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giovedì 20 novembre 2014

Ti trillai

Su Repubblica leggevo un articolo che mi ha lasciato malinconicamente esterrefatto: Msn Messanger è stato chiuso ufficialmente e non sembra essersene accorto nessuno. La mia generazioni conobbe le chat online ed iniziò tutto con Msn Messenger sul pc di casa: all’improvviso in tutto questo navigare cibernetico è stato individuato uno scopo alternativo all’autoerotismo, lasciando spazio a chiacchiere con amici e sconosciuti e creando nuove abitudini e vizi sociali come gli aggiornamenti di status, foto del profilo, ultimi accessi, conversazioni multiple di cui si perde il controllo, i “trilli” e lo "stato invisibile". E' certo che da Msn abbiamo imparato a comportarci male, malissimo online, aprendo una pagina delle intercomunicazioni sociali che oggi sono la nostra rovina. Messenger è stato il sovrano indiscusso delle chat prima dell’era dei social network, sbocciata con MySpace e Facebook: la trasformazione dell’homo sapiens deficents in una creatura che legge notifiche è cominciato così. Prima di Facebook e Whatsapp fu Messenger a portare alla ribalta l’idea di “stato” associato a un'immagine, le forme di una breve frase ad accompagnare il nome utente: una citazione, una desolante considerazione, una bestemmia, un messaggio leggibile a tutti o quasi. Per chi all’epoca non era ancora nato o vigile, è difficile immaginare la portata sociale di un innocuo cambiamento di status su Messenger: parliamo di un mondo in cui i ca**i altrui non facevano parte del nostro vivere quotidiano a suono di click e slash. In quell’internet ormai vintage, Msn era indispensabile, ricattatorio, una validissima ragione per giustificare l’acquisto di un computer o la connessione a internet, perché erano tutti lì, di pomeriggio e di sera, a parlare, e tu no e tutti i tuoi amici commentavano nei corridoi del liceo quanto accaduto il giorno prima su Msn e tu, sconnesso e grigio, capivi che la rivoluzione del web era arrivata e bisognava convertirsi. Non per sfruttare le potenzialità dell’infrastruttura tecnologica più avanzata della storia dell’uomo, no, non per quello: per Messenger. Nell’algida finestrina di Messenger è nata anche l’ansia da risposta mancata o tardiva che tante ulcere regala. Le sue prime avvisaglie risalgono agli anni 1998/2002, quando milioni di persone conobbero la continua sospensione tra gioia e depressione del real time, il cui motto sarebbe "potrei risponderti subito eppure non lo sto facendo: perché, secondo te?": ben prima che le spunte blue di Whatsapp rendessero l’ "ansia da risposta tardiva" un inferno tascabile, Messenger aveva previsto il carburante ultimo delll’angoscia sociale. Le cose cambiano, è chiaro e in internet cambiano ancora più velocemente: l'ansia rimane, quella sì. L'ansia da mancata risposta e quella, ormai defunta, del trillo di Msn che ci faceva sobbalzare dalla sedia, mentre si era al pc con le cuffiette nelle orecchie. Mortacci tua Messenger!

mercoledì 29 ottobre 2014

Generazione social

“Comunicare è da insetti: esprimerci ci riguarda”
(Manlio Sgalambro, cit.)


