Ripropongo questo post dal mio vecchio blog - www.lacodadelgatto.wordpress.com - perchè molte sono state le critiche costruttive ed altrettanti i "Non ci credo! Anche io mi sono trovato/a in quella tua stessa situazione!". A distanza di quattordici mesi dalla redazione di quelle frasi di sicura antologia e meno di fantasia, l'ultimo litigio è ancora attuale: il piccolo tegame continua a compiere il suo semicerchio perfetto, volteggiando in aria. Sono cambiate le stanze ed una persona in particolare ma il senso di libertà malinconica e di solitario restarsene fermo senza poter nulla cambiare sono rimasti immutati.
Ogni persona è sempre diversa da tant' altre precedenti ma la fine, beh...la fine è uguale per tutte ed ogni volta sempre più marcatamente pungente della prima.
"Ne hai voglia a dire”, borbotta piano mentre si passa lo smalto sull’alluce: rosso passione. Poi si allontana col corpo, muove il piede per asciugare lo smalto, si guarda le gambe già abbronzate. “Non è semplice”, conclude, chiudendo la boccetta dal tappo bianco.
“Certo che tu…Tu sei il bignami delle banalità” e mescolo il sugo con rabbia e schizzi di pomodoro saltano sul fornello e un paio sulla sua maglia. “Cazzo. Potresti anche fare qualcosa di utile nella vita: provare a guardare oltre lo specchio, cercare di capire che esiste un mondo, il mondo, la gente oltre al rasoio per depilarti e quel fottuto smalto color troia” e spegno il fornello.
“Sempre così lord tu, eh? Non sei meglio di me, degli altri, perché fai le cose, pulisci, ti rendi utile: fai tutto per dovere. Aspetti un grazie. Ti aspetti che la gente ti sia riconoscente. E allora grazie ma solo per non sentirti ancora.”.
Il piccolo tegame con il sugo compie un semicerchio perfetto, prima di schiantarsi contro il muro. Il pomodoro scende, lento e fumoso, fino al pavimento.
“Ma sei completamente andato? Fottiti.”
“Tu sei pazza.”
“Fottiti, stronzo”
“Sì, sei decisamente pazza.”
Si alza e cammina sui talloni come un palmate, attenta a non macchiarsi con lo smalto ancora fresco, esce dalla cucina con tale grazia: “E tu sei decisamente stronzo”.
Mi siedo allora sulla sedia lasciata da lei poco prima. Ne sento il tepore. Tremo tra dispiacere e arresa. Rifletto, sospiro e mi guardo intorno in una cucina a mattonelle fiorite. Mi alzo, poi, prendo la spugna dal lavello, comincio a pulire il muro.
“Comunque me ne vado, oggi. Me ne torno a casa mia: ripeto “a casa mia”, la voce arriva dalla camera, insieme al suo profumo.
“Si, come no.”, sghignazzo sotto voce"
“Oh sì, certo che sì caro mio”, lei più vendicativa di prima.
“Mi lasci, solo, qui?”
“Te lo meriti”, la voce è più vicina e lo dice affacciandosi sulla porta della cucina mentre si spazzola i denti.
La seguo in bagno con la mia spugna intrisa di rosso del pomodoro. Rimmel sulle ciglia, un rossetto inciso sulle labbra, un sorriso e scandisce bene le parole guardandomi trafilata dalla sua immagine riflessa allo specchio, velenosa, irritante e superba: “Oh. Sì. Che. Posso.”.
Torna in camera, prende la sua valigia, si guarda intorno nel disordine e afferra quella boccetta dal tappo bianco che ha fatto traboccare questo sabato settembrino. La osservo sott’occhio mentre in ginocchio in Immaginecucina strofino la spugna sul pavimento: un cerchio rosso che si allarga, si allarga, si allarga. Il rumore del portone che si chiude dal fondo del corridoio è perentorio. Si alza allora un vento fresco che dalla scale arriva forte al mio viso: smetto di strofinare e quella ventilata è nient’altro che il senso di leggerezza mi prende dallo stomaco fino alle tempie – “Finalmente”, sospiro – e già penso che il divano stasera sarà più comodo per stenderci su le gambe. Il silenzio religioso regna dalla cucina fin su i mobili delle stanze. Dalla finestra invece poi sento: “Dove vai? Cosa è successo? Vieni qui! Aiutatemi”. Mi alzo in piedi, mi porto al balcone col mio grembiule bianco e le maniche della camicia tirate in su, credendo che di sotto fosse scappato un leone dal circo. Guardo dal terzo piano verso la strada: è lei abbracciata in lacrime al collo della fioraia. Questa alza lo sguardo e vede me, macchiato di rosso che sembrava uscissi da una macelleria messicana. Ingrugna il muso e scuote la testa in linea orizzontale: “Cosa è successo? Cosa le hai combinato? Ma che vi siete ammazzati?”, “povera figlia”, intanto se la coccola. Io non rispondo: le prove sono tutte contro di me anche per via del mio abbigliamento domestico. Me ne resto con le mani sulla ringhiera fin quando la fioraia non abbassa lo sguardo inquisitorio e me ne torno dentro, sicuro d’averla fatta franca alle ire del vicinato femminile. Passano cinque minuti: cinque minuti in cui ho riassaporato il senso di libertà e quello della frustrazione ma soprattutto la leggerezza per cui quell’umiliazione mi sarebbe servita ad essere felice in futuro. La cucina ha l’odore del cucinato misto a quello acre del pomodoro e dello svelto. In terra è ancora appiccicaticcio mentre le onde della spugna si sono solidificate lasciando grandi segni rossi sul piano del pavimento e pur non volendo resto fermo sui miei passi.
Si apre la porta. “Non è successo niente? Eh? Per te non è successo niente?”.
E' tornata l’isterica, i cinque minuti di silenzio sono finiti con il passo tosto dei suoi tacchi lungo il corridoio.
“Portami l’acqua, ho sete. Luigi per Dio ho sete”, ripete con tono fascista mentre sbatte la sedia e con un salto seccato si siede.
Metto la spugna nel lavello. Il coltello è lì, fra le cose da lavare. In quell’istante mi passa un film che nemmeno Dario Argento. Lo tengo nel pugno, lo stringo, lo lascio cadere sull’acciaio e poso entrambi le mani sul lavabo mentre le do le spalle. Sudore freddo scorre sugli occhi portato dal vento caldo della fine dell’estate. La testa scoppia. Conto fino a dieci. I battiti del cuore fin dentro la fronte insieme alla lancetta dei secondi che si muove nel grande orologio a muro sulla mia destra. Le orecchie si spengono e le parole “Portami l’acqua” sono un eco lontano. Respiro. Un barlume. Mi riaccendo. Apro il rubinetto e le riempio nel bicchiere la sua richiesta. Lei lo prende e sbatte il bicchiere ancora pieno, afferra la sua valigia e se ne torna in camera. Lascia sul tavolo quell’odiosa boccetta di smalto il cui colore è il medesimo di questo pomeriggio che volge al tramonto. Me ne resto lì a pulire le macchie e la coscienza di una stupida mia ossessione, canticchiando come faceva mia madre “occhi di ragazza” di Morandi.
Cinque minuti di silenzio, sperando che durino.

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