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sabato 3 gennaio 2015

03/01


3 gennaio 2015: al terzo giorno del nuovo anno non resuscitò e rimase orizzontale nel sepolcro. 03/01 preciso contrario di 13: malefico numero, non so mai come esorcizzarlo. Nel giorno in cui tutto inizia chiudo bottega: l'esperimento del blog, dell'antologia infomatico/letteraria ha raggiunto il suo capolinea. Non ho più idee, le stesse che poi mi sono venute tutte d'un tratto in passato. Ho perso le parole, mi sono state portate via. Ho scritto tutto quello che c'era da scrivere e, lo ammetto, dietro a questo blog mi sono creato un personaggio non da poco: dicono che è uno di quei pregi, lo scrivere, che piace alle persone e renderlo pubblico e fruibile le avvicina ancor di più. Ho avvicinato e perchè no, ammaliato più persone ma non è servito: così come ho perso le idee e le parola, alla stessa maniera ho perso l'ennesima persona che le suscitava. Mi ci specchiavo in questo essere che tanto le piaceva e non sono stato accorto alle parole che mi stava portando via e che ha rigirato verso di me. Si vive di ispirazione ed entusiasmo e, quando entrambi vengono stropicciati, allora la pensata di abbassare la serranda è di certo più reale. Ho dedicato tempo a queste pagine come consecutio di altro tempo ben speso: ora ho il tempo ma non più la musa ispiratrice e, pur deviando i pensieri in una sorta di rivalsa, mi risparmio deluse e deludenti pagine successive a questo 3 gennaio. Mentre spengo le luci, sento dentro ognuna di queste parole e le sento più  distanti di Marte, più lontane da quest'anima che è da sempre in lista per l’ennesima illusione, chissà magari possano raggiungerla dove ormai R. è arrivata: lontano. Mi promettere sempre di diventare gomma, perchè possano rimbalzarmi e non scalfirmi persone e brutture ed invece sono fatto di carta bianca: quello che è stato scritto di me, di più intimo è stato quello che non vedrete mai in un "personaggio costruito" ma ciò che vedreste passando per questo mio divano e, vi assicuro,di intimo è stato davvero esposto sia quando ero al settimo cielo che quando giocavo a briscola con satana. Dopo l'ultima illusione ormai s'è capito, mi allontano da quest' "hobby" di scrivere, oggi che ne subisco l'ennesima posso pensare che sul serio le persone, gli avvenimenti, i "ciao, piacere sono R." o "non sono pronta, addio" capitino come fulmini a cielo sereno grevemente: da queste pagine avevo sperato potesse essere diversa l’umanità presa da un’angolazione differente e invece eccola lì in tutta la sua vile realtà in un giorno senza sole dopo una notte senza sonno. Ad un passo dall'uscita rivedo l'insegna di questo blog per l'ultima volta accesa sui miei errori, che non sono stati grammaticali, e cerco dove posso aver sbagliato e di sbagli ne trovo a iosa: mea culpa, grave colpa mia se ho sbagliato ed ora questa chiusura è davvero l'unica soluzione che merito. Queste pagine, questi post, fino all'ultima parola ero certo fossero una chiave per aprire e non piede per sfondare la porta di chi si è avvicinato a me e che è stato motore di questo mio scrivere. Non conoscendo allora aperture diverse da questo mio scrivere, non posso permettermi di scassinare altre porte: non ho altri mezzi, la voglia, il piacere di piazzare pensieri e parlare di me con questo strumento. Sarò più magro nel mio essere e più spicciolo ma sono certo che siano quest'ultimi due aggettivi che più aggradano le persone che sono andate via: sarebbe stato opportuno essere l'esatto contrario di ciò che di me ho qui descritto, perchè non rimanessi ancora deluso. Non mi sento in torto per questa mia decisione ma mi sento sbagliato, non idoneo, come il 18 ad un esame per il quale avevo studiato tanto. Devo accettare che chi va via si porta con sè una parte di me e R. si è portata via troppi pezzi che, se ricomponessi i rimanenti, resterei non più il blogger, non più la cod@ del gatto, non più il personaggio intorno e soprattutto la persona che ero. La mia avventura finisce qui. La cod@ del gatto finisce qui.

giovedì 27 novembre 2014

Signor anonimo, le scrivo

[...] sei un pagliaccio! Un premio alla vergogna ti toccherebbe! Sei un falso...Pagliaccio!!! Ingannando chi spende il proprio tempo nel darti credito....una persona con un pò di dignità anziché insabbiare il tutto come hai fatto tu avrebbe chiuso il blog! E scommetto anche che sei uno di quelli che pensa che l'Italia è un paese che non funziona per colpa degli altri... e tu povero "artista" non sei altro che una vittima incompresa di questo squallido sistema!

