domenica 23 novembre 2014

23 novembre 1980

Ci sono posti che parlano: tutti i luoghi hanno un’anima e basta saperli ascoltare perchè raccontino le storie di chi li vive. Ci sono crepe nei muri che stridono, lampo negli occhi di chi atterrito le ha viste avanzare fino ad abbattere le proprie case spaurite lungo la schiena dell’Appennino. Alcuni luoghi poi parlano più forte, urlano: talvolta quelle grida di dolore le senti anche dopo 32 anni. L’Irpinia è uno di questi luoghi, fatti di strepitii silenziosi avvolti da un’aura di malinconia. Il 23 novembre 1980 era domenica, una domenica come tante: a casa mia, per esempio, a pranzo c’era la lasagna e i pasticcini con la crema come oggi tuttora tutte le sante/lascive/comuni domeniche, in campionato la Juventus aveva vinto 2-1 contro l’Inter, mia madre accudiva mia sorella Mirella che aveva appena un mese. Alle 19:35……….un boato, le corse per le scale, urla, macerie tutt’intorno. l’Irpinia era diventata un luogo abbandonato, che sui muri delle case aveva scritto con lacrime e sangue “attenzione, pericolo crolli” e sui pavimenti cocci, polvere, sporcizia e buchi. La penna ad inchiostro nero della terra aveva lasciato un solco distorto, firma d’una catastrofe naturale dove umane altre catastrofi l’avevano già preceduta. Un minuto e mezzo di scosse, novanta secondi per spogliare la già nuda terra e vestire di incapacità le genti impreparate all’ora di cena. Quel giorno di trentadue anni fa l’Irpina ha vissuto una delle sue tante storie tribolate, urla di rinchiusi tra le macerie e pianti di bambini lasciati soli per strada: attimi immensi che trasudano terrore, secondi come spettri di preghiere inascoltate. 23 novembre 1980: un giorno senza un tempo scandito solo da rintocco dei crolli e dai comunicati alla Rai, dalle sirene e dalle bestemmie contro un Dio che s’era voltato di spalle per meno di due minuti. Quel giorno è stato il giorno in cui noi Irpini siamo diventati i terremotati, come se tutti gli altri cataclismi succeduti dal 1980 in poi non avessero altro nome tale che anche altri popoli d’Italia potessero meritare quest’etichetta: terremotati. Sfottò allo stadio ma peggio ancora labbro distorto di chi ha vissuto solo sugli schermi in bianco e nero quegli eventi, come se l’Irpinia allora si trovasse in un’altra nazione, su un altro pianeta. Anche io che sono nato tre anni dopo quel tragico evento sono diventato da quel 23 novembre un terremotato, come se quell’appellativo fosse disprezzo per le mie origini, sinonimo di inadeguatezza di fronte agli eventi e la vita stessa di chi, come me e le generazioni a seguire, proprio nulla c’entrano sia con il dato meramente storico che con la violenza singolare della natura. Ci sono posti che parlano e oggi dopo oltre tre decenni siamo solo capaci di leggerne la storia, senza capirla  ma ricordando e ammettendo che ci sono posti così che ancora vivono e  urlano delle urla dei vivi.

giovedì 20 novembre 2014

Ti trillai

Su Repubblica leggevo un articolo che mi ha lasciato malinconicamente esterrefatto: Msn Messanger è stato chiuso ufficialmente e non sembra essersene accorto nessuno. La mia generazioni conobbe le chat online ed iniziò tutto con Msn Messenger sul pc di casa: all’improvviso in tutto questo navigare cibernetico è stato individuato uno scopo alternativo all’autoerotismo, lasciando spazio a chiacchiere con amici e sconosciuti e creando nuove abitudini e vizi sociali come gli aggiornamenti di status, foto del profilo, ultimi accessi, conversazioni multiple di cui si perde il controllo, i “trilli” e lo "stato invisibile". E' certo che da Msn abbiamo imparato a comportarci male, malissimo online, aprendo una pagina delle intercomunicazioni sociali che oggi sono la nostra rovina. Messenger è stato il sovrano indiscusso delle chat prima dell’era dei social network, sbocciata con MySpace e Facebook: la trasformazione dell’homo sapiens deficents in una creatura che legge notifiche è cominciato così. Prima di Facebook e Whatsapp fu Messenger a portare alla ribalta l’idea di “stato” associato a un'immagine, le forme di una breve frase ad accompagnare il nome utente: una citazione, una desolante considerazione, una bestemmia, un messaggio leggibile a tutti o quasi. Per chi all’epoca non era ancora nato o vigile, è difficile immaginare la portata sociale di un innocuo cambiamento di status su Messenger: parliamo di un mondo in cui i ca**i altrui non facevano parte del nostro vivere quotidiano a suono di click e slash. In quell’internet ormai vintage, Msn era indispensabile, ricattatorio, una validissima ragione per giustificare l’acquisto di un computer o la connessione a internet, perché erano tutti lì, di pomeriggio e di sera, a parlare, e tu no e tutti i tuoi amici commentavano nei corridoi del liceo quanto accaduto il giorno prima su Msn e tu, sconnesso e grigio, capivi che la rivoluzione del web era arrivata e bisognava convertirsi. Non per sfruttare le potenzialità dell’infrastruttura tecnologica più avanzata della storia dell’uomo, no, non per quello: per Messenger. Nell’algida finestrina di Messenger è nata anche l’ansia da risposta mancata o tardiva che tante ulcere regala. Le sue prime avvisaglie risalgono agli anni 1998/2002, quando milioni di persone conobbero la continua sospensione tra gioia e depressione del real time, il cui motto sarebbe "potrei risponderti subito eppure non lo sto facendo: perché, secondo te?": ben prima che le spunte blue di Whatsapp rendessero l’ "ansia da risposta tardiva" un inferno tascabile, Messenger aveva previsto il carburante ultimo delll’angoscia sociale. Le cose cambiano, è chiaro e in internet cambiano ancora più velocemente: l'ansia rimane, quella sì. L'ansia da mancata risposta e quella, ormai defunta, del trillo di Msn che ci faceva sobbalzare dalla sedia, mentre si era al pc con le cuffiette nelle orecchie. Mortacci tua Messenger!

martedì 18 novembre 2014

Pavese

Alice guarda i gatti 
e i gatti muoiono nel sole 
mentre il sole a poco a poco si avvicina, 
e Cesare perduto nella pioggia 
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. 


Crudele, lo sono ancora certamente, se crudeltà si può chiamare il normale contegno di chi rispetta le donne al punto di non volerne sapere di loro. Per guarire da ogni nostalgia amorosa non c'è che sperimentare d'essere amato o voluto o bramato o quello che vuoi da una persona che ci dia ai nervi. 
Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile: siamo una bellissima coppia discorde. Saprò diventare come vuoi. Devo diventarlo, perché non voglio che la nostra storia somigli alle altre che ho bruciato. 

lunedì 17 novembre 2014

La scoperta dell'acqua fredda

Esiste un sito inglese che elenca le principali e più grossolane stupidate che l'uomo nel corso della storia abbia mai commesso e prima ancora proferito:
http://www.2spare.com/item_50221.aspx

Alcune delle più illuminate e colte persone nella storia non hanno potuto comprendere come le innovazioni tecnologiche e culturali dei loro giorni avrebbero in effetti poi cambiato le abitudini di vita di milioni e milioni di persone in tutto il mondo. Solitamente chi non capisce quali possano essere gli elementi di innovazione e progresso sono coloro che appartengono alla classe dirigente, la quale detenendo e gestendo una posizione consolidata tale da potere vedere con fisiologico sospetto qualunque cambiamento della realtà, ponendosi ciecamente e perdutamente con tutte le proprie forze ad ostacolo per futuro. Posso pensare quindi ragionevolmente che il progresso è materia che non appartiene alle classi e agli individui dominanti ma viceversa a coloro che possono mettersi in gioco, che non hanno nulla da perdere, quelli per cui rischiare non comporta una perdita. Ne deduco: povera quella generazione che non va in acceso conflitto con la precedente, ponendosi automaticamente nel passato e nel regresso, rinunciando all'unica cosa per cui vale la pena vivere...cambiare la storia in meglio. Qualche esempio

* Nel 1964 gli addetti al casting della United Artists, scartarono l'attore Ronald Reagan per il ruolo del presidente Usa nel film "L'amaro sapore del potere", dicendo che non aveva l'aspetto presidenziale.

* Le persone ben informate sanno che e' impossibile trasmettere la voce tramite dei fili elettrici, e se effettivamente fosse possibile, non ci sarebbe nessun utile utilizzo di questa scoperta.
- Editoriale nel Boston Post, 1865

* Posso senz'altro affermare senza possibilità di essere contraddetto che quando l'Esposizione Internazionale di Parigi si concluderà, non sentiremo più parlare della luce elettrica.
- Erasmus Wilson, Professore all'Oxford University, 1878

* Sconsiglio di investire nell'industria automobilistica: l'auto a differenza del cavallo, è soltanto una moda del momento.
- Il Presidente della Michigan Saving Bank, inizio novecento

* La famiglia media americana non ha tempo per la televisione.
- The New York Times, 1939

* Il rock 'n roll sarà passato di moda entro giugno.
- Articolo del Variety, 1955

* Nessuno avrà mai bisogno di una memoria maggiore di 640Kb su un pc.
- Bill Gates, 1981

* Il volo con macchine più pesanti dell’aria è poco pratico e insignificante, se non assolutamente impossibile.
- Simon Newcomb, matematico e astronomo canadese.

