sabato 25 ottobre 2014

Odio retrica

Sta accadendo qualcosa di impressionante e nessuno se ne rende conto. Con abili spot pubblicitari i produttori di smartphone magnificano le doti delle applicazioni fotografiche: pixel, stabilizzatori, alta definizione, saturazione dei colori, nitidezza. Foto che finiscono sui social con goffi tentativi di post-produzione che assomiglia a certa chirurgia estetica praticata nel Gabon. Sta accadendo il disastro culturale e concettuale per cui le foto non sono più normali: la post-produzione è una cag*** gigantesca, la bellezza di una foto non risiede più nella capacità imperfetta di riportare un punto di vista e non è più in un movimento accennato, nella fatica di rubare un sorriso verso il basso o uno sguardo di profilo ma è nel pacchiano uso sommato di grandangoli e di colori saturi. Tutto è in primo piano, niente è fuori fuoco, colori impossibili, ritratti che imbruttiscono quasi sempre ma che soprattutto fanno pena. Filtri che riproducono i limiti di pellicole anni '60, che donano un’aria vintage ma che sono delle maschere grottesche che vanno di pari passo con colori finti e punti di vista esagerati. La capacità di comporre una foto nella sua naturalezza entro i limiti ottico e cromatico, che fanno della bellezza una bellezza mai perfetta ed è proprio per questo che non è mai innaturale. Già stiamo formando generazioni che non sanno cosa sia il mondo ora che non sanno neppure guardare ma sopratutto smartphone ed app stanno illudendo tutti nel campo della fotografia. Milioni di persone ormai da qualche anno consegnano vite intere, ricordi e bellezza a sistemi che scattano foto orrende, che non restano se non solo su uno schermo illuminato. Lasciate ai tramonti i colori che gli spettano, lasciate che il cibo venga mangiato e non fotografato, lasciate in pace il vostro cane e guardate meglio cosa sapeva inventarsi Cartier-Bresson con una vecchia Leica e una pellicola in bianco e nero. Per il resto scattate fotografie orribili.

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