Manzoni apre i Promessi Sposi, fruendo dell'espediente dell'anonimo, l’immaginario scrittore seicentesco da cui simula di ricavare il racconto di Renzo e Lucia: il nostro Alessandro finge di trascrivere la prima pagina di un manoscritto seicentesco di cui l’anonimo autore anticipa alcuni elementi del racconto, mettendo in mostra la sua abilità stilistica, infarcendo la pagina di riferimenti classici, metafore e concettini, similitudini. L’anonimo con la sua sottomissione utile al solo romanziere e con le sue lungaggini si offre facile bersaglio agli strali ironici del suo ideatore: moralmente di fatto l’anonimo si dimostra servile nella complessa metafora del governo spagnolo come radiosa costellazione e dei governanti tutti come giganti a cento braccia e mille occhi per trafficare nei pubblici emolumenti, ironica vox media tra le più felici dell’introduzione, irrazionale nel ricorso al diavolo come unica causa dei suoi mali presenti. 


Il 26 novembre ho ricevuto una sventagliata di complimenti da parte di un non meglio identificato lettore del blog, un tale "anonimo" che preferisce nascondere il suo iracondo disappunto dietro il dito con il quale mi ha generosamente scritto, per poi lanciarsi in una parafrasi del male italicus. Sarà... 