* Non c’è motivo per cui qualcuno potrebbe volere un computer in casa.
- Ken Olson, presidente e fondatore di DEC, produttore di grandi sistemi informatici, parlando del Pc.

* La radio non ha futuro.
- Lord Kelvin, matematico e fisico scozzese.

* Chi diavolo vuole sentire gli attori parlare?.
- H. M. Warner, cofondatore della Warner Bros., 1927.

* La televisione non durerà, perché la gente si stuferà di guardare tutte le sere una scatola di compensato.
- Darryl Zanuck, produttore della 20th Century Fox, 1946.

* Il viaggio in treno ad alte velocità non è possibile, perché i passeggeri, impossibilitati a respirare, morirebbero di asfissia.
- Dr Dionysys Larder, professore di filosofia ed astronomia alla University College London.

* Il fonografo non ha nessun valore commerciale.
- Thomas Edison, inventore Americano, 1880

venerdì 14 novembre 2014

Era un pomeriggio, era novembre

Ancora qualche giorno e sarà il tuo onomastico e poi ancora il tuo compleanno. Ancora qualche giorno e sarà quel pomeriggio di novembre e dodici gli anni io e te distanti. Quel giorno io vorrei ricordarti come si fa con un amico che è partito per un viaggio lontano, con cui di tanto in tanto passo le notti a chiacchierare sul tempo trascorso quando eri qui con me, passando dalle battute ai ricordi, dalle pacche sulla spalla ai discorsi filosofici su come si cresce e su come si affronta la vita. Quel giorno in cui te ne sei andato io sono rimasto solo: si è spezzato un filo che tra noi due non è durato nemmeno il tempo di vedermi maggiorenne, si è interrotto un discorso iniziato a tavola e finito alle 14.30 di un pomeriggio di novembre tra un medico a testa china e i tuoi colleghi accorsi in un lampo. Quel giorno io sono rimasto solo e credo d’averti dato la peggio delusione che un figlio possa dare ad un padre, quella di non poterti mostrare quanto sia diventato un po’ più uomo. Ogni giorno seguo la tua stessa strada, perché spero in fondo di poterti ritrovare, impegnandomi con la tua stessa dedizione: questo mi da coraggio nelle scelte, mettendo un piede dopo l’altro, cercando di somigliarti, di trovare un modo per vederti ancora lì in piedi con la tua malboro tra le dita mentre scruti fuori la finestra. So che ci sei ma devo fare i conti con la tua mancanza. La mancanza è una donnaccia che mi prende alla gola prima ancora che alla testa. La tua mancanza comincia ogni giorno da oltre dieci
anni tutti i giorni con una domanda banale, stupida, innocua a prima vista – “quel giorno ero a casa con mio padre ma cosa ci stavamo dicendo…” – e cerco nella mente, frugo nei ricordi. E allora mi viene la smania di sapere e vorrei tanto chiedertelo quel giorno di novembre su cosa discutevamo. E mi fermo. Mi blocco. Stamani mi sono bloccato davanti lo specchio con il rasoio nella mano destra e la faccia insaponata. In quel rallenty dell’anima guardavo i miei occhi ed ho trovato lo stesso colore dei tuoi. Guardavo i miei capelli ed ho visto la tua pettinatura ai tuoi 30 anni. Le tue stesse rughe, la tua stessa espressione inscalfibile, tanto seria che però basta un nulla per farmi scappare una risata fragorosa. Mi sono accorto che io e te, radendoci la barba, ci tagliamo negli stessi punti: senza che tu me lo abbia mai insegnato, non avendo tu avuto il tempo di vedermi spuntare il primo pelo in viso, inconsciamente, come quando seduto sulla lavatrice ti guardavo al mattino, con la stessa metodica operazione ho applicato uno e un altro pezzettino di carta per tamponare i tagli. In quel preciso istante quello che stavo facendo, ha smesso di essere quella che è un’operazione comune – radersi che è un insegnamento che ogni padre tramanda al proprio figlio – perché capisco che la persona, l’unica persona che potrebbe darmi la risposta su cosa io e te stessimo discutendo quel giorno di novembre, non c’è più. La mancanza non è solo questione di affetti persi, non è accarezzare una poltrona vuota, mettere la faccia dentro una maglia ritrovata, annusare tracce di un odore che non c’è più ma cerco ancora dopo anni, come quando di nascosto ancora oggi indosso le tue divise, di sentirmi davvero come te, con te. La mancanza non è solo avere voglia di parlare con una persona, stringerle le mani come facevi o voltarle le spalle, prenderla in giro o litigare: la mancanza è spesso per le domande senza risposta, per pezzetti di carta sul viso come i pezzi di ricordi persi e che non troverai, perché chi poteva condividerli con te non c’è più. La mancanza è una domanda senza risposta: “di cosa stavamo parlando? Dei miei voti a scuola? Delle lezioni di musica che non seguivo più? Di cosa volessi fare dopo il diploma? Era un bel giorno di novembre, c’era il sole, mi ricordo. Era caldo quel pomeriggio, mi ricordo. Eravamo io e te in casa, mi ricordo. Ma di cosa stavamo parlando, ecco, non lo so, non lo saprò più.” La mancanza è una donnaccia che mi prende in giro e mi lascia solo, più di prima: è un passato che va via senza chiedere il permesso e non ritrovo nonostante tenti di inseguirlo, è una risposta bella che mi avevi dato e non saprò com’era. Come un serpente che si mangia la coda, la mancanza gira su se stessa e provoca a sua volta assenza, ogni domanda che resta sospesa crea altre domande, ogni momento in cui mi senti solo genera solitudine, ogni pezzo di memoria persa non mi allontana dal quel passato che cerco, che mi serve, che ha fatto di me ciò che sono. La mancanza è fatta così e non resta che riprendere in mano il rasoio e continuare a radermi, vedendo te nei miei occhi, nelle mie espressioni, nei miei giorni in cui sei mancante, mettendo un passo dopo l’altro ed andando avanti, dimenticando o cercando di farlo fino alla prossima domanda senza risposta, così come è successo quel giorno. Quel giorno era un pomeriggio, era di novembre.

tratto da www.lacodadelgatto.wordpress.com 

giovedì 13 novembre 2014

Me...mento

Magari un giorno ti capaciterai che le parole, la complicità e le risate con gli occhi in un ristorante lontano dalla città poi rimangono lì e non le porterai ancora con te, se non ci credi appena un pò di più. Magari un giorno ti renderai conto che chi ti cerca lo fa solo perchè ha voglia di svagarsi giusto il tempo di rigirarsi ancora nei suoi stessi mali. Magari arriverà un giorno in cui qualcuno ti chiederà come è andato il fine settimana, solo per poter raccontarti il suo e quello stesso giorno chi ti dice che le cose cambieranno, non lo pensa nemmeno e lo dice solo perché è stanco di sentirti ripetere quanto tu sia insoddisfatto. Magari un giorno ti renderai conto che nessuno sa quale canzone canti quando sei spensierato, quale felpa indossi quando sei a casa, dove conservi i tuoi ricordi, in quale posizioni dormi, se quando ceni tieni la televisione accesa, quanto impieghi a fare la doccia e tante altre cose che sembreranno insignificanti ma ad un certo punto sentirai la necessità di farle sapere a qualcuno. Magari un giorno davvero capirai che alcune tue abitudini erano fastidiose ma le accettavo, perché erano parte di te e non tutti lo avrebbero fatto. Magari quel ti renderai conto che le tue furbate durano il tempo delle mie bugie, che non si può far pesare ad altri i tuoi disturbi, le tue crocifissioni, i ripensamenti che più nascondi e più sono lampanti. Quel giorno capirai che l’amore non è ovunque ma appena poco lontano dalla tua ombra. Un tempo era accanto a te: imperfetto sì, ma immenso. Tutto intorno c'è quello che non provi, che non dici, che non ascolti per tutto il tempo in cui dovresti ammettere "mi mento" anche solo per un momento.

mercoledì 12 novembre 2014

La luce alle spalle, le ombre davanti

Fissa la tua attenzione su te stesso,
sii cosciente in ogni momento di quello che pensi, senti, desideri e compi.
Non incatenarti a nulla che alla lunga possa distruggerti.
Sviluppa la tua generosità senza testimoni.
Vinci le tue paure, perchè dietro ciascuna di loro si nasconde un desiderio.
Quando ti ammali nell'anima, invece di odiare il male, consideralo il tuo maestro.
Se sei in dubbio tra il fare e il non fare, corri il rischio e fà.
Ottieni per ridistribuire.
Se stai meditando e arriva un diavolo, fallo meditare con te.
Se vedi solo ombre dinanzi a te, è solo perchè sei più avanti della luce alle tue spalle.


