la prima rubava spazi ed aria, la seconda preda immagini e filmati e li spaccia pressoché in tempo reale sui social network. Quest'ultimo è allora davvero il male della tecnologia che bussa coi piedi alle porte dell'arte classica e moderna. Quel che gli “invasori” rivendicano è il diritto di ogni visitatore a condividere la propria esperienza di visita, la propria scelta, i propri sguardi sulle opere, innescando quella “viralità” di diffusione orizzontale che un testo d'arte classico non riuscirà mai a produrre. In fondo a questa mia riflessione chiudo un occhio sì e l'altro no. Di fronte alla bulimia fotoricordistica privata dei turisti si rivendica un modello nuovo di divulgazione del patrimonio artistico che appartenga ai processi di divulgazione culturale non più autoritaria, conservatrice ma aperta e innovatrice. Credo in un nuovo rapporto fra il museo e il visitatore, tra l'arte e il suo fruitore basato sulla partecipazione di quest’ultimo alla produzione, creazione e valorizzazione della cultura. Il lato negativo è il versante alberghiero dell'arte, la condivisione di fotografie dei visitatori che recludono l'arte in uno smartphone e con un "ti faccio vedere gli Uffizi", annichiliscono i Botticelli e i Da Vinci tra le fotografie al panino con la finocchiona e zio Pietro che dormiva a bocca aperta in macchina. Il consumo materiale a dù spicci dell'arte potrebbe, a mio avviso insomma, calpestare la fame spirituale dell'arte stessa. 




sabato 25 ottobre 2014

Odio retrica

Sta accadendo qualcosa di impressionante e nessuno se ne rende conto. Con abili spot pubblicitari i produttori di smartphone magnificano le doti delle applicazioni fotografiche: pixel, stabilizzatori, alta definizione, saturazione dei colori, nitidezza. Foto che finiscono sui social con goffi tentativi di post-produzione che assomiglia a certa chirurgia estetica praticata nel Gabon. Sta accadendo il disastro culturale e concettuale per cui le foto non sono più normali: la post-produzione è una cag*** gigantesca, la bellezza di una foto non risiede più nella capacità imperfetta di riportare un punto di vista e non è più in un movimento accennato, nella fatica di rubare un sorriso verso il basso o uno sguardo di profilo ma è nel pacchiano uso sommato di grandangoli e di colori saturi. Tutto è in primo piano, niente è fuori fuoco, colori impossibili, ritratti che imbruttiscono quasi sempre ma che soprattutto fanno pena. Filtri che riproducono i limiti di pellicole anni '60, che donano un’aria vintage ma che sono delle maschere grottesche che vanno di pari passo con colori finti e punti di vista esagerati. La capacità di comporre una foto nella sua naturalezza entro i limiti ottico e cromatico, che fanno della bellezza una bellezza mai perfetta ed è proprio per questo che non è mai innaturale. Già stiamo formando generazioni che non sanno cosa sia il mondo ora che non sanno neppure guardare ma sopratutto smartphone ed app stanno illudendo tutti nel campo della fotografia. Milioni di persone ormai da qualche anno consegnano vite intere, ricordi e bellezza a sistemi che scattano foto orrende, che non restano se non solo su uno schermo illuminato. Lasciate ai tramonti i colori che gli spettano, lasciate che il cibo venga mangiato e non fotografato, lasciate in pace il vostro cane e guardate meglio cosa sapeva inventarsi Cartier-Bresson con una vecchia Leica e una pellicola in bianco e nero. Per il resto scattate fotografie orribili.

domenica 21 settembre 2014

Click


[...] Viviamo una nuova fase dell’era dell’iconoclastia: siamo nell’era dell’immagine automatica genialmente avviata da Daguerre con la sua invenzione nel 1839. Un'era, quella attuale, che gli infedeli chiamano del digitale, un lemma per me antipatico comunque impreciso che i francesi l’hanno definito numérique. La fotografia digitale non è solo calcolo di tempi d'apertura del diaframma, contenere luci ed abbellire ombre e soprattutto non è, come da molti sento imprecare, che una reflex costosa di sicuro renda migliori gli scatti fotografici. La fotografia è per me un hobby, una passione anfibia: cerco sempre di cogliere allegoriche scene d’ambiente o le sue anomalie, eventi passeggeri, che sono stimoli storici: catturare un attimo che, pur tornando, non sarà mai più come il precedente. Cerco anziani che si tengono per la mano, un gatto che sbadiglia in un pomeriggio assolato, il colore d'un sorriso, la profondità d'uno sguardo: cerco la sorpresa delle figure che avanzano nella nebbia e le confronto con i cromatismi dei tramonti, sono attratto dai pigmenti chimici delle scie che lascia il traffico e dal bianco pallido della luna. Sì, saranno scatti pur banali, quotidiani, di passaggio ma ciò che conta della fotografia è trattenere un pensiero, una emozione e a volte cogliere un momento di poesia. [...]

Con questa didascalia ho presentato ad una mostra fotografica due miei scatti catturati nel mio Paese natìo, Ariano Irpino. E' la seconda volta che espongo in pubblico delle mie, passatemi il termine, "opere" e c'è sempre dietro molto tremore condito dalla spavalderia di chi sa aver comunque creato qualcosa, d'aver dato vita ad un'idea poi diventata carta Kodak appesa ad una parete. A differenza della scrittura - sul blog posso liberamente allargarmi nei contenuti od essere stringato nelle forme, dato che in sostanza queste pagine sono più un diario di bordo che un'agorà a cui rendere conto del mio operato - con la fotografia si scherza poco perchè non si parla più di followers ma di visitatori, pubblico eterogeneo il cui metro di giudizio è o la totale indifferenza o quel minimo di apprezzamento che sono i secondi passati a guardare la fotografia esposta. Ciò che con uno scritto si può far intendere anche nella forma aulica e prolissa con la fotografia si ha un solo modo di comunicare, un solo soggetto con il quale farsi capire. Basti pensare poi all'unicità della fotografia: traducendo un testo, si può essere compresi da un mondo intero di lettori, cosa che per un fotografo non serve un dizionario, se penso ad Stev McCurry, autore della scatto della Monnalisa Afgana, Sharbat Gula, che è la foto più conosciuta, oso dire, almeno degli ultimi vent'anni (http://www.veja.it/2012/09/15/la-storia-di-sharbat-gula-la-ragazza-afgana-dagli-occhi-verde-ghiaccio/). Con quest'unico scatto, con un "semplice" click è stata raccontata una storia di una donna, di guerra, di pietà, di futuro tanto che uno scrittore avrebbe impiegato pagine e pagine. Pensate che, mentre stavate leggendo quest'ultima frase, quella fotografia come tante altre di altrettanta intensità sono state scattate e non sono serviti giri immensi di parole: un click, un formidabile, singolo, intenso click. 

giovedì 19 giugno 2014

Fuckphone


Le persone non sanno più raccontare.
Chiedi Cos’è successo ieri sera? Com’è andata? e viene risposto, brandendo l’iPhone aspetta, ti faccio vedere le foto, dalle quali ovviamente sembra sempre tutto sublime e condito da sorrisi e abbracci in posa plastica. Sappiamo tutti benissimo che dei momenti veramente belli e speciali non esistono quasi mai immagini, abbiamo ben altro a cui pensare in quei frangenti. Piuttosto si fotografa e ci si mette in posa per vantarsi e/o generare qualche forma di invidia o reazione negli altri. O anche solamente per ingannare la noia. In un colpo solo il genere umano è riuscito a rovinare due cose: l’arte della fotografia e l’arte di raccontare.