Gentile signor anonimo,
non sono nè arrabbiato nè turbato per i commenti postati. 
Ho aperto recentemente questo mio personalissimo blog, come sequel ad altri due precedenti blog, dando loro il senso di un diario di viaggio piuttosto che mera esposizione della mia sicuramente giudicabile idea di comunicare o di elargire il mio pensiero: le mie sono idee personali e/od artefatte ma pur sempre personali e queste, prima ancora di puntarmi contro il dito, come in questo caso possono essere utilizzate non per difendermi od altrettanto nascondermi dietro un "anonimo" bensì per ribadire il senso logico/tecnologico/letterario di questo mio lavoro. Come vede, signor anonimo, non mi addolora la tanta sua veemenza nè mi affannerò a scovare la sua identità, perchè non mi interessa conoscere il suo volto, fin troppo io preso da ben altre stimolanti mansioni. 
Per me, signor anonimo, parlano i numeri e non farò nè menzione del bacino d'utenza giornaliero di visite al blog nè delle collaborazioni cospicue con altrettanti siti web e d'informazione, premi letterari e ristampe dei miei libri: si figuri, non le conto io e sono certo che altrettanto non interessino a lei. 
I suoi commenti, mi perdoni la guasconeria, passano inosservati ma un post solo per lei, signor anonimo, ho desiderio di dedicarlo non per irriderla, pareggiando il suo livello di galanteria, nè per cantare le mie glorie o i miei turbamenti: ho imparato infatti, signor anonimo, che, quando punto l'indice contro un altro, ci sono altre tre dita che puntano verso me stesso e bado bene prima di continuare ad invocare vergogna, falsità e dignità. Non sarò un fulgido esempio di fede, di onestà e di dedizione letteraria ma al circo non vado ormai da oltre vent'anni e i pagliacci, lo ammetto, mi fanno davvero tristezza: l'arte circense del far ridere lei e il mio pubblico ancora devo temperarla, se mai finora fosse mai venuta fuori. Se avessi mai ferito la sua scrupolosa sensibilità, mi spiace, non è mai stato mai mio concepimento nei confronti degli altri, figurarsi degli amanti famelici della critica che nella sua occasione non è stata costruttiva, anche se di costruire qualcosa su un terreno tanto paludoso nemmeno m'interessa. 
Non passerò all'azione con la solita minaccia di certi blogger sulla diffamazione a mezzo stampa: già minacciare querele è per me sinonimo di altrettanta decadenza morale, spiattellando nelle aule della giustizia questa magra vicenducola da Azzeccagarbugli. Detto tra noi, signor anonimo, ne so io di giurisprudenza quanto lei nell'uso dei puntini sospensivi ed in confidenza la giustizia per certe vicende è sì severa ma blanda. Pagliaccio e falso in sintesi spicciola e rapida m'entra e mi esce da un orecchio all'altro, sarà perchè non sono abituato a ricevere certi attributi dato che, non so per lei signor anonimo, per me è la prima volta e quindi mi lascia totalmente indifferente. 
Voglio pubblicamente scusarmi con lei, signor anonimo, per l'involontario ritardo nel risponderla e desidero assicurarle che continuerò tranquillamente ad esercitare il mio libero democratico diritto di pensare, di scrivere, di editare, di scopiazzare a mio piacimento, di cancellare post, commenti e commentucci, dimostrandole come molti fruitori della rete internet, me compreso le sia chiaro, evidenziano di non sapere degnamente esercitare il proprio ruolo. 
Lei, signor anonimo, ho notato che manifesta molto affetto ed attaccamento verso questo nostro Paese ed altrettanto vivo interesse ad un non civile confronto: poco male, dato che ognuno liberamente dilaga nel suo intercalare fino a scadere o nella noia o nell'indifferenza e scegliere in questo nostro caso tra quest'ultime due ipotesi proprio non saprei. 
Un antico personaggio locale del mio Comune a modo suo cattolico praticante, così pregava: "Signore mio, aiuta i ricchi. I poveri sono abituati a fare i poveri". I suoi commenti non arricchiscono già la mia ricchezza da scrittore e la sua via d'uscita auspicata al mio ciarlare su questo blog esce di scena proprio con la musica inconfondibile dei clown del circo Orfei. 
La ringrazio, signor anonimo, di avermi dedicato ancora, se mai leggerà queste righe a lei dedicate, il suo prezioso tempo che sono certo saprà spendere in altri modi diversi dalla futura lettura di queste mie pagine: una visita in meno è gradita quanto cento di più.
Da povero "artista" mi congedo da lei con un auspicio solo a me rivolto: dipende dalla mia idoneità di non offendere la sua coscienza che contrariamente nemmeno m'interesserebbe. Mi perdoni allora, se non le lascio l'ultima frase ad effetto, perchè cadrebbe tutto il castello di parole per lei, chissà poi a quale titolo, innalzato, signor anonimo.
Se fosse mai stata sua intenzione screditarmi, le darò sin da ora una virtuale pacca sulla spalla: non è riuscito nel suo intento, dato che ci sono altri modi e soprattutto termini per avvalersi di tale facoltà morale ed uno di questi non è certo celarsi dietro tanti commenti senza pena mia e lode sua ed anzi, dopo questo mio post in merito allo spiacevole e già concluso attuale episodio, signor anonimo, ne guadagnerò io in meglio e a lei non resterà che essersi sfinito per nulla.
La lascerò così, nella convinzione di un qualcosa che conosce solo lei e che la rende felice. 

mercoledì 26 novembre 2014

"E due": la cod@ in trasferta


http://www.letturedametropolitana.it/2014/11/unavventura-metropolitana-levento-e.html

Secondo premio letterario del 2014: da Torre del Greco la cod@ del gatto questa volta è in trasferta a Milano. Dopo aver partecipato al contest un'avventura metropolitana, uno dei miei precedenti post, il mio cavallo di battaglia - L'ultimo litigio - è stato selezionato vincente tra molti altri. Non nascondo la soddisfazione e chi il prossimo 29 novembre dovesse mai trovarsi dalle parti di Via Cenisio a Milano è ben invitato anche solo per un saluto. 
E due...