martedì 11 novembre 2014

Matera


Matera o l’estetica della povertà: senza pena la bellezza non ha viso. Non ci sono case sparse, tutto è connesso e intrecciato. Città soffiata dall’interno, città scultura in cui volumi di spazio e di terra si alternano e si equilibrano mirabilmente. Natura e architettura, più natura che architettura, città un tempo più abitata che costruita. Architettura scavata, costruzioni fondate sul levare piuttosto che sull’aggiungere. Intimamente poetiche, dunque. Le case sono fiori di pietra:case piccole come cellette d’api, cristalli di tufo. Una trepida ragnatela sassosa dove stavano uomini e animali a combattere col loro fiato contro l’umidità che veniva da sotto: paesaggio di rughe e pieghe, fumi e fango d’inverno e creta d’estate, creta e polvere, crepacci, letame. Città d’Oriente, bizantina, anatolica, città ipnotica in cui circola un’atmosfera antica nella quale ancora un pò si può guarire andando dietro il paesaggio, disonorando la civiltà dell’impazienza. Matera non guarda indietro, non ha la passione dell’identità. Matera è un città con un' idea dentro, l’idea di una nuova comunità, arcaica e digitale. La cultura di Matera era nei suoi asini, nel dolore e nella fatica, la cultura del sudore, un sudore di tanti popoli, di tanti contadini. Città profonda, comunitaria e parsimoniosa, città paesaggio, fragile e irripetibile, città dove alloggiare utopia ed eresia, produzione e piacere, lentezza e scrupolo. Matera capitale europea della cultura a riprova che ci sono cose ben fatte a Sud, ci sono motivi per ammirare, c’è qualche forza in più per combattere gli scoraggiatori militanti che nel Meridione d'Italia sono sempre stati molto animosi. 

lunedì 10 novembre 2014

ArtClick


Domenica a zonzo al Museo degli Uffizi. Non sono un gran fruitore dell'arte, anche se resta una delle mie passioni, e sono certo che in questo mio quasi primo decennio fiorentino sarò entrato agli Uffizi più volte di quante sono andato all'Otel o al Flo, giusto per farvi intendere che delle sgallettate che si vedono in giro preferirò di gran lunga quelle dei marmi del Canova. Da quando ho ripreso ad imbracciare la reflex e da quando finalmente anche nei musei italiani è stato concesso ai poveri mortali il privilegio di scattar fotografie, ho avuto un motivo ed un entusiasmo in più per riscoprire le sale di quello che ritengo essere in ordine il sesto museo migliore tra quelli finora visitati, dopo il British Musem, il Louvre, la Pinacoteca di Brera, il Van Gogh Musem e il Museu Europeu d'Art Modern. Consiglio di visitare gli Uffizi proprio la domenica mattina, appena questo apre al pubblico: coda digeribile in pochi minuti, pochissimi turisti invadenti, silenzio e luce giusta a riempire le opere esposte, tutti ingredienti giusti per godersi al meglio il meglio dell'arte in Toscana. Inizio a scattar le foto che sono ormai il personale marchio d'autore: i dettagli negli sguardi e nelle mani, nei volti e nelle loro ombre. Da qui la mia riflessione proprio sulla concessione degli scatti fotografici nei musei. E' stato proclamato il diritto di condivisione universale dei beni culturali: in nome della “libertà della cultura” finalmente è stato abbattuto il muro che divide la comunicazione tradizionale del patrimonio culturale dalla condivisione delle immagini, stampate o su file ma più personali, fruibili anche a chi è rimasto a casa. Avete presente il classico testo di storia dell'arte per studenti? Tutto piatto, noioso, con le pagine ingiallite, nauseabonde di polvere, standardizzato e fin troppo formale. Immaginate ora un testo di storia dell'arte ricostruito dallo studente stesso in visita agli Uffizi: avrebbe immagini delle opere che più l'hanno colpito, un incentivo insomma allo studio del "è bello ciò che piace", un modo dunque per avvicinare ed interessare il turista all'arte, affinchè la condivida anche dopo la sua visita. 

E ora il rovescio della medaglia: il turista spicciolo bada e sbruffa per tutta la visita al costo del biglietto speso. Fotografare "a nastro" ogni cosa in un solo click riappiattisce e imbruttisce due arti: l'arte figurativa e l'arte fotografica. Siamo passati dunque dall'invasione nipponica, tutta in coda e a muso giallo in alto stupito da tanta bellezza, all'“invasione digitale”: se la prima rubava spazi ed aria, la seconda preda immagini e filmati e li spaccia pressoché in tempo reale sui social network. Quest'ultimo è allora davvero il male della tecnologia che bussa coi piedi alle porte dell'arte classica e moderna. Quel che gli “invasori” rivendicano è il diritto di ogni visitatore a condividere la propria esperienza di visita, la propria scelta, i propri sguardi sulle opere, innescando quella “viralità” di diffusione orizzontale che un testo d'arte classico non riuscirà mai a produrre. In fondo a questa mia riflessione chiudo un occhio sì e l'altro no. Di fronte alla bulimia fotoricordistica privata dei turisti si rivendica un modello nuovo di divulgazione del patrimonio artistico che appartenga ai processi di divulgazione culturale non più autoritaria, conservatrice ma aperta e innovatrice. Credo in un nuovo rapporto fra il museo e il visitatore, tra l'arte e il suo fruitore basato sulla partecipazione di quest’ultimo alla produzione, creazione e valorizzazione della cultura. Il lato negativo è il versante alberghiero dell'arte, la condivisione di fotografie dei visitatori che recludono l'arte in uno smartphone e con un "ti faccio vedere gli Uffizi", annichiliscono i Botticelli e i Da Vinci tra le fotografie al panino con la finocchiona e zio Pietro che dormiva a bocca aperta in macchina. Il consumo materiale a dù spicci dell'arte potrebbe, a mio avviso insomma, calpestare la fame spirituale dell'arte stessa. 




domenica 9 novembre 2014

Non trovare tempo

Da bambino avevo i nervi come fulmini nelle gambe: non riuscivo a stare fermo, non facevo nulla da fermo. Qualcuno a quel tempo mi doveva cucire, vedere che ero una cosa squarciata, non potevo vivere in questo modo. E invece sono cresciuto girando nel mio sangue a cercare le persone che potevano cucire il mio tempo: le inseguo nella vana ricerca di fermare la furia del tempo inutile di portarmi dalla sua parte. Sono ancora qui, posso fare a nuoto l'asfalto e certi giorni correre sull'acqua, posso andare a stringere le mani di chi nemmeno ne sarebbe degno ma poi ognuno a casa sua. In questa ricerca di fermare il tempo da cucire e le mie gambe mi spingo sempre più dentro di me verso gli altri, trovando sempre qualcosa che non c'è. E' questo il verme solitario della mia insoddisfazione: dare e non trovare, cercare e non trovare, dannarsi e non trovare, trovare il non trovare, avere tempo di non trovare tempo e non ricevere in cambio tempo.

sabato 8 novembre 2014

D∞

“In vita puoi fare tanti viaggi, avere molti figli e svariate donne, ma le uniche cose che fai in vita e ti porti dentro la tomba con te sono le cicatrici e i tatuaggi”
(Nexus Tattoo Firenze, 08/11/2013)


Oggi, 8 novembre: un anno fa esatto il mio ultimo tatuaggio. Un tatuaggio è per sempre e bisognerebbe ricordarsene quando ci si fa iniettare l’inchiostro sotto la pelle. Le persone, poche, alcune, "una persona" è per sempre e bisognerebbe ricordarsene quando la si fa entrare nella propria vita. Non vi racconterò la storia o il motivo di questo tatuaggio, quello in foto per intenderci, del più intimo dei miei intimi tatuaggi: quel che c'è stato prima ma sopratutto dopo quegl' aghi in pelle, oggi e in futuro conta per me, ora più che mai solo per me. E' allora questo è il senso dei tatuaggi: l' orgoglio che rappresenta quel segnale sulla pelle, molto chiaro ogni mattina, quando chi lo porta sulla pelle lo affronta insieme ai ricordi, la rabbia e un sorriso beffardo. Di errori ne ho fatti tutti, tanti e tante volte ma questo segno sull'epidermide non rappresenta solo eventi che dovrò evitare che si ripetano ma anche momenti che non torneranno per la loro intensità: una catarsi crudele, lava gelida, tempo senza lancette, ricordo senza memoria. A chi poco o quasi ha inteso il motivo di quei tratti d'inchiostro e a chi mi da del folle coglione esagerato banale, rispondo che non è necessario amputarsi l’arto per superare un trauma: a volte anche le ferite più profonde vanno banalizzate per poterci convivere e tante altre volte le persone che le quelle ferite le hanno provocate te le devi portare per sempre, devono ricordare chi sono state e quale valore hanno dato e avuto. Concludo ammettendo che mi porterò sempre con me un segno indelebile di "D": sarà stato il più grande errore finora commesso, beh! Può essere...Ma un giorno, quando i miei nipoti dovessero chiedermi perchè e chi era "D", saprò raccontare la miglior avventura mai accadutami.

