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domenica 15 giugno 2014

God saves Italy

Sono nato e vivo in Italia da 30 anni ed ancora oggi non riesco a comprendere cosa gli stranieri trovino di simpatico in noi italiani: il mio specchio riflettente di tanto bello italico è Firenze, gettonata città dove si riversano flotte di nipporussiamericani. Escludendo buona cucina, buon vino, il superbo patrimonio artistico e culturale, di cui siamo indegni conservatori, non credo esista in Europa un cittadino medio più medio dell’italiano. Guardo le nuove generazioni che sono prive di memoria storica, inzuccate nel display dei loro smartphone, privi di rispetto per gli altri così come di senso civico: le generazioni tricolori che verranno già da ora sono baldanzosi stupratori delle più elementari norme del buon gusto che ci allontanano dal mito di italiani brava gente, più inclini alla maestria dell' ora ti fotto io che dell'antica arte del sapersi arrangiare, diventando più figli di Zalone e De Filippi che di Valentino e Sordi, di Baggio e Montanelli. Basta poi rifarsi sull'attuale cronaca: l’Italia s'erge ad uno di quei pochi paesi, tra cui Namibia e Vietnam, dove le regole arbitrarie prive di fondamento giuridico diventano leggi giuste, dove l’abusato che va a recriminare la violazione di un proprio diritto deve andare strisciando da colui che abusa, per non incorrere da parte di quest’ultimo in ritorsioni delinquenziali ampiamente condonate dalla legge. Per lavoro poi devo inghiottire frasi del tipo tanto è tutto inutile. Tanto le cose non cambiano. Tanto così fanno tutti. Tanto a che serve. Con la mano sul petto, mentre in tv per i mondiali di calcio sento l'inno nazionale, ciò che m'indigna è proprio l’indignazione, perché nel Belpaese, se t'arrabbi troppo per ciò che funziona, vuol dire che non ami il costume culturale abietto del tuo stesso Paese. Chi ci governa poi è il ritratto fedele del cittadino medio in quanto a ignoranza, qualunquismo, kitsch barbarico, improponibilità pubblica e privata, totale incapacità di cura del bene comune: personaggi che gestiscono il titolo e capitolo finanziario dello spreco, delle diseguaglianze e di tutte le opere incompiute che non si compieranno mai, personaggi il cui peso è pari alla loro nullità culturale e spesso umana, su cui si riflettono tutte le scommesse perse degli ultimi anni nella cabina elettorale. Accecato dall’ipocrisia, l’italiano medio finge di credere che tutto sia tollerabile, che tutti siamo uguali, che ogni cosa meriti comprensione e accoglienza, che miseria morale e ignoranza richiedano indulgenza e persino un religioso affetto, lamentoso h24 ma guai a prenderlo sul serio. Se scavi a fondo nelle sue giaculatorie troverai un perverso compiacimento di tutte le sue tare: compiacimento e fierezza, come se quelle inadeguatezze costituissero l’irrinunciabile condimento folcloristico, senza il quale non puoi essere veramente italiano. E’ il disfattista per vocazione, il pessimo perdente che annega nella paura di ogni cosa come un topo nel suo piscio. La sua lamentela non è quella di chi ha capito che dallo sconforto deve iniziare un’azione necessaria ma la postura accasciata dell’invertebrato per partito preso, sempre pronto a trovare fuori di sé la causa di problemi di cui egli innanzitutto è tante volte responsabile. Paese bizzarro, variopinto, affascinante l'Italia. Per fortuna che ci sono i Mondiali in Brasile e allora tutto va bene.
God saves Italy...

domenica 1 giugno 2014

OCSE vs. Bukowsky

L'OCSE, che per i meno filoacronimi è l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, è un organo per gli studi economici dei paesi membri dell'Europa finanziaria, che ha un ruolo consultivo e di confronto delle esperienze politiche e sociali per la risoluzione dei problemi comuni. Cosa c'entra l'OCSE con questo post? Cosa vuole quest'organizzazione con sede a Parigi da noi italiani? Ebbene l'OCSE ha lanciato un segnale preoccupante, che per certi versi è la scoperta dell'acqua calda: tre italiani su dieci non sono in grado di comprendere i testi scritti, avere un proprio raziocinio per sviluppare e mostrare la propria cooperazione sociale e singolarmente raggiungere i propri obiettivi. Velatamente l'OCSE ci dice che siamo un popolo di ignoranti. Ma va? 

Sostanzialmente l'organizzazione francese non c'imputa d'essere analfabeti ma segnala uno dei principali fallimenti della presente civiltà occidentale, che in Italia ha trovato campo fertile: l'analfabetismo funzionale, così è stato chiamato. Ancora una volta i social network sono la cartina tornasole. L'Italia è il Paese che ha più compagnie telefoniche e più contratti attivi per la comunicazione in mobilità (io da solo, ad esempio, ho tre diverse sim-card), ha più utenti connessi ai social ed è uno dei primi ad essere il più attivo nelle intercomunicazioni (chat, post, tweet, like, poke). E' paradossale dunque come gli italiani con tutto questo scambio d'informazioni manifestino le maggiori difficoltà ad elaborare in maniera adeguata le notizie e nozioni che ricevono e che quindi veicolano o rilanciano. Se un tempo l'analfabeta era sì consapevole della propria mancanza e poteva chiedere aiuto a chi scrivesse e e leggesse per lui ed intanto firmare con una croce, l'analfabeta funzionale di oggi non è nemmeno consapevole del suo problema: non comprende i termini di una polizza assicurativa, il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico ma ciononostante continua a palesare il suo grado di conoscenza sull'attualità postando per primo l'ultima notizia degna del pubblico social. L'italiano per l'OCSE è facebook victim, perchè solo attraverso questo asocial network s'informa, decide il proprio percorso politico, sviluppa interazioni economiche. Un analfabeta funzionale traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette dettate dai like e dai commenti ricevuti e non è capace di costruire un’analisi intima e di riflesso sociale: in effetti facebook è quel passaparola di notizie più pratico che aprire un link di un quotidiano online, è lo schiaffo all'informazione dal quale apprendere la notizia schok o il gossip di turno, traduce l'italica caratteristica che a noj altri ce piace dè farce i fatti degl'altri e intanto regrediamo, non riuscendo più nemmeno a congeniare una battuta ironica e sprezzante ad un post, basta un like, o a sfoderare un nostro motto, basta un copia e incolla, o a scrivere due parole in versi, basta un condividi. Se prima dell'avvento di facebook da italiano mi ritenevo un uomo metà divano e metà pantofola, ora l'ultimo barlume di fantasia ha il suono del click del mouse.
Torniamo a sfogliare anche distrattamente i giornali gratuiti in stazione al mattino e a sederci al bar per finanche battagliare coi vecchi al tavolo sugli 80 euro di Renzi. 
Torniamo alle interazioni fisiche. 
Per tutto il resto ci sono gli aforismi di Bukowski.