http://www.letturedametropolitana.it/2014/11/lultimo-litigio.html


lunedì 13 ottobre 2014

Oggi, lunedì 13 ottobre

Strappo l’ennesimo foglio e lo appallottolo. Non ricordo nemmeno più le volte che ho scritto questa frase prima di cancellarla e ricorreggerla e ricancellarla. Non riesco a stendere un nuovo post ormai da giorni ed è ora di scrivere di un addio o magari solo di un arrivederci. Chiudere la cod@ del gatto mi farebbe male ed allora parcheggio questo blog fino a quando l'ispirazione tornerà di buon mattino a darmi il buongiorno. L' editore di me stesso sollecita altre edizioni di storie di questa mia vita che sono ormai diverse e distanti da questa creatura letteraria/cibernetica. Non è una chiusura definitiva, ripeto, ma non riesco a partorire più nulla d'interessante, perchè intorno d'interessante trovo nulla o spicciolo e la cosa mi inquieta molto: nemmeno i misfatti che hanno preso il posto di creste benevole diventano antologia su queste pagine, tante volte compagne silenziose e testimoni di trent'anni di vita non solo pubblica. Non è una pausa di riflessione, scemenze del genere non le ho mai digerite, e non è nemmeno silenzio di tomba, quello proprio non lo ammetto. Negli ultimi settanta giorni la vita m'ha stropicciato tanto da richiedere strategiche rimozioni ed è l'ora di staccare quest'hard disk fatto di parole dei miei stati d'animo. Non chiudo dunque per vittimismo o per una bambinata o peggio ancora per noia: manca l'ispirazione, manca il friccicolio sulla punta delle dita, manca il pensiero che da la scossa o forse manca il sorriso che parte dallo stomaco prima che dai denti. Come da liceale, tornerò a scrivere durante i miei viaggi in treno sul vecchio quaderno nero della Moleskine, senza cronologie né condizioni se non quella di rendere concreto ciò che vedo dall'anima. Il mio blog finora è servito proprio a questo: è stato il prolungamento del mio desiderio di comunicare e comunicarmi, per restare in contatto con chi da tante località d'Italia non ha aspettato altro che leggere al mattino quel che scrivevo. Sarà stata forse quella la spinta per andare avanti finora ma era solo una bugia che raccontavo a me stesso, sicuro che tante mie parole giungessero davvero a chi ritenevo più prossimo al mio pensiero. Abbasso la serranda della cod@ del gatto proprio di lunedì, lo stesso giorno che di norma è l'inizio delle normali attività umane: lo faccio oggi perchè sono intenzionato nel dar inizio ad una nuova parentesi più umana e concreta che letteraria e aleggiante. Ho forse capito che chi vuole, un minuto al giorno lo trova per leggermi dal vivo i pensieri; chi non vuole è perchè vuole mancare, troppo preso da altre vite, da altre letture di altri cento pensieri, da altro nulla. Non manca mai chi non c'è mai stato o c'è stato in maniera subdola. Manca semmai chi si allontana dopo essermi stato vicino, dimostrandolo seriamente. Per chi vuole, per chi davvero mi vuole, può venire a bussare alla mia porta ora che ho finalmente trovato una casa: il divano bianco e nero è stretto ma comodo e c'è una tazza di thè sempre calda. In fondo a questa lunga corsa di 130 posts ho cercato di dare la mia visione dell'idea di blog: mi ci sono interrogato spesso per renderlo il più fruibile possibile ma l'unica risposta alle mie domande era vivere l'esperienza letteraria in linea con il proprio stile, senza esagerare in questo fenomeno social od etichettarsi addosso la fama di blogger, rischiando di fare magre figure: ho preferito nutrirmi dell'affetto di chi legge, di chi ha voluto seguirmi e che sa bene che non sono nè uno scrittore, nè un umorista, un giornalista nè tantomeno un intellettuale. 

Io sono Luigi, ero la cod@ del gatto e fino ad oggi scrivevo.

lunedì 6 ottobre 2014

Un viaggio fatto di parole


[...] Scrivere è come viaggiare. Partire restandomene seduto all'ombra d'un olivo nei giorni d'estate con un quaderno per gli appunti fermo tra le gambe piegate: da quel giorno assolato ho circoscritto il globo, rivivendo le storie di Salgari, percorrendo le rotte dei pionieri sul K2 o giù nei fondali oceanici. Inverno ed estate non erano stagioni, non erano tremolii e argentine sudate ma una lunga stesa d'inchiostro nero su pagine bianche. Da seduto ho lasciato la mia terra madre, camminando per il cemento delle città ma sempre memore della sicura protezione dell'ombra di quell'olivo. Scrivere è partire, andare via da me stesso per incontrare un altro me, confrontandolo con tanti altri "me" di altrettanti viaggiatori. Seppur non conoscendo la strada, mai ho dubitato dove questa m'avrebbe condotto e, pur voltandomi indietro, ho continuato un passo avanti all'altro: viaggiando ho scoperto mondi di terra nera e mondi di persone, dubitando e rallegrandomi per la loro accoglienza. Sono mondi quelli della scrittura che hanno la forma di un foglio bianco e che raccolgono lacrime  e sorrisi, istantanee intense per l'anima e cartoline da raccontare ai propri cari. Scrivere è condividere allora immaginazione e storie che non esistono se non per me: ognuno che le leggerà, diventerà  compagno del mio viaggio.