http://lacodadelgatto.wordpress.com/2013/11/08/d/

venerdì 7 novembre 2014

Un pò più in là - Amarcord

Propongo questo post che scrissi il 2 giugno 2013 sul mio precedente blog. Quella sera tornai dalle "spiagge bianche di Vada" ed avevo in mente le parole che seguono da diversi mesi e fino stava per scattare dentro davvero la scintilla giusta per partorirle: le scrivevo mentre in auto si cantava "Ti porto via con me", tormentone della scorsa estate, e con "lei" al mio fianco. Erano lì quelle parole così come quella persona, se ne stavano sulla punta del cuore prima che sulla lingua: la scintilla era fulgida al punto giusto e già era diventata un falò largo e luminoso, l'epilogo perfetto ad una giornata da ricordare, una delle tante giornate che cancellavano quelle storte. Certe parole si sentono prima nello stomaco che nella testa e nella bocca e mai così vere le inanellai una dietro l'altra, ispirato, "innamorato". Le parole di "un pò più in là" ieri sera me le sono trovate stampate su un foglio anonimo e buttate, lanciate, cadute in una busta di carta bianca tra altre mie cose, miei doni altrettanto sentiti: "il ricordo" d'una giornata singolarmente felice così come tanti altri ricordi sono stati gettati così...senza senso, senza peso perchè ora comprendo che per "lei" mai l'hanno avuto. Questo non mi fa rabbia ma pena ed ora che leggerete le prossime mie parole, vi prego, non condividetene il mio stesso rammarico ma trovateci il senso più sincero di quando le scrissi: in quel senso io ci credo, ci ho sempre creduto ed oggi ne resto così, gettato, lanciato nel vuoto come quel foglio bianco. Le parole, come i sentimenti, se non condivise, sono solo aria che volteggia in altrettanta aria. Il mio invito al termine della lettura è quello di diffidare da chi vi fa la morale sulla persona che siete e l'amore che provate per l'altro, da chi vi punta il dito contro quando sarebbe il primo ad essere giudicato, da chi pretende coerenza ed è il primo degenerato. I sentimenti sono un'altra cosa e non sono per tutti, non lo sono per me in cui ci credo e non sono per "te"che non sai nemmeno da dove s'inizia ad essere decente prima con il proprio essere e a seguire con l'altro. 

  

- Un pò più in là -
Non dichiaratevi innamorati se non avete mai passato una notte in bianco ad osservare il soffitto e a cercarvi la risposta sul perchè non vi siete visti migliori negli occhi suoi. Se non avete la percezione precisa del profumo della sua pelle. Se non vi siete messi mille volte lo stessa camicia azzurra solo perchè vi aveva detto che vi stava bene. Non dichiaratevi innamorati se non vi si allarga il cuore insieme alle braccia quando la stringete al petto. Se non siete sazi dei suoi baci,delle sue carezze,dei suoi sorrisi e dei suoi capelli. Se non aspettate altro che una frase, un cenno. Non dichiaratevi innamorati se non immaginate la sua voce e le sue mani su di voi prima di addormentarvi. Se non avete mai coniugato i vostri nomi al plurale. Non dichiaratevi innamorati se non avete perso tempo, energia e sangue per farla stare bene. Non dichiaratevi innamorati se non avete rispettato il suo silenzio e aver fatto di tutto per vederla ridere. Se non vi siete sentiti deboli e impotenti davanti al suo dolore. Se non le avete preso la mano e pensato che sia il gesto più naturale a questo mondo. Non dichiaratevi innamorati se vi siete sentiti forti senza la sua compagnia. Se avete creduto di averla vista tra la folla e di riconoscerla in ogni migliore azione. Non dichiaratevi innamorati se addormentandovi la sera non credete di essere i più fortunati al mondo. Se vi sentite stanchi ma non per portarla a spasso tra le stelle e un pò più in là dalla quotidianità.  E allora dichiaratevi se siete qui come me che, dopo un giorno intero distanti fatto di altrettante ore a far a sportellate col proprio animo, la ritrovate in un abbraccio: innamoratevi.

giovedì 6 novembre 2014

Lo scherzo


È possibile che le storie, al di là del loro accadere, del loro esistere, vogliano anche dire qualcosa? A dispetto del mio scetticismo, era rimasta in me qualche traccia di superstizione irrazionale, ad esempio proprio quella strana convinzione che le vicende che mi capitano abbiano un senso ulteriore, significhino qualcosa. Che la vita con le sue vicende racconti qualcosa di sé, ci sveli gradatamente qualche suo segreto, stia davanti a noi come un rebus il cui senso è necessario decifrare e le vicende che viviamo siano la mitologia della nostra vita e in questa mitologia stia la chiave della verità e del mistero. Si tratta forse di uno scherzo? Credo che la vita faccia degli scherzi ed io ogni mattina dopo una notte insonne, ogni minuto dopo l'altro ancora muto cerco di convincermene, sorridendo beffardo per non sbattere i pugni nel vuoto: tendo a non dare all'ennesimo scherzo il senso di sconfitta per quante me ne capitano. Una su tutte provo a dimenticare ma non se ne va, proprio non va via, pur provando a dribblare ogni pensiero da lei. Di tutti gli scherzi questo è quello che mal è riuscito e per il quale proprio non riesco a sorridere.
E ci si mettono anche i segni di spunta blue di whatsapp... 

mercoledì 5 novembre 2014

4/11/1966

4 novembre: 48 anni dopo, Firenze.
《Nessuno del mio popolo, in uno stadio o altrove, si è mai permesso di invocare una nuova frana in Valtellina, nessuno ha mai esposto uno striscione con su scritto Forza Tanaro, il fiume che anni fa straripando uccise numerose persone in Piemonte, né tantomeno ha invocato con dei cori un nuovo terremoto in Friuli o un'altra alluvione a Firenze o in Liguria. Mi risulta al contrario che ogniqualvolta sia avvenuta una catastrofe del genere, il mio popolo è stato sempre pronto ad aiutare, sia fisicamente che moralmente, le persone colpite da queste tragedie.》
(Simone Schettino, comico)


martedì 4 novembre 2014

Sette lettere

"Mali homines, qui aliis insidias parant, semper sibi timere debent, ut monet fabella de accipitre et luscinia."

Lunedì pomeriggio ho iniziato a prestare il mio aiuto ad uno studentello dello scientifico che arranca in latino. La versione assegnata è "chi la fa l'aspetti", la favola del nibbio tracotante e fa più o meno così:
[...] "gli uomini cattivi, che tendono agli altri insidie, devono sempre aver timore per se stessi, come insegna la favola del nibbio e dell'usignolo. Una volta un nibbio, volando in cerca di luoghi vicini, aveva trovato un nido con degli uccellini. Ma ritornando improvvisamente con il cibo, l'usignolo pregò il nibbio di non divorare i suoi uccellini. Allora il cattivo rapace disse "Farò come vuoi, se canterai bene per me". La povera madre, spinta dalla paura, per salvare i figli, cantò. Il nibbio, bramoso della preda, non mantenne la scommessa:"Non hai cantato bene!". Stava per afferrare e divorare gli uccellini, quando all'improvviso alle spalle giunse un cacciatore: alzò la canna silenziosamente e colpì l'avaro nibbio e lo fece cadere a terra morto."



Più del chi la fa l'aspetti, ho moralizzato il mio studente con la teoria moderna del fregati. 
Dal profondo del cuore, mio giovane amico, sale l'assalto ribelle che non arrangia più parole, che finalmente sa cosa deve sputare: zucchero divenuto veleno per tutte le volte che l'anima e il corpo sono stati cazzottati da chi ora precipita col cu** in terra: la ruota gira e gira anche in fretta. Quando tutti i misfatti straripano oltre i limiti, sette lettere non sono mai abbastanza: fregati. Per tutte le volte che ho sofferto da solo e mi sono fatto trovare sempre pronto, per ogni giorno che ho inghiottito menzogne e ricambiato con il mio tempo, per tutte le notti insonni e le occhiaie ed un sorriso enormi al mattino, per tutti gli incubi che ho scambiato per sogni, ora che sei tu a patire, ora che ti accorgi che a tirar troppo la corda, questa s'è spezzata e sei precipitato/a di colpo e di spalle sullo stesso pavimento sul quale mille volte mi sono io inginocchiato in lacrime davanti a te, amico/a mio/a fregati. 
Quando volti le spalle a chi t'ama solo per una scop***, torni anche a guardarlo negli occhi? Mossa onesta, direi! E pensi pure di non perderla quella persona? Che sciocca presunzione! Pensi che con due moine riesci a mettere le cose in ordine e l'anima tua bugiarda al sicuro? Ora tocca a te star male: capirai quanto dolore hai manipolato e ti sei ed hai distrutto con le tue stesse mani il teatro insicuro delle nefandezze felici che hai costruito all'insaputa di chi t'ha e ti vuole bene.
Fregati, mio giovane studente, non è un'esclamazione unica, fine a se stessa. Per chi te ne ha combinate mille e in altrettanti mille modi ti ha fatto pesare sulle tue stesse spalle le sue malefatte, facendoti credere che sia stato sempre tu il problema da accartocciare e cestinare, il vero pugno nello stomaco, la vera prova di dignità e maturità non sta nel continuare a gridargli in un orecchio o a mostrare lo stesso muro di spalle che t'ha sempre girato, non sta nel mostrare indifferenza e silenzio ma nel dimostrare come si può essere migliori, come si deve essere più alti di tante sue bambinate. 
Mio giovane studente, a chi t'ha fatto del male apri le braccia e accoglilo: è vero, è un controsenso a quanto scritto finora, perchè essere spietati sarebbe l'ovvia migliore decisione, perchè sputare un ieri a me, oggi a te un giorno sarà il tuo pentimento anche se ora, a caldo, è la frase che meglio ti fa stare.
Concedi tu proprio il tuo essere che è sempre stato pulito nonostante il fango spalatoti in piena faccia: ci hanno pensato già le sue cazzate a distruggerlo/a ed ora sta a te ricostruire un'anima che finalmente ha inteso quanta pena ha finora creato agli altri e, se ci tieni davvero nonostante il male, sei di sicuro disposto ad accettare anche altro male. Masochista? No! Ancora una volta più dignitoso, serio e reale delle sue brutture.

lunedì 3 novembre 2014

L'importanza d'essere gentile....o no!