E noi saremmo la generazione social? Ma ci vediamo? Abbiamo le occhiaie illuminate da un dispaly prima di dormire. Comunichiamo il nostro stato d'animo con un emoticons. Approviamo con un like e ci facciamo una vaccata di c*** nostri su gente che nemmeno conosciamo o peggio che conosciamo e nemmeno salutiamo per strada. Ho sempre odiato le chiacchiere inutili, la gente ciarlante sui gossip altrui e che per me producono solo rumore: questa gente sbraccia con due mani su una tastiera, gesticola con un pollice verso, tira per la giacchetta gli altri in una conversazione privata. Parole e parole che vagano nell'etere, che nessuno sente, perchè tutti sono impegnati a pensare cosa dire senza esprimersi mai. Non ci sediamo più al tavolo del bar a fare colazione, a sorseggiare il cappuccino col giornale e sorbirci le risate del barista che ride su ogni avventore che dice la sua sul mondo, sul calcio, sulla figa. Non ascoltiamo nemmeno più i viaggiatori sul treno che attaccano bottone: ci alziamo felici di non aver udito una parola e sorridenti col nostro smartphone finalmente connesso dopo kilometri di galleria senza il 3G. Social, poi! Che socialità intesa come interscambio c'è sui social network se non siamo più i fanatici del bar dello sport, i maniaci del cineforum del venerdì, gli scassacazzo che strologano in treno, i militanti politici che te la menano a cena? Abbiamo tutti traslocato: siamo tutti connessi e passiamo la giornata a postare, tuittare, taggare, commentare, linkare. Siamo tutti in rete e, da quando tutti parlano in rete, c’è un casino, una sovrabbondanza di parole che nessuno poi legge, una totale mancanza di confronto, una mica tanto sottile violenza vigliacca, che francamente la metà mi basta per tagliare la corda. Avreste il coraggio di dire in viso ad una persona quanto sia ridicola? No! Basta "visualizzare" e non rispondere! Per tutto il resto c'è Facebook! Ma credete davvero che mettere un like ad ogni foto della ventenne di turno servirà per farvela dare? Dal 13 luglio è diventato per me, se non ancora da prima, uno stupido sito web: non sono curioso delle vite degli altri e non mi interessa sapere tutto quello che fanno quotidianamente. Facebook spaccia valori importanti come la condivisione e l’amicizia in un contenitore nel quale la condivisione è finta e gli amici pure: il mio concetto di condivisione continua ad essere molto concreto, tattile, quasi cutaneo: ho bisogno delle mani nelle mani e non di due dita che mi scrivono "buonanotte". Non posto foto delle cose che mangio, non sbatto mia figlia in prima pagina come se fosse un animale dello zoo, non linko video su gattini che recitano Shakespeare, non mi piace far sapere dove vado cosa faccio e con chi. Le vite degli altri mi interessano nella misura in cui ho ancora la forza di alzare il culo e fare loro quantomeno una telefonata, altrimenti “amici” una sega. Odio i social network, odio twitter e peggio ancora facebook e su tutti whatsapp e non per quello che sono ma per quello che ospitano: un sottobosco di milioni di persone che ti vomitano letteralmente un miscuglio mefitico di ignoranza, sicumera, invidia sociale sotto forma di stronzate di ogni risma e fattura. La gente sul web non fa altro che urlare, aggredire, pontificare, insultare, e parlare, parlare, parlare, parlare, parlare o meglio scrivere in un itaggliano mortificante condito da faccette d'ogni genere. Sulla rete montano a neve dal nulla indignazioni da quattro soldi o cordogli di plastica quando muore un carneade, si scatenano cani da caccia contro i mali del mondo, si improvvisano movimenti di opinione da ombrellone di spiaggia a fingersi cittadini modello animati da buone intenzioni. La vittoria dei social è quella di avere intorno gli altri, fregandocene ma averli comunque su una lista di gente che "vabbè l'ho visto in quel locale e l'ho aggiunto" ed avere allora, senza nemmeno prestare loro la cortese indifferenza, di passare con il proprio pollice avanti le loro idee ed opinioni: la verità è che degli altri non ce ne importa nulla ma siamo social e siamo tutti una grande famiglia, condannando chi fisicamente può essere davvero la nostra famiglia. Ma spegnete i social, spegnete whatsapp: disconnettete una vita irreale e dedicate agli altri il vostro tempo.


domenica 1 giugno 2014

OCSE vs. Bukowsky

L'OCSE, che per i meno filoacronimi è l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, è un organo per gli studi economici dei paesi membri dell'Europa finanziaria, che ha un ruolo consultivo e di confronto delle esperienze politiche e sociali per la risoluzione dei problemi comuni. Cosa c'entra l'OCSE con questo post? Cosa vuole quest'organizzazione con sede a Parigi da noi italiani? Ebbene l'OCSE ha lanciato un segnale preoccupante, che per certi versi è la scoperta dell'acqua calda: tre italiani su dieci non sono in grado di comprendere i testi scritti, avere un proprio raziocinio per sviluppare e mostrare la propria cooperazione sociale e singolarmente raggiungere i propri obiettivi. Velatamente l'OCSE ci dice che siamo un popolo di ignoranti. Ma va? 

Sostanzialmente l'organizzazione francese non c'imputa d'essere analfabeti ma segnala uno dei principali fallimenti della presente civiltà occidentale, che in Italia ha trovato campo fertile: l'analfabetismo funzionale, così è stato chiamato. Ancora una volta i social network sono la cartina tornasole. L'Italia è il Paese che ha più compagnie telefoniche e più contratti attivi per la comunicazione in mobilità (io da solo, ad esempio, ho tre diverse sim-card), ha più utenti connessi ai social ed è uno dei primi ad essere il più attivo nelle intercomunicazioni (chat, post, tweet, like, poke). E' paradossale dunque come gli italiani con tutto questo scambio d'informazioni manifestino le maggiori difficoltà ad elaborare in maniera adeguata le notizie e nozioni che ricevono e che quindi veicolano o rilanciano. Se un tempo l'analfabeta era sì consapevole della propria mancanza e poteva chiedere aiuto a chi scrivesse e e leggesse per lui ed intanto firmare con una croce, l'analfabeta funzionale di oggi non è nemmeno consapevole del suo problema: non comprende i termini di una polizza assicurativa, il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico ma ciononostante continua a palesare il suo grado di conoscenza sull'attualità postando per primo l'ultima notizia degna del pubblico social. L'italiano per l'OCSE è facebook victim, perchè solo attraverso questo asocial network s'informa, decide il proprio percorso politico, sviluppa interazioni economiche. Un analfabeta funzionale traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette dettate dai like e dai commenti ricevuti e non è capace di costruire un’analisi intima e di riflesso sociale: in effetti facebook è quel passaparola di notizie più pratico che aprire un link di un quotidiano online, è lo schiaffo all'informazione dal quale apprendere la notizia schok o il gossip di turno, traduce l'italica caratteristica che a noj altri ce piace dè farce i fatti degl'altri e intanto regrediamo, non riuscendo più nemmeno a congeniare una battuta ironica e sprezzante ad un post, basta un like, o a sfoderare un nostro motto, basta un copia e incolla, o a scrivere due parole in versi, basta un condividi. Se prima dell'avvento di facebook da italiano mi ritenevo un uomo metà divano e metà pantofola, ora l'ultimo barlume di fantasia ha il suono del click del mouse.
Torniamo a sfogliare anche distrattamente i giornali gratuiti in stazione al mattino e a sederci al bar per finanche battagliare coi vecchi al tavolo sugli 80 euro di Renzi. 
Torniamo alle interazioni fisiche. 
Per tutto il resto ci sono gli aforismi di Bukowski.   