Torre del Greco, 4 ottobre 2014

mercoledì 10 settembre 2014

Written

Ogni scrittore è pigro ma soprattutto vanitoso ed egoista: passo mesi interi a fissare la pagina bianca e poi notti intere a non smettere di partorire idee d'inchiostro, per infine vantarmi dei plausi ricevuti e guardare tutti dall'alto per i millimetri di fogli sotto i piedi. Me lo hanno fatto notare stamane: scrivere poi non è un hobby ma più uno sfogo o meglio, come cita il saggio che m'ha illuminato, "un rutto a mezzanotte in un convento di suore: liberatorio e strafottete". No che abbia il cavo orale canterino o che frequenti le monache in piena notte, se non altro per non attentare alla loro castità, ma stare dietro a questo mio "passatempo" che dura ormai da cinque anni ha aumentato spesse volte la soglia dell'attenzione sensibile dell'anima. Scrivere è una lotta lunga, spossante, come un periodo di penosa malattia e, se non si fosse spinti da qualche incomprensibile ma irresistibile demone, non ci s’imbarcherebbe mai in una simile avventura. Quel demone, per quanto se ne sa, è semplicemente lo stesso istinto che spinge un bambino a strillare per richiamare l’attenzione. E' anche vero che non si può scrivere niente di leggibile se non si lotta costantemente per cancellare la propria personalità ed è allora qui che lo scrivere è davvero uno sfogo, come quando si vuole uscire fuori d'inverno e si guarda da dietro la finestra la tempesta fuori: non resta altro che appannare col fiato caldo i vetri e con l'indice dare forma all'istinto che si manifesta in un disegno, una frase, un qualsiasi segno grafico: in quel momento è l'anima che tenta di uscire fuori dal polpastrello, troppe volte reclusa dall'intera mano e dall'intera mente che incatena il vero che c'è dentro. Non saprei dire con certezza quali siano per me le motivazioni più forti ma so quali meritano di essere seguite. E riconsiderando quello che valuto essere ancora un "hobby" giocando con grammatica ed informatica, mi accorgo di aver invariabilmente scritto pezzi d'una vita che vorrei ancora presente, decorandola con brani altisonanti ed anche con frasi senza senso e aggettivi puramente ornamentali e l'ho inteso proprio quando mi stava sfuggendo quello scopo: tenermela stretta quella vita che passava.

sabato 6 settembre 2014

Ob(log)soleto

Prima erano i graffiti sul muro del cinema dove andavo da ragazzo. Poi sono diventati gli striscioni sul cavalcavia. Oggi sono i social e allora meglio non continuare, un po' perché non ho voglia di annoiarmi, un po' perché li conosco così malamente bene che ho finito per odiarli. Come mi definisco? Blogger? Scrittore? No, magari: è troppo per queste mie rozze idee tali da accostarmi a chi scrivere lo riesce a far davvero. Con la presunzione d'essere scrittore ammetto che quella dei blog è una moda passata da un pezzo, che non si sa nemmeno quand'è iniziata. La tendenza porta ad altre forme "social"  e il blog è una pratica obsoleta e me ne faccio una ragione, dato che su cento persone che conosco solo in due ci ostiniamo a pubblicare post invece che like. Scrivere per sè e gli altri, cercare di farlo ogni giorno, mantenere attiva la corteccia celebrale  è allora cosa logora e inattuale. E poi leggere quel che gli altri scrivono è polveroso e antidiluviano, stanca meno in fretta d'un pollice verso o un condividi. Non guardo me ma chi blogger lo è davvero: resiste eroicamente come impassibile cariatide e non lo sfiora neppure l'idea di farsi fagocitare da altri mondi se non quello di ritagliarsi un'ora precisa della sera ed aprirsi proprio quando dicono di stare in silenzio. Se scrivo è nel tentativo di riordinare i pensieri dopo tanto frastuono il giorno, fissando i pensieri e le esperienze che mi segnano e, come cicatrice color inchiostro, cerco di raccontare con reale antologia la vita d'un trentenne e del ragazzo che non sono più. Le parole continuano a fluire con l'urgenza di sempre e si perdono sul soffitto bianco almeno fin quando non le fisso su questo foglio e le milioni di cartuscelle sparse in giro per la scrivania, come appunti della vita vera prima che sparisca e, se si sceglie di farlo con un blog, non è per spiattellarla ma per la transumanza di questo mio gregge prima che diventi un altro giorno che non ricordo aver vissuto.