Un piccolo gesto di gentilezza può dire più di tante parole e costa davvero poco. Essere gentile quotidianamente non è cosa gravosa: cedere il posto a qualcuno in coda alla cassa del supermercato, regalare un sorriso ad una persona triste, scrivere un biglietto ad un amico che sta attraversando un periodo storto, sono atti di gentilezza che richiedono solo un frammento del proprio tempo e della propria attenzione. Brutalità, violenza ed aggressività sono caratteristiche peculiari di molte persone e pare davvero che si debba usare una di queste armi per diventare qualcuno, per ottenere successo, per non farsi prevaricare dagli altri: queste persone non si rendono conto di quanta forza c'è nell'essere gentile e nella gentilezza d’animo che si manifesta concretamente con azioni di generosità, di cortesia e di  altruismo.

Ok, ho scritto la stupidata mielosa del lunedì mattina!

Basta con questa cazzata secondo cui bisogna compiere degli atti di benevolenza gratis. Basta con questa filosofia fallimentare del voler del bene a tutti a prescindere. Basta con la gentilezza verso chiunque e con la storia che, quando gli altri hanno bisogno di te, ci devi essere e che, se non ci sono quando hai bisogno tu, pazienza, li devi perdonare. "L'importante è il pensiero", "tratta il prossimo tuo come te stesso", "sii sempre gentile": ma jatavenne a fangul!! Gentile, dalle parti della mia Irpinia, è qualcosa che si avvicina al falso cortese, così come si pensa del cugino pugliese. Io ci sono solo per quelli che ci sono stati o che credo ci saranno. Voglio bene solo a chi ricambia e lo dimostra con i fatti: le parole, le belle parole restano aria flatulenta e potete ficcarle laddove sono uscite fuori. Se proprio devo compiere atti di gentilezza a random, vado a fare un giro folle di spese e mi autofinanzio con una donazione nemmeno fossi una Onlus. Finite le consulenze psicologiche, finite le telefonate interminabili a persone che stanno male oggi ma che se crepi tu domani manco ti portano un fiore al cimitero, posso tranquillamente sparare a zero: basta con i buonismi preconfezionati e con l'educazione britannica a tutti i costi, perchè, se hai un comportamento decente e t'aspetti che altri si comportino alla stessa maniera, finisci come Cristo in croce ed un Longino che con un "Vai tranquillo, sentirai solo un friccichino", sorridendo ti pianta tre chiodi in corpo. E allora quant'è importante essere gentile?  E' importante quanto il comportamento tuo dal quale deriva il modo secondo cui  potrai contare su di me. Altrimenti t'attacchi al caz**, al mio o a quello di chi preferisci.

sabato 1 novembre 2014

Solare

E' tornata l'ora solare e tutti quanti abbiamo avuto un'ora in più per dormire, peccato che alle 17.03 sia già notte fonda e che la minestrina venga servita all'ora dell spirtz. Come ho utilizzato quest'ora in più di sonno? Ho fatto un incubo talmente orrendo che alla fine la ragazzina di The Ring scappava, piangendo e i R.E.M. decidevano di cambiare immediatamente nome proprio per via della mia fase rem. Sono stato poi svegliato dalla telefonata di mia madre alle dieci del mattino, convinta che la scelta dei paesi aderenti all'ora solare sia dettata appositamente dall'esigenza di farmi alzare dal letto a un orario meno indecente del solito. Il bamboccio poi del piano di sopra col flauto mi ha deliziato con "la Primavera" di Vivaldi, facendola diventare "la Campagnola" di Gigione, finendo così tra le mazzate e le bestemmie del padre che ha maledetto tutto l'albero genealogico di quello che ha messo l'ora di educazione musicale dentro alle scuole medie, ricordando di ripassare la lezione di musica proprio la domenica dell'ora solare. Ed è allora che ho capito una cosa fondamentale: l'utilizzo del termine "solare" non deriva da sole bensì dal verbo romanesco che significa "fa' fess' a gente". Buona settimana.

venerdì 31 ottobre 2014

Al binario 13


C’è qualcosa alle fermate dei treni, tra i pilastri e le panchine delle stazioni ferroviarie che mi lascia sempre una traccia nell’anima: sarà anche perché le vicende della mia vita, a distanza e non, sono sempre state legate in un qualche modo alle carrozze dei treni, ai sedili di velluto grigio che sapevano di sudore e bagagli di chi torna a lavoro in estate e poi parte verso casa d’inverno oppure semplicemente mi viene molto più noir pensare a un ipotetico lui che saluta in lacrime la sua lei al binario. Io in particolare ricordo le lunghe attese dovute alla mia mania di arrivare sempre in anticipo o di scappare prima del dovuto: quel sentirsi urlare nel cuore un evviva! Fianlmente si parte, mentre si cammina nervosamente per il marciapiede sempre rigorosamente sulla linea gialla. E poi ci sono i baci salati, fatti di lacrime, gli abbracci di mia madre che a diciotto anni mi strinse forte le spalle una domenica sera prima di dirmi “vai e segui il tuo cammino”: quelli proprio non riesco a dimenticarli. Ma i ricordi si sa, fanno male, soprattutto se le ferite a cui rimandano non sono perfettamente cicatrizzate ed io questo pomeriggio al binario 13 della stazione di Santa Maria Novella a Firenze penso che certi ricordi non è giusto cancellarli, solo per evitare il dolore, perché ti fanno crescere o forse perché semplicemente sono belli: per farsela passare, basta sovrascriverli con altri ricordi ed è quello che ho intenzione di fare. Ironia della sorte: ho appena lasciato alle mie spalle per la seconda volta in meno di un mese chi parte col treno proprio al binario 13! Mentre mi allontano vengo dribblato coi trolley d’una famiglia canadese  ed un’altra napoletana poco più in là che rincorre figli, buste e panini “Federicaaaaaaaa! Cristiaaaaaaaaan! Vi vulite mòve che parte ò treno!”. In alto la voce radiofonica campeggia su tutte quelle teste e inizia a tirar fuori tutte città e fermate che sanno di vacanza, sole, arte, campanili e piazza larghe: Venezia Santa Lucia, Salerno, Torino Porta Nuova, Roma, Arezzo, Napoli Centrale. Basta fermarsi al centro di uno scalo ferroviario e godere dell’ubiquità italiana: sono stato un po’ ovunque senza muovermi guardando in alto il cartellone luminoso Departures, prima che una mandria mongola di nipponici sudati m’investisse. Allora mi sono fermato per un caffè (vi scongiuro di non pensare mai di prendere mai un caffè in stazione: è una cioofèeca senza pari a quattromila gradi celsius) e sono stato ad ascoltare i ricordi recenti d’una giovane coppia di settantenni modenesi: sfogliano dal display della reflex le foto scattate a Firenze e se ne stanno lì a ridacchiare sotto i baffi di lei per chissà quali ragazzate, mentre lui illumina gli occhi suoi verdi sgargianti e allarga con un risolino le guance scavate che sembra proprio uscito da un fumetto di Pratt: pare uno di quei marinai marsigliesi che girano per il mondo vestiti sempre uguali. E poi al telefono i due coi figli parlano dei fiorentini che non sono affidabili e io, coperto dalla tazzina del caffè, sorrido consapevole, quasi complice. Mentre esco dalla stazione, percorro la grande sala d’attesa dal pavimento marrone, con le panchine tutt’intorno e i viaggiatori in coda alle biglietterie. Ad un passo dall’uscire vengo preso dalla luce oro e dal vento d’estate che portava con sé tutte le voci di tutti coloro che sono passati per queste porte: vi capita mai di pensare a quante persone hanno toccato la pietra su cui vi siete appena seduti, camminato prima di voi sui vostri passi, quante mani hanno pigiato il tasto al distributore automatico? Mi pare di aver letto qualcosa di simile in un articolo scientifico che parla di scambio simbiotico o forse, con più sicurezza direi, era in un bagno dell’autogrill. E’ proprio in questi momenti, quando uno parte e l’altro resta, quando qualcosa perdi e non resti che con i pugni in tasca, che mi sembra di andar via un po’ anche io, di viaggiare lontano oltre il corpo, oltre la pelle e sedere di fianco a chi è ora su quel treno. Mentre arrivo al mio parcheggio, insolitamente immerso nell’architettura liberty post fascista di Piazza Stazione e il romanico della Chiesa di Santa Maria Novella, mi sento fermo seppur in movimento ed allora pensavo che in fondo si può andare ovunque: non si tratta di avere o meno le possibilità ma solo di volontà. E allora un primo passo da qualche parte devo pur metterlo. Da qualche parte si deve incominciare, dopotutto.

giovedì 30 ottobre 2014

A me mi like

"Cosa ti piace?": domanda topica ad ogni nuovo incontro, il rompi-ghiaccio delle conversazioni tra persone che a mala pena si conoscono. Non è mai una domanda ovvia, anzi: si possono capire ed interpretare tante sfaccettature della persona che si ha di fronte. Risposte a caso, forse banali, ma che celano dettagli: al "Cosa ti piace?" bisogna, si deve rispondere anche con malizia ed intelligenza direi "più intima"e meno "copia/incolla" da chissà quale altra persona. Ho capito che essere scontati non paga e da certe risposte ne vale il proseguo di futuri incontri. Come ho risposto? Con un "a me mi piace" e poco importa se "a me mi" sia una bestemmia grammaticale: "a me mi piace" o meglio per restare in tema social "a me mi like"!


