mercoledì 29 ottobre 2014

Generazione social

“Comunicare è da insetti: esprimerci ci riguarda”
(Manlio Sgalambro, cit.)


E noi saremmo la generazione social? Ma ci vediamo? Abbiamo le occhiaie illuminate da un dispaly prima di dormire. Comunichiamo il nostro stato d'animo con un emoticons. Approviamo con un like e ci facciamo una vaccata di c*** nostri su gente che nemmeno conosciamo o peggio che conosciamo e nemmeno salutiamo per strada. Ho sempre odiato le chiacchiere inutili, la gente ciarlante sui gossip altrui e che per me producono solo rumore: questa gente sbraccia con due mani su una tastiera, gesticola con un pollice verso, tira per la giacchetta gli altri in una conversazione privata. Parole e parole che vagano nell'etere, che nessuno sente, perchè tutti sono impegnati a pensare cosa dire senza esprimersi mai. Non ci sediamo più al tavolo del bar a fare colazione, a sorseggiare il cappuccino col giornale e sorbirci le risate del barista che ride su ogni avventore che dice la sua sul mondo, sul calcio, sulla figa. Non ascoltiamo nemmeno più i viaggiatori sul treno che attaccano bottone: ci alziamo felici di non aver udito una parola e sorridenti col nostro smartphone finalmente connesso dopo kilometri di galleria senza il 3G. Social, poi! Che socialità intesa come interscambio c'è sui social network se non siamo più i fanatici del bar dello sport, i maniaci del cineforum del venerdì, gli scassacazzo che strologano in treno, i militanti politici che te la menano a cena? Abbiamo tutti traslocato: siamo tutti connessi e passiamo la giornata a postare, tuittare, taggare, commentare, linkare. Siamo tutti in rete e, da quando tutti parlano in rete, c’è un casino, una sovrabbondanza di parole che nessuno poi legge, una totale mancanza di confronto, una mica tanto sottile violenza vigliacca, che francamente la metà mi basta per tagliare la corda. Avreste il coraggio di dire in viso ad una persona quanto sia ridicola? No! Basta "visualizzare" e non rispondere! Per tutto il resto c'è Facebook! Ma credete davvero che mettere un like ad ogni foto della ventenne di turno servirà per farvela dare? Dal 13 luglio è diventato per me, se non ancora da prima, uno stupido sito web: non sono curioso delle vite degli altri e non mi interessa sapere tutto quello che fanno quotidianamente. Facebook spaccia valori importanti come la condivisione e l’amicizia in un contenitore nel quale la condivisione è finta e gli amici pure: il mio concetto di condivisione continua ad essere molto concreto, tattile, quasi cutaneo: ho bisogno delle mani nelle mani e non di due dita che mi scrivono "buonanotte". Non posto foto delle cose che mangio, non sbatto mia figlia in prima pagina come se fosse un animale dello zoo, non linko video su gattini che recitano Shakespeare, non mi piace far sapere dove vado cosa faccio e con chi. Le vite degli altri mi interessano nella misura in cui ho ancora la forza di alzare il culo e fare loro quantomeno una telefonata, altrimenti “amici” una sega. Odio i social network, odio twitter e peggio ancora facebook e su tutti whatsapp e non per quello che sono ma per quello che ospitano: un sottobosco di milioni di persone che ti vomitano letteralmente un miscuglio mefitico di ignoranza, sicumera, invidia sociale sotto forma di stronzate di ogni risma e fattura. La gente sul web non fa altro che urlare, aggredire, pontificare, insultare, e parlare, parlare, parlare, parlare, parlare o meglio scrivere in un itaggliano mortificante condito da faccette d'ogni genere. Sulla rete montano a neve dal nulla indignazioni da quattro soldi o cordogli di plastica quando muore un carneade, si scatenano cani da caccia contro i mali del mondo, si improvvisano movimenti di opinione da ombrellone di spiaggia a fingersi cittadini modello animati da buone intenzioni. La vittoria dei social è quella di avere intorno gli altri, fregandocene ma averli comunque su una lista di gente che "vabbè l'ho visto in quel locale e l'ho aggiunto" ed avere allora, senza nemmeno prestare loro la cortese indifferenza, di passare con il proprio pollice avanti le loro idee ed opinioni: la verità è che degli altri non ce ne importa nulla ma siamo social e siamo tutti una grande famiglia, condannando chi fisicamente può essere davvero la nostra famiglia. Ma spegnete i social, spegnete whatsapp: disconnettete una vita irreale e dedicate agli altri il vostro tempo.


Nessun commento:

Posta un commento