giovedì 26 giugno 2014

L'ultimo litigio

Ripropongo questo post dal mio vecchio blog - www.lacodadelgatto.wordpress.com - perchè molte sono state le critiche costruttive ed altrettanti i "Non ci credo! Anche io mi sono trovato/a in quella tua stessa situazione!". A distanza di quattordici mesi dalla redazione di quelle frasi di sicura antologia e meno di fantasia, l'ultimo litigio è ancora attuale: il piccolo tegame continua a compiere il suo semicerchio perfetto, volteggiando in aria. Sono cambiate le stanze ed una persona in particolare ma il senso di libertà malinconica e di solitario restarsene fermo senza poter nulla cambiare sono rimasti immutati.
Ogni persona è sempre diversa da tant' altre precedenti ma la fine, beh...la fine è uguale per tutte ed ogni volta sempre più marcatamente pungente della prima.


"Ne hai voglia a dire”, borbotta piano mentre si passa lo smalto sull’alluce: rosso passione. Poi si allontana col corpo, muove il piede per asciugare lo smalto, si guarda le gambe già abbronzate. “Non è semplice”, conclude, chiudendo la boccetta dal tappo bianco.

Certo che tu…Tu sei il bignami delle banalità” e mescolo il sugo con rabbia e schizzi di pomodoro saltano sul fornello e un paio sulla sua maglia. “Cazzo. Potresti anche fare qualcosa di utile nella vita: provare a guardare oltre lo specchio, cercare di capire che esiste un mondo, il mondo, la gente oltre al rasoio per depilarti e quel fottuto smalto color troia” e spegno il fornello.

Sempre così lord tu, eh? Non sei meglio di me, degli altri, perché fai le cose, pulisci, ti rendi utile: fai tutto per dovere. Aspetti un grazie. Ti aspetti che la gente ti sia riconoscente. E allora grazie ma solo per non sentirti ancora.”.

Il piccolo tegame con il sugo compie un semicerchio perfetto, prima di schiantarsi contro il muro. Il pomodoro scende, lento e fumoso, fino al pavimento.

Ma sei completamente andato? Fottiti.

Tu sei pazza.

Fottiti, stronzo

Sì, sei decisamente pazza.

Si alza e cammina sui talloni come un palmate, attenta a non macchiarsi con lo smalto ancora fresco, esce dalla cucina con tale grazia: “E tu sei decisamente stronzo”.

Mi siedo allora sulla sedia lasciata da lei poco prima. Ne sento il tepore. Tremo tra dispiacere e arresa. Rifletto, sospiro e mi guardo intorno in una cucina a mattonelle fiorite. Mi alzo, poi, prendo la spugna dal lavello, comincio a pulire il muro.

Comunque me ne vado, oggi. Me ne torno a casa mia: ripeto “a casa mia”, la voce arriva dalla camera, insieme al suo profumo.

Si, come no.”, sghignazzo sotto voce"

Oh sì, certo che sì caro mio”, lei più vendicativa di prima.

Mi lasci, solo, qui?

Te lo meriti”, la voce è più vicina e lo dice affacciandosi sulla porta della cucina mentre si spazzola i denti.

La seguo in bagno con la mia spugna intrisa di rosso del pomodoro. Rimmel sulle ciglia, un rossetto inciso sulle labbra, un sorriso e scandisce bene le parole guardandomi trafilata dalla sua immagine riflessa allo specchio, velenosa, irritante e superba: “Oh. Sì. Che. Posso.”.