A me mi like stappare una bottiglia di Falanghina gelata, annusarne da tappo in sughero il sapore pieno dei vigneti della mia Irpinia. Mi piace riuscire a portare a termine almeno una delle azioni della lista quotidiana dell'attività da svolgere: una, sì, ma fatta bene. A me mi like girovagare per un'ora tra le corsie del supermercato e notare le scelte che fanno i padri divorziati con un post-it della spesa in mano, che lanciano nel cestino surgelati e nutella, e le casalinghe, che trascinano carrello e marito, muovendosi toste e sicure tra pelati e pasta. Mi piace suonare la mia chitarra, cercando di prendere quei quattro accordi di Ligabue e capire come con un arpeggio e un riff riempia gli stadi ogni anno. a me mi like la notte che precede un viaggio prima di tornare a casa per le feste di Natale. Mi piacciono su tutto le persone che sono interessate a sapere cosa ha da dire l'altra gente, che cercano il confronto, che danno per scontato che la loro opinione non è obbligatoriamente legge, che sanno ascoltare con interesse, senza dover ricorrere ad una mediocre prova di cattiva recitazione. A me mi like scartare la pellicola che avvolge un cd originale appena comprato e sfogliare il libricino con i testi e le foto: mi fa pensare che non ho buttato i soldi o che non sono un coglione, perché lo potevo scaricare gratis da Itunes. Mi piace la lasagna che prepara mio cugino Dino e la risata con cui l'accompagna al pranzo di Pasqua. A me mi like addormentarmi in spiaggia sotto l’ombrellone quando la canicola la fa da padrona. Mi piace cantare a squarciagola in macchina quando sono nel traffico con la musica a palla e i finestrini chiusi: ok, che stupido! A me mi like chi non si lamenta e basta, chi ottimizza i tempi invece di lagnarsi anche dello zucchero nel caffè, chi cerca un rimedio e non una spiegazione. Mi piace "casa giù, a casa" col suo tepore domestico e "casa sù, qui", perchè sa di mio, caciarona al mattino e precisa al pomeriggio. A me mi like quella cena con gli amici di una vita, che si riesce ad organizzare solo una volta l’anno, con tanto di foto e racconti su fatti incredibili ma realmente accaduti, raccontati già milioni di volte che ogni volta ridi a lacrime e crampi allo stomaco. Mi piace la strada che percorro a piedi, appena finito di lavorare il lunedì. A me mi like un paio di volte l’anno spendere i soldi che i restanti mesi non ho, fregandomene completamente. Mi piace guardarmi intorno, fermarmi con lo sguardo su d' un particolare, immaginare quel momento, immortalato per sempre e..click: letteratura visiva, fotografia. A me proprio mi like quelle giornate che non si litiga per stupidaggini cocciute, che si concludono con un chiarimento, un sorriso e una buonanotte.

mercoledì 29 ottobre 2014

Generazione social

“Comunicare è da insetti: esprimerci ci riguarda”
(Manlio Sgalambro, cit.)


E noi saremmo la generazione social? Ma ci vediamo? Abbiamo le occhiaie illuminate da un dispaly prima di dormire. Comunichiamo il nostro stato d'animo con un emoticons. Approviamo con un like e ci facciamo una vaccata di c*** nostri su gente che nemmeno conosciamo o peggio che conosciamo e nemmeno salutiamo per strada. Ho sempre odiato le chiacchiere inutili, la gente ciarlante sui gossip altrui e che per me producono solo rumore: questa gente sbraccia con due mani su una tastiera, gesticola con un pollice verso, tira per la giacchetta gli altri in una conversazione privata. Parole e parole che vagano nell'etere, che nessuno sente, perchè tutti sono impegnati a pensare cosa dire senza esprimersi mai. Non ci sediamo più al tavolo del bar a fare colazione, a sorseggiare il cappuccino col giornale e sorbirci le risate del barista che ride su ogni avventore che dice la sua sul mondo, sul calcio, sulla figa. Non ascoltiamo nemmeno più i viaggiatori sul treno che attaccano bottone: ci alziamo felici di non aver udito una parola e sorridenti col nostro smartphone finalmente connesso dopo kilometri di galleria senza il 3G. Social, poi! Che socialità intesa come interscambio c'è sui social network se non siamo più i fanatici del bar dello sport, i maniaci del cineforum del venerdì, gli scassacazzo che strologano in treno, i militanti politici che te la menano a cena? Abbiamo tutti traslocato: siamo tutti connessi e passiamo la giornata a postare, tuittare, taggare, commentare, linkare. Siamo tutti in rete e, da quando tutti parlano in rete, c’è un casino, una sovrabbondanza di parole che nessuno poi legge, una totale mancanza di confronto, una mica tanto sottile violenza vigliacca, che francamente la metà mi basta per tagliare la corda. Avreste il coraggio di dire in viso ad una persona quanto sia ridicola? No! Basta "visualizzare" e non rispondere! Per tutto il resto c'è Facebook! Ma credete davvero che mettere un like ad ogni foto della ventenne di turno servirà per farvela dare? Dal 13 luglio è diventato per me, se non ancora da prima, uno stupido sito web: non sono curioso delle vite degli altri e non mi interessa sapere tutto quello che fanno quotidianamente. Facebook spaccia valori importanti come la condivisione e l’amicizia in un contenitore nel quale la condivisione è finta e gli amici pure: il mio concetto di condivisione continua ad essere molto concreto, tattile, quasi cutaneo: ho bisogno delle mani nelle mani e non di due dita che mi scrivono "buonanotte". Non posto foto delle cose che mangio, non sbatto mia figlia in prima pagina come se fosse un animale dello zoo, non linko video su gattini che recitano Shakespeare, non mi piace far sapere dove vado cosa faccio e con chi. Le vite degli altri mi interessano nella misura in cui ho ancora la forza di alzare il culo e fare loro quantomeno una telefonata, altrimenti “amici” una sega. Odio i social network, odio twitter e peggio ancora facebook e su tutti whatsapp e non per quello che sono ma per quello che ospitano: un sottobosco di milioni di persone che ti vomitano letteralmente un miscuglio mefitico di ignoranza, sicumera, invidia sociale sotto forma di stronzate di ogni risma e fattura. La gente sul web non fa altro che urlare, aggredire, pontificare, insultare, e parlare, parlare, parlare, parlare, parlare o meglio scrivere in un itaggliano mortificante condito da faccette d'ogni genere. Sulla rete montano a neve dal nulla indignazioni da quattro soldi o cordogli di plastica quando muore un carneade, si scatenano cani da caccia contro i mali del mondo, si improvvisano movimenti di opinione da ombrellone di spiaggia a fingersi cittadini modello animati da buone intenzioni. La vittoria dei social è quella di avere intorno gli altri, fregandocene ma averli comunque su una lista di gente che "vabbè l'ho visto in quel locale e l'ho aggiunto" ed avere allora, senza nemmeno prestare loro la cortese indifferenza, di passare con il proprio pollice avanti le loro idee ed opinioni: la verità è che degli altri non ce ne importa nulla ma siamo social e siamo tutti una grande famiglia, condannando chi fisicamente può essere davvero la nostra famiglia. Ma spegnete i social, spegnete whatsapp: disconnettete una vita irreale e dedicate agli altri il vostro tempo.


martedì 28 ottobre 2014

50 sfumature de Gricia

Domenica pomeriggio. Sono fagocitato dal divano e per nulla preso dai programmi della D'Urso e Giletti, avvolto nella coperta di merinos e amianto m'è presa una di quelle crisi postparto del pranzo da casalinga disperata. Non avendo ancora nella mia nuova casa libri a sufficienza, accendo il mio ebook, quando il mio sguardo da concubina isterica cade su "50 sfumature di grigio". Domanda: perchè ho scaricato 50 sfumature di grigio? Poco male: le mestruazioni al maschile di questa domenica m'invogliano nella lettura delle 548 pagine della E.L.James e mi accorgo sin dalla prima pagina che molta gente da pane agli scrittori, comprando e fingendo di leggere molti più libri di quanti non ne servano per bloccare le porte dal vento. Quella che segue non è la critica al libro - la trama è semplice: studentessa americana media, vergine a 21 anni, che conosce per caso un miliardario, che per ragioni non ben specificate va in fissa con lei e decide di dominarla e scoparsela in tutti i modi possibili, il tutto farcito da una serie di luoghi comuni e banalità assortite scritte in modo tale da far sembrare i libri di Signorini spaventosamente vicini a Proust - ma dell'immagine personale che mi sono fatto del pubblico che lo ha letto. Chi legge dunque 50 sfumature di grigio? 