sabato 24 maggio 2014

Visualizzato

Questo post non è un invito ad andare al voto domani e non è nemmeno l'ennesimo articolo sugli "a"social network ma da quando facebook ed elezioni si sono unite mi si è rizzata la cod@ e non potevo restarmene in silenzio. Su TgCom è apparso questo titolo: Europee: Facebook lancia pulsante "sono un elettore". La novità del social network sotto elezioni senza svelare la preferenza. Siamo tutti costantemente aggiornati sugli aggiornamenti degli aggiornamenti, che non fa in tempo a cambiare il clima o a crepare il vip di turno che la mia bacheca di faccialibro s'intasa. Like, post, commenti, poke (ps: ma che sò i poke?) e anche il pulsante sono un elettore: una sorta di condivisione che avvisa gli altri utenti sulla propria decisione di esercitare il diritto di voto durante le elezioni. Sostanzialmente i contatti potranno vedere lo status di elettore, senza dettagli del partito per cui si è votato. Ma c'è dietro uno studio accademico, americano ovviamente: quando i giovani vedono su facebook che i loro amici hanno votato, sono più propensi a votare e partecipare alla vita politica. Il problema non sono i giovani. Qui il problema sono i social network e i loro utenti, me compreso, perché davvero tutti stiamo diventando un branco di rincoglioniti senza rendercene conto. Giusto per iniziare non sono network (dall’ inglese rete di lavoro) ma è applicazioni internet il cui mestiere è portare non tutti in connessione con tutti ma tutto alla portata di tutti.  Il concetto di amicizia presumo sia l’ultima vaga idea del concetto di social connection: foto e notizie personali sono pubbliche, basti pensare ai tag e alle foto scattate nei vari locali al sabato sera.  E poi le amicizie. Diciamola tutta: una ragazzetta di 20 anni può mai conoscere 2597 persone? E chi c**** sei? La cassa dell' Esselunga il sabato pomeriggio! Ah, già....le foto in perizoma dell'album Io, myself and I. Io una cerchia così ampia di amici non l’ho mai avuta: se guardo i miei cinque/sei amici reali e barbuti che conosco da una vita, a questo punto parlerei di conoscenti oppure di perfetti sconosciuti, visto che a molti di loro non ho mai stretto nemmeno la mano. E ancora perchè localizzare la propria posizione proprio quando ci si trova a cena nel ristorante di Cracco o in Costa Smeralda, senza però ricordarsi di fare la medesima operazione quando si comprano le scarpe pezzottate dai cinesi? Mi guardo intorno e cosa vedo? Gente che conosco e pare normale. Poi mi trova in chat e scopro di scrivere ad una psicopatica, ad un pazzo e ad una che visualizza e non risponde. Questa gente che è ben curata, profumata e pulita, poi vedi le foto dove sta limonando col cane. Gente che fotografa la minestra. Gente che passa le giornate a scrivere vaffanculo vari e poi nella vita ziiii padrone. Gente che dopo la morte di un caro parente, pensa bene di farti le condoglianze pubblicandoti un post su facebook. Gente che di giorno legge le 50 sfumature poi di sera va a letto coi bigodini e la scusa del mal di testa. Gente che per quattro mi piace in più si fotografa pure l'utero. Facciamo uno sforzo e ripigliamoci tutti, per cortesia, perchè se la vita ti da mille milioni di motivi per essere sofferente, gradirei non li elencassimo tutti su fèisbùk. In tutto questo meglio sembrare trogloditi, tornando a bussare al citofono di casa per uscire con un amico, che pubblicare eventi a cui nessuno parteciperà. Ma vi ricordate quelle belle telefonate tipo ciao! Come stai?! detto con allegria per poi magari continuare via via con un sai ho un problema…posso parlartene?Prendiamo un caffè!. Diciamoci la verità: noi e i nostri amici/conoscenti/qualsiasi cosa siamo dal vivo poi non sappiamo cosa dirci, se non rifuggiarsi con la testa china nello schermo dello smartfòn in attesa della prossima notifica. Se dovete raccontare la vita non fatelo pubblicamente, perché potrebbe non importare a nessuno: scattate una foto, congeniate una vostra filosofia ma che sia spontanea, intima ma propria perchè vera e poco importa se qualcuno la giudica male.
Nella vita reale farebbe lo stesso. 
Si stava meglio davvero, quando non si sapeva se aveva visualizzato.