Torna in camera, prende la sua valigia, si guarda intorno nel disordine e afferra quella boccetta dal tappo bianco che ha fatto traboccare questo sabato settembrino. La osservo sott’occhio mentre in ginocchio in Immaginecucina strofino la spugna sul pavimento: un cerchio rosso che si allarga, si allarga, si allarga. Il rumore del portone che si chiude dal fondo del corridoio è perentorio. Si alza allora un vento fresco che dalla scale arriva forte al mio viso: smetto di strofinare e quella ventilata è nient’altro che il senso di leggerezza mi prende dallo stomaco fino alle tempie – “Finalmente”, sospiro – e già penso che il divano stasera sarà più comodo per stenderci su le gambe. Il silenzio religioso regna dalla cucina fin su i mobili delle stanze. Dalla finestra invece poi sento: “Dove vai? Cosa è successo? Vieni qui! Aiutatemi”. Mi alzo in piedi, mi porto al balcone col mio grembiule bianco e le maniche della camicia tirate in su, credendo che di sotto fosse scappato un leone dal circo. Guardo dal terzo piano verso la strada: è lei abbracciata in lacrime al collo della fioraia. Questa alza lo sguardo e vede me, macchiato di rosso che sembrava uscissi da una macelleria messicana. Ingrugna il muso e scuote la testa in linea orizzontale: “Cosa è successo? Cosa le hai combinato? Ma che vi siete ammazzati?”, “povera figlia”, intanto se la coccola. Io non rispondo: le prove sono tutte contro di me anche per via del mio abbigliamento domestico. Me ne resto con le mani sulla ringhiera fin quando la fioraia non abbassa lo sguardo inquisitorio e me ne torno dentro, sicuro d’averla fatta franca alle ire del vicinato femminile. Passano cinque minuti: cinque minuti in cui ho riassaporato il senso di libertà e quello della frustrazione ma soprattutto la leggerezza per cui quell’umiliazione mi sarebbe servita ad essere felice in futuro. La cucina ha l’odore del cucinato misto a quello acre del pomodoro e dello svelto. In terra è ancora appiccicaticcio mentre le onde della spugna si sono solidificate lasciando grandi segni rossi sul piano del pavimento e pur non volendo resto fermo sui miei passi.

Si apre la porta. “Non è successo niente? Eh? Per te non è successo niente?”. 

E' tornata l’isterica, i cinque minuti di silenzio sono finiti con il passo tosto dei suoi tacchi lungo il corridoio. 

Portami l’acqua, ho sete. Luigi per Dio ho sete”, ripete con tono fascista mentre sbatte la sedia e con un salto seccato si siede. 

Metto la spugna nel lavello. Il coltello è lì, fra le cose da lavare. In quell’istante mi passa un film che nemmeno Dario Argento. Lo tengo nel pugno, lo stringo, lo lascio cadere sull’acciaio e poso entrambi le mani sul lavabo mentre le do le spalle. Sudore freddo scorre sugli occhi portato dal vento caldo della fine dell’estate. La testa scoppia. Conto fino a dieci. I battiti del cuore fin dentro la fronte insieme alla lancetta dei secondi che si muove nel grande orologio a muro sulla mia destra. Le orecchie si spengono e le parole “Portami l’acqua” sono un eco lontano. Respiro. Un barlume. Mi riaccendo. Apro il rubinetto e le riempio nel bicchiere la sua richiesta. Lei lo prende e sbatte il bicchiere ancora pieno, afferra la sua valigia e se ne torna in camera. Lascia sul tavolo quell’odiosa boccetta di smalto il cui colore è il medesimo di questo pomeriggio che volge al tramonto. Me ne resto lì a pulire le macchie e la coscienza di una stupida mia ossessione, canticchiando come faceva mia madre “occhi di ragazza” di Morandi. 