Casalinghe: La categoria di lettrici più ovvia è anche la più difficile da identificare. Volendo e dovendo semplificare, da una parte abbiamo le casalinghe vecchio stampo, quelle che si sono lasciate andare ormai da tempo e che considerano Oggi una rivista socialmente impegnata. Altro discorso quello delle milf agguerrite, che dopo dieci anni di matrimonio e due figli dicono ancora la loro in bikini, si depilano regolarmente le ascelle. Diversamente dalle prime casalinghe, non hanno letto il libro per evadere da grigie realtà ma l’hanno usato come status symbol da spiaggia e arma di seduzione nei confronti dei loro mariti ancora senza panza. Loro non hanno divorato la saga nel tinello mentre preparavano il ragù ma sfoggiavano il libro sotto l’ombrellone insieme alla cavigliera e all’olio profumato.

Le ragazza moderne: giovani donne mediamente colte, che studiano o lavorano o che, quando non hanno nulla da fare, sono comunque impegnatissime a far credere di essere impegnatissime. Ragazze al passo coi tempi che usano la parola "piccante" per descrivere cose non commestibili e che, nonostante abbiano la testa sulle spalle e i piedi ben saldi nel quotidiano, non hanno mai smesso di sognare. Tradotto in soldoni, è quel target di lettrici talmente abboccone che riesce a immedesimarsi nell'eroina Ana Steele e a credere che una storia del genere abbia più fondamento nella realtà della scena di Fantasia in cui Topolino fa pulire il pavimento alle scope magiche. Le stesse donnucole che si bagnano con Autumn in New York e fanno di Un giorno in più di Fabio Volo lo loro Bibbia.

Le post-adolescenti orfani di Twilight: c'erano una volta orde di bambine che avevano perso la verginità letteraria per mano di un maghetto con gli occhiali. Poi, una volta teenager, molte di loro hanno continuato ad avere rapporti occasionali non protetti con il mondo dei libri grazie alla saga sui vampiri loro coetanei. Dopo, il nulla. Le saghe (e le seghe) sono finite: sono cresciute e passate a cose più importanti che leggere libri, tipo bombare per davvero almeno fin quando non è arrivato 50 sfumature: un libro non più per ragazzine ma per adulti, in cui le descrizioni formato-famiglia di scopate sadomaso sono eccitanti e anche istruttive.

Le Veline: Il Devoto-Oli definisce le veline come "persone di sesso femminile che contano di trovare sostentamento con la propria patata senza esercitare la professione di prostituta." Tra i sinonimi troviamo anche "belle fighette che non hanno mai letto un libro che potesse definirsi tale." Potrete facilmente intuire da soli la portata di un romanzo del genere su questa categoria umana: 50 sfumature è una sorta di rivoluzione culturale che ha iniziato al misterioso mondo dei libri anche i soggetti più restii, quelli che al massimo avevano letto le istruzioni per lo scrub della Collistar. Cinquanta sfumature è L'Alchimista delle letterine, Il Piccolo Principe del Bunga bunga, un libro che segnerà intere generazioni di showgirl da qui ai prossimi 50 anni. Cosa volere da donnucole che sul comodino hanno il libro della dieta Dukan e il volantino di Unieuro.

Gli Anti-Target: Quando spunta fuori un fenomeno letterario come quello in questione queste persone sembrano possedute dall'obbligo di leggerlo e parlarne e soprattutto di farlo in maniera originale. E questo sia per evitare di limitarsi a commentare il libro come l'ovvia cagata che tutti sanno essere che per cercare di distinguersi dai propri simili che staranno anche loro pensando a come poterne parlare senza risultare troppo scontati. Ironicamente, nonostante siano l'anti-target di un libro del genere, sono le persone che probabilmente hanno prestato più attenzione mentre lo leggevano. Ed io, diamine, l'ho letto in un solo pomeriggio, incazzato come una iena per la domenica saltata per non si sa per quale strano perchè, recluso in casa: le 50 sfumature di grigio sono diventate una tinta unita di rotture.

lunedì 27 ottobre 2014

Napule

Napoli. Seduto ad un tavolino di un bar sul lungomare e nonostante sia la fine d'ottobre, quando in Italia è già buio e le nuvole annunciano pioggia, il cielo è terso e il sole che cala nel mare è caldo. Qui davvero il mare luccica davanti al Golfo di Surriento. Respiro l’ossigeno al veleno di questa città che per i turisti è venduto in barattoli di latta con su scritto “Aria di Napoli”. Napoli si trasforma il weekend e diventa una signora elegante, per darsi un tono che sa più di Milano e Firenze, perché il resto della settimana è una cartolina spiegazzata, non apprezzata ma sempre amata. Seduto a questo tavolino osservo il Vesuvio e penso che questo gigante ha il carattere dei napoletani: se ne resta zitto zitto ma sul fondo ribolle, sempre attivo ma calmo, pacifico e mai rassegnato. Napoli è la città della trasformazione, degli artisti, dei guitti, del falso d’autore ed anche la  Cina ha imparato dai Napoletani. I vicoli, i panni stesi che sembrano non asciughino mai, le urla, i clacson delle auto, la musica in strada, l‘invenzione del cornetto portafortuna ma su tutto i profumi. Napoli è un tripudio di profumi a seconda dell’angolo in cui si volta: caffè, dolci, pizza, morte, vita.  E poi si fa sera e sembra di essere davanti alla vetrina di un gioielliere, dove il golfo è una collana di diamanti e le isole i suoi orecchini. Ho dedicato parole d’amore a Roma che mi ha emozionato, a Firenze che mi ospita, a Milano che adoro nonostante sia un terrone doc ma per Napoli non esistono mai abbastanza parole. Ed infine come si può pensare ad un popolo, quello napoletano, truffaldino e meschino se anche per uno sconosciuto s'indossa il migliore dei sorrisi mentre si prepara ò cafè. 

domenica 26 ottobre 2014

"R"

Dizionario Treccani: "R" di ridicolo. 
Che fa ridere, degno di riso o di derisione, perché strano o goffo o insulso o scioccamente presuntuoso. Di scarsa entità o valore, insignificante, esiguo, meschino. 


Ho maturato un atteggiamento indisponente e mai indifferente nei confronti delle persone ridicole e, a differenza di quanto il vocabolario cita, ho sempre avuto poco da ridere dinanzi a chi antepone il proprio essere insulso e scioccamente presuntuoso: essere ridicolo in fondo è un atteggiamento di sfida. Dovrei ridere in faccia alla tragedia d'un essere minuscolo, alla sfortuna d'averlo incontrato e all'impotenza contro le forze della natura, pur di non impazzire. Mi rivolgo allora a chi ritengo ritengo ridicolo/a: sei la confutazione ambulante dell'evoluzione della specie, l'anti-Darwin, il nichilismo cosmico espresso in un ammasso di materia informe. Sei la Waterloo della genetica, la Caporetto delle proporzioni e la Cernobyl dell'armonia estetica con nell'animo una guerra mondiale più simile alla seborrea d'un adolescente. Sei tutto fuorchè antropomorfo e su instagram schiaffi anche l'hashtag #beatiful #model #happy. Ma con quale coraggio? La gente ti ride dietro e davanti e ai lati! 

sabato 25 ottobre 2014

Odio retrica

Sta accadendo qualcosa di impressionante e nessuno se ne rende conto. Con abili spot pubblicitari i produttori di smartphone magnificano le doti delle applicazioni fotografiche: pixel, stabilizzatori, alta definizione, saturazione dei colori, nitidezza. Foto che finiscono sui social con goffi tentativi di post-produzione che assomiglia a certa chirurgia estetica praticata nel Gabon. Sta accadendo il disastro culturale e concettuale per cui le foto non sono più normali: la post-produzione è una cag*** gigantesca, la bellezza di una foto non risiede più nella capacità imperfetta di riportare un punto di vista e non è più in un movimento accennato, nella fatica di rubare un sorriso verso il basso o uno sguardo di profilo ma è nel pacchiano uso sommato di grandangoli e di colori saturi. Tutto è in primo piano, niente è fuori fuoco, colori impossibili, ritratti che imbruttiscono quasi sempre ma che soprattutto fanno pena. Filtri che riproducono i limiti di pellicole anni '60, che donano un’aria vintage ma che sono delle maschere grottesche che vanno di pari passo con colori finti e punti di vista esagerati. La capacità di comporre una foto nella sua naturalezza entro i limiti ottico e cromatico, che fanno della bellezza una bellezza mai perfetta ed è proprio per questo che non è mai innaturale. Già stiamo formando generazioni che non sanno cosa sia il mondo ora che non sanno neppure guardare ma sopratutto smartphone ed app stanno illudendo tutti nel campo della fotografia. Milioni di persone ormai da qualche anno consegnano vite intere, ricordi e bellezza a sistemi che scattano foto orrende, che non restano se non solo su uno schermo illuminato. Lasciate ai tramonti i colori che gli spettano, lasciate che il cibo venga mangiato e non fotografato, lasciate in pace il vostro cane e guardate meglio cosa sapeva inventarsi Cartier-Bresson con una vecchia Leica e una pellicola in bianco e nero. Per il resto scattate fotografie orribili.

Oroscopo del 25 ottobre, Sagittario


Non leggo mai gli oroscopi, perchè credo più nell'astronomia che nell'astrologia, più nella strana energia che infonde una luna piena che nelle chiacchiere di Paolo Fox. Questa volta però voglio seguire quanto recita l'oroscopo di oggi:
[...] Prossimamente sarai più fortunato del solito nel tentativo di tenere lontane le influenze inutili, i pesi che non vale la pena di portare e le cause perse. Ti propongo una lista di progetti a cui potresti dedicarti:
1) Dire addio a chiunque tiri fuori il peggio di te. 
2) Cancellare l’effetto deleterio che un avversario ha avuto su di te. 
3) Disfarti di qualsiasi oggetto che simboleggi un fallimento o una patologia. 
4) Dichiarare l’indipendenza da una situazione che ti fa sprecare tempo o consuma le tue risorse. 
5) Liberarti da qualsiasi senso di colpa tu possa provare perché ti prendi cura di te stesso. 
6) Eliminare una brutta abitudine che causa dipendenza.

