mercoledì 1 ottobre 2014

Sotto l’acqua e sotto il vento, sotto al noce di Benevento


Un personale invito al cinema. Un film horror made in Italy, made in Sannio per la precisione: Janara. Le riprese si sono tenute tra Benevento e i Comuni di San Lupo e Guardia Sanframondi e il regista si rifà alla credenza popolare sannita contadina delle Janare, la cui capostipite è una strega che nel Settecento venne messa al rogo mentre aspettava un bambino. Secondo la leggenda, la strega Janara lanciò una maledizione: nessuno avrebbe più potuto crescere dei figli in quella zona. Altre storie rimandano al mito semiserio della ianua, la porta: era appunto dinanzi alla porta, che, secondo la tradizione, era necessario collocare una scopa oppure un sacchetto di sale; la strega, costretta a contare i fili della scopa o i grani di sale, avrebbe indugiato fino al sorgere del sole, la cui luce pare fosse sua mortale nemica. Ancora dalla genesi del folklore, la Janara usciva di notte e si intrufolava nelle stalle dei cavalli per prendere una giumenta e cavalcarla per tutta la notte, avendo l'abitudine di fare le treccine alla criniera della giovane cavalla rapita, lasciando così un segno della sua nefasta presenza, presagio di sventure prossime familiari. La giumenta, stremata dalla fatica, collassava al suolo: una perdita enorme per chi, come i contadini, aveva come solo mezzo di locomozione o d'aiuto nei campi proprio un solo cavallo. Ancora la Janara disperdeva le greggi, per disinteressare il pastore dalla propria donna a sua volta indaffarata nel ripulire la casa dal disordine procurato dalla stessa strega. Il contadino e la donna a sera sarebbero stati tanto stanchi dal governo di pecore e casa da non poter copulare: da qui sia l'idea reale della laboriosità seria e dura dei sanniti che le maldicenze di paese sulla donna che, se ancora non madre, sarebbe stata sterile, inadatta ai figli ed allora una cattiva moglie, un misfatto per certe culture del sud d'Italia. Janare erano ancora le anziane donne che prestavano il proprio aiuto nei parti in casa, levatrici di figli altrui o conoscitrici di antichi rimedi medici con erbe medicamentose: chi generava vita e chi conosceva i rimedi per guarirla con erbe o unguenti dai poteri narcolettici o sedativi, chi una volta terminato il proprio intervento domestico sparendo poi come il vento, meritava il titolo di Janara. La tradizione vuole che per poterla acciuffare, bisognava afferrarla per i capelli, il suo punto debole: a quel punto, alla domanda "che teni mmane" - "cosa hai tra le mani", bisognava rispondere "ferro e acciaio" in modo che non si potesse liberare ormai incatenata; se al contrario si fosse risposto "capigli" - "capelli", la Janara avrebbe risposto "e i me ne sciulie comm a n'anguilla" - "me ne scivolo via come un'anguilla" e si sarebbe così liberata, dandosi alla fuga. Inoltre si diceva che a chi sarebbe riuscito a catturare la Janara quando essa era incorporea ovvero solo un'ombra della luna, ella avrebbe offerto la protezione delle Janare sulla famiglia per sette generazioni in cambio della libertà. Si accreditava alle Janare anche la sensazione di soffocamento che a volte si prova durante il sonno: si pensava infatti che la Janara si divertisse a saltare sui giovani uomini, cercando di soffocarli. Si riteneva poi che i bambini che avessero manifestato improvvisamente deformazioni nel fisico, fossero stati nottetempo passati attraverso il treppiede che si usava nel focolare per sostenere il calderone: "La' janara l'è passat' dint u treppète" - "La janara lo ha fatto passare attraverso il treppiede". Altra storia correlata alla figura della Janara è quella che identifica un metodo pressoché infallibile per riconoscerle quando sono in sembianza umana: secondo questa diceria, basta recarsi alla messa della notte di Natale e, una volta terminata, uscire ed attendere per vedere le ultime donne che abbandonano la chiesa: queste sarebbero le Janare che, in forma umana, hanno assistito per una sorta di contrappasso mistico-religioso alla funzione più sacra di tutta la cristianità. Infine, Janara era quella donna che seppur bella per il suo carattere acido e ribelle non aveva preso ancora marito nonostante la sua tarda età, preferendo lisciare i propri capelli invece che cercare marito: ancora una volta per catturare questa femmina indomabile bisognava chiudere la porta prima che uscisse, sbarrandola con una scopa, serrarla e predarla a letto, tenendola e dominandola proprio per i capelli, il suo punto tanto curato quanto debole.
La storia del film Janara è ambientata ai nostri giorni: la protagonista Marta è incinta di poche settimane e insieme al suo compagno Alessandro torna dopo diversi anni a San Lupo, in provincia di Benevento: in questo paesino da un pò di tempo spariscono i bambini. La polizia pensa si tratti di un pedofilo ma la gente del paese crede invece che a portare via i bambini sia una Janara. Secondo un’ antica leggenda, una Janara messa al rogo mentre era incinta lanciò una maledizione sugli abitanti del paese e sui loro figli. Marta deve risolvere delle questioni testamentarie legate alla morte del nonno e, mentre in paese un altro bambino sparisce, scopre il suo legame con la leggenda della Janara. Per fermare questi rapimenti, Marta dovrà mettere in gioco la sua stessa vita e quella del bambino che porta in grembo.

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