Cinque minuti di silenzio, sperando che durino.

martedì 24 giugno 2014

Binario 13


C’è qualcosa alle fermate dei treni, tra i pilastri e le panchine delle stazioni ferroviarie che mi lascia sempre una traccia nell’anima: sarà anche perché le vicende della mia vita, a distanza e non, sono sempre state legate in un qualche modo alle carrozze dei treni, ai sedili di velluto grigio che sapevano di sudore e bagagli di chi torna a lavoro in estate e poi parte verso casa d’inverno oppure semplicemente mi viene molto più noir pensare a un ipotetico lui che saluta in lacrime la sua lei al binario. Io in particolare ricordo le lunghe attese dovute alla mia mania di arrivare sempre in anticipo o di scappare prima del dovuto: quel sentirsi urlare nel cuore un evviva! Fianlmente si parte, mentre si cammina nervosamente per il marciapiede sempre rigorosamente sulla linea gialla. E poi ci sono i baci salati, fatti di lacrime, gli abbracci di mia madre che a diciotto anni mi strinse forte le spalle una domenica sera prima di dirmi “vai e segui il tuo cammino”: quelli proprio non riesco a dimenticarli. Ma i ricordi si sa, fanno male, soprattutto se le ferite a cui rimandano non sono perfettamente cicatrizzate ed io questo pomeriggio al binario 13 della stazione di Santa Maria Novella a Firenze penso che certi ricordi non è giusto cancellarli, solo per evitare il dolore, perché ti fanno crescere o forse perché semplicemente sono belli: per farsela passare, basta sovrascriverli con altri ricordi ed è quello che ho intenzione di fare. Ironia della sorte: ho appena lasciato alle mie spalle per la seconda volta in meno di un mese chi parte col treno proprio al binario 13! Mentre mi allontano vengo dribblato coi trolley d’una famiglia canadese  ed un’altra napoletana poco più in là che rincorre figli, buste e panini “Federicaaaaaaaa! Cristiaaaaaaaaan! Vi vulite mòve che parte ò treno!”. In alto la voce radiofonica campeggia su tutte quelle teste e inizia a tirar fuori tutte città e fermate che sanno di vacanza, sole, arte, campanili e piazza larghe: Venezia Santa Lucia, Salerno, Torino Porta Nuova, Roma, Arezzo, Napoli Centrale. Basta fermarsi al centro di uno scalo ferroviario e godere dell’ubiquità italiana: sono stato un po’ ovunque senza muovermi guardando in alto il cartellone luminoso Departures, prima che una mandria mongola di nipponici sudati m’investisse. Allora mi sono fermato per un caffè (vi scongiuro di non pensare mai di prendere mai un caffè in stazione: è una cioofèeca senza pari a quattromila gradi celsius) e sono stato ad ascoltare i ricordi recenti d’una giovane coppia di settantenni modenesi: sfogliano dal display della reflex le foto scattate a Firenze e se ne stanno lì a ridacchiare sotto i baffi di lei per chissà quali ragazzate, mentre lui illumina gli occhi suoi verdi sgargianti e allarga con un risolino le guance scavate che sembra proprio uscito da un fumetto di Pratt: pare uno di quei marinai marsigliesi che girano per il mondo vestiti sempre uguali. E poi al telefono i due coi figli parlano dei fiorentini che non sono affidabili e io, coperto dalla tazzina del caffè, sorrido consapevole, quasi complice. Mentre esco dalla stazione, percorro la grande sala d’attesa dal pavimento marrone, con le panchine tutt’intorno e i viaggiatori in coda alle biglietterie. Ad un passo dall’uscire vengo preso dalla luce oro e dal vento d’estate che portava con sé tutte le voci di tutti coloro che sono passati per queste porte: vi capita mai di pensare a quante persone hanno toccato la pietra su cui vi siete appena seduti, camminato prima di voi sui vostri passi, quante mani hanno pigiato il tasto al distributore automatico? Mi pare di aver letto qualcosa di simile in un articolo scientifico che parla di scambio simbiotico o forse, con più sicurezza direi, era in un bagno dell’autogrill. E’ proprio in questi momenti, quando uno parte e l’altro resta, quando qualcosa perdi e non resti che con i pugni in tasca, che mi sembra di andar via un po’ anche io, di viaggiare lontano oltre il corpo, oltre la pelle e sedere di fianco a chi è ora su quel treno. Mentre arrivo al mio parcheggio, insolitamente immerso nell’architettura liberty post fascista di Piazza Stazione e il romanico della Chiesa di Santa Maria Novella, mi sento fermo seppur in movimento ed allora pensavo che in fondo si può andare ovunque: non si tratta di avere o meno le possibilità ma solo di volontà. E allora un primo passo da qualche parte devo pur metterlo. Da qualche parte si deve incominciare, dopotutto.