Ma sì vai, sopratutto al primo punto voglio dar ragione.

venerdì 24 ottobre 2014

Non ci mancheremo

24 ottobre 2010.
Non ci mancheremo. Lasciarsi andare è un sentimento ed io, che ne ho provati per te,e tu, che non li hai sentiti nemmeno sfiorare troppo presa da altre faccende, possiamo ammettere di averne condiviso uno che sia nostro, che sia plurale e non unilaterale. Lasciare andare, lasciarsi andare vuol dire allora ammettere, vuol dire scegliere ed io, vestito della tua arroganza, scelgo per me, fregandomene. Non saprò mai se siamo stati amore, perché coi tuoi metri di paragone, amore non sembrava. Il mio era qualcosa di forte, di viscerale, di sentito sottopelle: era qualcosa capace di far solidificare il sangue e scoppiare il cuore, di fermare il tempo e trovare un minuto ogni ora che diventasse giorno intero. Siamo stati qualcosa: qualcosa che non poteva andare avanti, come il tempo che mai hai lasciato andare avanti in uno slancio verso me. Non mi ci vedo con accanto una persona simile a te ma tosto e ovvio sarà ricordarti, così come oggi ricordo ogni tua parola che è l'ennesima scusa a cui non ho mai creduto e che ho cercato di digerire. Ti ricorderò, perché mi hai permesso di andare avanti ed oggi lasciarsi andare, per quanto dura, è l’unica alternativa.


24 ottobre 2014.
A distanza di quattro anni canto ancora in macchina, rompo i bicchieri a giorni alterni, vado in giro coi calzini spaiati e di certo questa mia confusione è meglio del disordine che hai portato nella mia vita che, sommato con il mio, era simile al dopoguerra dei perdenti. Oggi tendo ad occhi, mani e baci che non sono tuoi ma sopratutto miro ad una dignità con cui hai giocato. Non hai saputo scrutare gli sguardi nè sbirciare nelle bocche che tacevano. Non hai rinunciato ad un secondo del tuo tempo, preferendo lazzi e sollazzi, facendo passare me come un inetto. Meritavo e merito un amore che non era il nostro. Oggi che di anni ne sono trascorsi quattro, oggi quelle parole ritornano più forti e vorrei riproporle ancora, chiamato dalle persone e dalle storie attuali a tracciare la fisionomia d'un cuore spicciolo: quando gli altri intorno s'accorgeranno della tua miseria d'animo che verrà fuori e che mascheri a colpi di sorriso, quando finiranno di cercarti solo per la tua presenza che è già solo un vuoto involucro, ricordati di chi di quella tua miseria ne faceva ricchezza. Le tue scuse, il mio sperare, il tuo posticipare, il mio aspettare, il tuo non esserci, il mio tempo: troppe distanze che hanno scritto la meta per il mio partire. 
No, non ci mancheremo, perchè non ci siamo mai mancati. 
Io di certo non ti sono mancato.

lunedì 13 ottobre 2014

Oggi, lunedì 13 ottobre

Strappo l’ennesimo foglio e lo appallottolo. Non ricordo nemmeno più le volte che ho scritto questa frase prima di cancellarla e ricorreggerla e ricancellarla. Non riesco a stendere un nuovo post ormai da giorni ed è ora di scrivere di un addio o magari solo di un arrivederci. Chiudere la cod@ del gatto mi farebbe male ed allora parcheggio questo blog fino a quando l'ispirazione tornerà di buon mattino a darmi il buongiorno. L' editore di me stesso sollecita altre edizioni di storie di questa mia vita che sono ormai diverse e distanti da questa creatura letteraria/cibernetica. Non è una chiusura definitiva, ripeto, ma non riesco a partorire più nulla d'interessante, perchè intorno d'interessante trovo nulla o spicciolo e la cosa mi inquieta molto: nemmeno i misfatti che hanno preso il posto di creste benevole diventano antologia su queste pagine, tante volte compagne silenziose e testimoni di trent'anni di vita non solo pubblica. Non è una pausa di riflessione, scemenze del genere non le ho mai digerite, e non è nemmeno silenzio di tomba, quello proprio non lo ammetto. Negli ultimi settanta giorni la vita m'ha stropicciato tanto da richiedere strategiche rimozioni ed è l'ora di staccare quest'hard disk fatto di parole dei miei stati d'animo. Non chiudo dunque per vittimismo o per una bambinata o peggio ancora per noia: manca l'ispirazione, manca il friccicolio sulla punta delle dita, manca il pensiero che da la scossa o forse manca il sorriso che parte dallo stomaco prima che dai denti. Come da liceale, tornerò a scrivere durante i miei viaggi in treno sul vecchio quaderno nero della Moleskine, senza cronologie né condizioni se non quella di rendere concreto ciò che vedo dall'anima. Il mio blog finora è servito proprio a questo: è stato il prolungamento del mio desiderio di comunicare e comunicarmi, per restare in contatto con chi da tante località d'Italia non ha aspettato altro che leggere al mattino quel che scrivevo. Sarà stata forse quella la spinta per andare avanti finora ma era solo una bugia che raccontavo a me stesso, sicuro che tante mie parole giungessero davvero a chi ritenevo più prossimo al mio pensiero. Abbasso la serranda della cod@ del gatto proprio di lunedì, lo stesso giorno che di norma è l'inizio delle normali attività umane: lo faccio oggi perchè sono intenzionato nel dar inizio ad una nuova parentesi più umana e concreta che letteraria e aleggiante. Ho forse capito che chi vuole, un minuto al giorno lo trova per leggermi dal vivo i pensieri; chi non vuole è perchè vuole mancare, troppo preso da altre vite, da altre letture di altri cento pensieri, da altro nulla. Non manca mai chi non c'è mai stato o c'è stato in maniera subdola. Manca semmai chi si allontana dopo essermi stato vicino, dimostrandolo seriamente. Per chi vuole, per chi davvero mi vuole, può venire a bussare alla mia porta ora che ho finalmente trovato una casa: il divano bianco e nero è stretto ma comodo e c'è una tazza di thè sempre calda. In fondo a questa lunga corsa di 130 posts ho cercato di dare la mia visione dell'idea di blog: mi ci sono interrogato spesso per renderlo il più fruibile possibile ma l'unica risposta alle mie domande era vivere l'esperienza letteraria in linea con il proprio stile, senza esagerare in questo fenomeno social od etichettarsi addosso la fama di blogger, rischiando di fare magre figure: ho preferito nutrirmi dell'affetto di chi legge, di chi ha voluto seguirmi e che sa bene che non sono nè uno scrittore, nè un umorista, un giornalista nè tantomeno un intellettuale. 

Io sono Luigi, ero la cod@ del gatto e fino ad oggi scrivevo.

domenica 12 ottobre 2014

Bomba o non bomba, arriveremo a Roma


Il 4 ottobre 1964 il presidente del consiglio Aldo Moro in diretta televisiva inaugura dall'area di sosta di Firenze Nord l’Autostrada del Sole. Lavori durati "soli" otto anni per realizzare l'intero percorso da Milano a Napoli: un'opera degna dell'Italia che progrediva nel pieno boom economico, un miracolo d'asfalto frutto della mente ingegneristica e del sudore degli operai che dovrebbe far davvero rallegrare e riflettere pensando alle buche/crateri per le strade cittadine all'infinita Salerno-Reggio Calabria. Soli otto anni per una vera opera d’arte lunga 755 km, fatta d'audaci viadotti, come quello sul torrente Aglio con un’unica arcata o il ponte di Levane lungo oltre quattrocento metri, gli autogrill “a ponte” o il ponte sul Po a sedici campate. Si passava da due giorni di viaggio ad appena otto ore di percorrenza seppur a bordo delle Fiat Topolino o i Maggioloni Wolkswagen. L'Italia diventava così una città lunga 800 km con motel, parcheggi e ristoranti, terrazze panoramiche e caffè: un immenso nastro trasportatore del turismo, dell’espansione industriale, delle relazioni umane, della fruibili possibilità di spostamento che parlava tutti i dialetti della dorsale tirrenica e settentrionale. L'Autostrada del Sole è stata la seconda potente rivoluzione nelle comunicazioni nazionali, la vera unità d'Italia, dopo la ferrovia, costruita cent'anni prima; è stata la risposta di un Paese che rinasceva e cercava di annientare la propria maledizione geografica, quella di essere una penisola lunga e accidentata con molte città e vaste zone isolate. Muoversi per iniziativa propria, in totale libertà, senza consultare l’orario dei treni, andare in vacanza in posti lontani, visitare i parenti più spesso che in passato: il serpente di catrame ha cambiato lo stile di vita italiano. Un simbolo degli anni ’60 che gli italiani hanno colto per essere più consapevoli del loro essere popolo di cantanti e poeti migratori, nazione nella propria nazione, così come lo furono i Romani conquistatori che camminavano sul selciato della Via Appia fino in Britannia.